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Il caso Presti e l’invasione degli ultrawebeti

Alla fine si scopre che le espressioni razziste attribuite da un sito locale di Taormina al mecenate Antonio Presti non erano sue. Tutto inventato, una bufala talmente efficace da trarre in inganno non solo webeti comuni (e ci sta) ma anche qualche attento osservatore che, con leggerezza, si è reso veicolo involontario di una volgare fake news, scatenando le reazioni violente, al limite dello squadrismo, degli haters pronti ad azzannare il malcapitato di turno.
Come ormai è consuetudine su Facebook, in questa faida sanguinolenta, si sono contrapposte due armate. Quelli che difendevano o minimizzavano le espressioni razziste attribuite a Presti (e dalle quali lo stesso Presti ha preso le distanze). E quelli che lo attaccavano con una veemenza degna di miglior causa, senza nemmeno essersi presi la briga di verificarle . Entrambe le fazioni appartengono alla stessa razza, l’unica nei confronti della quale sono razzista: quella degli idioti.
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Stupisce, poi, che alla banda degli haters si sia unito per l’occasione anche qualche giornalista pluridecorato che, anche lui senza verificare, è arrivato a definire Presti “complice degli assassini”. E questo è forse il dato più drammatico perché riguarda chi, per missione o professione, avrebbe l’obbligo e la responsabilità di verificare le fonti. Eppure, sarebbe bastato contattare Presti per chiedere conferma o smentita di quelle parole, sarebbe bastato andare su google per rendersi conto che nessuna fonte accreditata aveva rilanciato quella bufala. Ma capisco che la cosa comporti uno sforzo superiore a quello che serve a scrivere commenti a cazzo di cane.
Quale lezione trarre da quest’episodio? Che occorre usare Facebook con senso di responsabilità. Che prima di rendersi veicoli più o meno inconsapevoli di bufale occorre verificare le fonti, soprattutto quando espongono le persone agli attacchi squadristi cui si è assistito in questi  giorni.  Qui un decalogo di Valigia Blu che può aiutare a riconoscere una fake news.
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