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Il “centro” di gravità permanente che non cambia idea sulle cose della gente

Mai categoria dell’essere è stata dibattuta come quella di “centro”. (…) Forse perché l’equidistanza dagli estremi permette una visione completa del tutto e assicura in qualsiasi momento una via di fuga. La filosofia classica l’ha ricondotta alla virtù dell’equilibrio. La via orientale, più profonda, invece l’ha identificata ad uno stadio di coscienza. In politica, invece, si è arrivati a farne compromesso: uno stile, la moderazione, per trovarsi sempre al comando.

 

Una ricerca demoscopica condotta da Ilvo Diamanti su “La Repubblica” classifica l’elettorato grillino del Sud come “estremisti di centro”: operai, lavoratori autonomi, impiegati, giovani, studenti, disoccupati. L’antinomia insita nella classificazione giova a segnare l’inversione di rotta del comportamento degli elettori. Si è infatti sancita una rottura: la domanda e l’offerta politica non si incontrano più in un punto di equilibrio interclassista, definito da un reddito medio garantito, come risultato di politiche pubbliche. Finite le ideologie, il cui presupposto era comunque la sicurezza sociale, oggi lo scontro è sui diritti sostanziali, oltre le classificazioni sociali. La battaglia è fra chi è fuori (outsiders) il sistema sociale e chi è dentro (insiders).
Il reddito di cittadinanza grillino in questo contesto può essere interpretato come la possibilità di un diritto sociale per arrivare dignitosamente a fine mese, piuttosto che un semplice sussidio di mantenimento. Insomma da un lato c’è un sottoproletariato che include pure quella classe media da mille euro al mese, invece dall’altro l’upper class che supera i tre mila euro al mese. La domanda di pancia è chiara: chi riesce a campare con un reddito mensile che bene che vada arriva a mille euro al mese? In questo scenario la battaglia per i diritti prevale sui programmi, perché gli uni danno per presupposti gli altri. Infatti non si tratta più di guidare programmaticamente il contratto sociale, ma di rifondarlo nella sostanza.

 

I centristi, post democristiani, sono finiti politicamente in Italia al momento in cui hanno sostituito i diritti con i valori e le scelte di campo sulle politiche economiche con i programmi. Ciò ha ridotto il “Centro” ad un campo di posizionamento elettorale per essere comunque al governo. L’introduzione dello sbarramento elettorale al cinque per cento ha svelato un recinto in cui sono più “le volpi che le galline”, più i politici che gli elettori.
In Sicilia, davanti al fallimento politico del Governo Crocetta, sostenuto in Assemblea dagli alfaniani e dai “centristi per l’Europa”, permane il mantra politico del candidato e del programma, ancora da realizzare.

 

La svolta, invece, starebbe nell’idea di politica economica che rifondi socialmente i diritti dei siciliani. La burocratizzazione dell’economia siciliana è arrivata al punto che, per aprire un’agenzia di viaggi in Sicilia, occorre pure un visto dell’Assessorato regionale al Turismo. In questo sistema siciliano i giovani possono sprigionare la loro capacità imprenditoriale?

 

I siciliani stanno solo aspettando un Presidente della Regione moderno che liberalizzi l’iniziativa economica per cogliere finalmente le occasioni del mercato concorrenziale.
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Redazione

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