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“Il baule del nonno” di Maria Gemma Bonanno

Epilessia caleidoscopica

Nuovo appuntamento con Racconto da Urlo, la rubrica che dà spazio ai lettori per pubblicare le loro storie. Oggi, ci fa compagnia Maria Gemma Bonanno, che con la semplicità della sua protagonista, descrive il mito che era per lei il nonno.

Dice di se: Nasce a Catania nel 1945. Convive con l’epilessia da tutta la vita, e la poesia è per lei una speranza di dialogo con sé stessa e con il mondo. Partecipa in qualità di giurata a Thrinakìa, premio internazionale di scritture autobiografiche

Il baule del nonno

Mio nonno: un uomo amorevole e gentile con me, ma severo con le sue due figlie, mia madre e mia zia.

Noi eravamo in sei. A quei tempi si viveva insieme, le famiglie erano composte di genitori, nonni, e zie che non si erano sposate e si chiamavano zitelle. Mia zia non si era sposata per sua scelta, aveva la vocazione o il sogno di farsi suora, ma non riuscendo ad adattarsi alla rigidità dei conventi, dopo vari tentativi aveva messo da parte il suo sogno e si era dedicata a noi bambini. Mio padre era un uomo bellissimo e Don Giovanni perenne, con il disappunto e la rabbia di mia madre, anche lei bellissima, che nella sua testardaggine continuava a essere donna quasi perfetta e sempre arrabbiata. Mio fratello era più grande di me di otto anni.

Io ero lo sfogo preferito di mia madre, mi trattava come una bambola e se cercavo di ribellarmi mi toglieva il suo sorriso, o peggio, non mi guardava più. Il dolore attecchiva e ricorrevo ai ripari piangendo tra le braccia della zia che con molta pazienza cercava di mediare la pace e allora chiedevo scusa e ricominciava la solita routine.

Il mio idolo era il nonno, uomo deciso, alto e magro, con baffi enormi, sempre con la pipa in bocca. Le sue storie erano affascinanti e le avventure che mi narrava mi portavano lontano e felice. Mi facevo cullare dal suono della sua voce. Un brutto giorno, il nonno morì. Andai ad abitare dalla nostra vicina, la signora Celeste, mia grande amica, e con il suo gatto Nerone e la tartaruga Serafina superai la mancanza del nonno o almeno tutti lo credevano. Riuscii a nascondere bene i miei dolori per la severa educazione ricevuta. E la mia vita cambiò.

Sola con il suo ricordo, ripensavo alle passeggiate al Castello Ursino, il grande Maniero, all’ombra del quale le sue storie divenivano reali, adesso so che l’Ariosto lo sapeva benissimo. E l’Opera dei Pupi, con le tasche del mio grembiulino piene di caramelle dai mille colori e sapori. La solitudine era tutta mia, mi avvolse e mi chiusi nel silenzio. Non sapevo cosa fosse quella delusione che mi divorava. I giochi si spensero e stavo ore a guardare il baule costruito da lui, dove mia madre ripose per bene tutti i suoi effetti personali e i suoi bastoni preferiti, nascondendo tutto.

Cominciai a sognare seduta nella mia sediolina, guardando l’Etna. Se mi chiedevano cosa stessi osservando rispondevo pronta «la montagna!», e mi addormentavo con la bambola di pezza tra le dita. Le assenze erano piccoli attacchi epilettici. E gli altri: «com’è brava questa bimba, non si muove e dorme sempre nella sua sediolina, ma quanto è saggia». E pensavo tra di me, «chi aggiusterà le mie bambole rotte, chi costruirà i pastorelli del grande Presepe, il nonno no, impossibile, lui non c’era più». E continuavo a farmi cullare da quei colori abbaglianti che quando stanno per arrivare le crisi si fanno vedere. Io li chiamo il caleidoscopio epilettico.

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Redazione

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