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I familiari di Montana contro Ciancio: “Noi parte offese”

I familiari del commissario Montana chiedono di costituirsi parte civile contro l’editore Mario Ciancio Sanfilippo, che aveva rifiutato di pubblicare il necrologio per il trigesimo dell’assassinio del commissario.

“E’ fatto tristemente noto il crudele assassinio avvenuto per mano mafiosa del Commissario della Polizia di Stato sezione catturandi di Palermo, Beppe Montana.
Il 28 luglio 1985, il giorno prima di andare in ferie, venne ucciso a colpi di pistola, perché aveva portato a termine e stava ancora compiendo importanti operazioni di polizia volti al contrasto del fenomeno mafioso.
Altro fatto tristemente noto è il rifiuto da parte del direttore responsabile de “LA SICILIA” Mario Ciancio Sanfilippo di voler pubblicare sul proprio quotidiano il necrologio per il trigesimo che la famiglia Montana aveva scritto per ricordare il sacrificio di Beppe Montana e per rinnovare il disprezzo alla mafia e ai suoi anonimi sostenitori.
Orbene, nell’ordinanza del 15 novembre 2012 – che rigettava la richiesta di archiviazione nei confronti di Mario Ciancio Sanfilippo per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e ordinava al Pubblico Ministero di compiere ulteriori indagini – tra i diversi aspetti valutati dal G.I.P., assumeva una “straordinaria pregnanza indiziaria” il contributo che il Ciancio Sanfilippo era in grado di offrire all’associazione mafiosa, in particolare a Cosa Nostra, quale editore/direttore dell’unico quotidiano a Catania di larga diffusione.
In particolare, nell’ordinanza si fa riferimento ai commenti che gettavano discredito alla Procura di Palermo e all’intervista effettuata allo stesso Benedetto Santapaola nell’anno 1994. Tali elementi, a parere del Giudice, venivano inoltre “rafforzati se si considera ulteriormente il deprecabile episodio accaduto ai parenti della vittima di mafia Beppe Montana”.
Avveniva, infatti, nel 1985 – a distanza di tre mesi dall’uccisione di Beppe Montana – che il padre richiedesse di pubblicare un necrologio in cui era indicato che la famiglia ricordava il sacrificio di Beppe Montana “rinnovando ogni disprezzo alla mafia e a suoi anonimi sostenitori”. Tuttavia, come già detto, vi fu il rifiuto della pubblicazione in quanto non vi era l’autorizzazione del direttore Mario Ciancio.
E’ chiaro, dunque, che i fratelli di Beppe Montana, Gerlando e Dario Montana, sono da ritenersi persone offese nel procedimento in questione. Ciò in quanto, la famiglia Montana vedeva rifiutarsi la possibilità di ricordare il proprio caro, vittima della mafia, dal giornale più diffuso a Catania.
Ciò ha contribuito, inevitabilmente, non solo a riaprire una ferita dolorosa a solo tre mesi dalla morte di Beppe Montana, ma anche ad aumentare quel senso di sconforto e di solitudine causato da un rifiuto ingiustificato ed ingiustificabile da parte del maggiore quotidiano di informazione della città.
Un rifiuto che è apparso non come un semplice e mero silenzio, ma con la valenza di voler trattare la commemorazione della morte di una vittima di mafia come fatto non importante, trascurabile, quasi come a non voler ricordare alla città di Catania e ai catanesi che c’era chi si era impegnato e si impegnava nella lotta alla criminalità mafiosa e che per mano della stessa veniva brutalmente ucciso.
Nondimeno, però il quotidiano in questione si premurava al contempo di pubblicare l’intervista di Benedetto Santapaola responsabile di numerosi omicidi tra cui quello del giornalista Pippo Fava e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si proclamava innocente per i fatti a lui addebitati. O ancora, la pubblicazione nel 2008 di una lettera del figlio Vincenzo Santapaola che, nuovamente, come il padre si lamentava di essere accusato di alcuni fatti-reato solo a causa del suo cognome, lamentela ripetuta nel febbraio 2012 nella prima pagina del quotidiano “LA SICILIA”.
Evidentemente, la pubblicazione di quel necrologio non poteva trovare spazio all’interno di quel giornale e il rifiuto non si può spiegare se non attraverso il fatto che, sussistono numerosi elementi che inducono a ritenere che il Ciancio Sanfilippo contribuiva all’associazione mafiosa anche nella sua qualità di direttore del giornale, cosi come rilevato dal G.I.P.
Dunque, l’episodio in questione – essendo nell’ordinanza del G.I.P. inquadrata nella fattispecie di concorso esterno in associazione mafiosa – ha immancabilmente violato e minato non solo quel sentimento di sicurezza che discende dalle norme poste a fondamento del vivere civile, ma senza alcun ombra di dubbio anche l’insieme dei principi fondamentali che riassumono l’ordine legale di una convivenza sociale ispirata ai valori costituzionali, secondo l’interpretazione costituzionalmente orientata di ordine pubblico affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza del 8 luglio 1971, n. 168.
Ciò ha procurato un profondo disagio e una notevole ripercussione nella famiglia Montana, perché se un importante mezzo di stampa si oppone in tal modo alla pubblicazione di un necrologio di una vittima della mafia, diventa assolutamente palpabile il senso di isolamento e una volontà, seppur astratta ed inespressa, da parte della società civile di volersi allontanare solo perché un proprio caro si è operato, facendo il proprio dovere, per fermare la criminalità mafiosa. Ingenerando l’idea e il pensiero di un rafforzamento dell’associazione mafiosa sicura di poter fare affidamento anche sul maggior mezzo di informazione cartaceo a larghissima diffusione nella città di Catania.
Non è stato, infine, sicuramente facile, soprattutto in quei difficili anni, dover sopportare anche l’umiliazione del rifiuto del necrologio del proprio figlio e la famiglia Montana ha potuto constatare sulla propria pelle che la mafia aveva ucciso il figlio nel 1985, ma tre mesi dopo, con il rifiuto del giornale su disposizione del suo direttore Ciancio”

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Redazione

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