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Autogoal di Gülen o autogolpe di Erdoğan?

La democrazia è un prodotto della cultura occidentale e non può essere applicata per il Medio Oriente, che ha un diverso background culturale, religioso, sociologico e storico.” (Recep Tayyip Erdoğan)

Il tragicomico – comico sicuramente se non dovessimo contare i tanti morti – tentativo di golpe in Turchia potrebbe avere un mandante, conscio o inconscio.

Affascinanti appaiono le diverse teorie su ciò che è avvenuto tra Istanbul ed Ankara lo scorso venerdì. Ognuna di queste ipotesi vede come protagonista, diretto o indiretto, volente o nolente, il misterioso predicatore Fethullah Gülen.

Qualcuno dice sia stato un “autogolpe”, una messa in scena dell’ormai “sultano de factoErdogan per stabilire un clima di emergenza, isolare ogni barlume di opposizione interna e esterna e purgare senza alcuna pietà ogni strato statale non ciecamente fedele al premier.

Un teatrino con un capro espiatorio servito su di un piatto d’argento. Una strategia della tensione in salsa turca, volta ad accentrare ancor di più ogni potere nelle mani di un solo soggetto. C’è chi la chiama “semidittatura” e chi intravede uno stravolgimento della Costituzione (curioso come sia stato arrestato anche Alparslan Altan, uno dei 17 giudici della Corte costituzionale turca) con annesso cambiamento da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale e reintroduzione della pena di morte, abolita nel 2004.

Altri invece si spingono oltre, fino a coinvolgere NATO, Unione Europea (“qualunque decisione presa dal Parlamento europeo mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro” Erdogan dixit). e Stati Uniti, preoccupati, questi ultimi, dai recenti ammiccamenti turchi a Russia, Siria ed Iran ed ostinati ancora una volta ad esportare dolcissimamente democrazia.

Altri ancora azzardano un complotto di Turchia ed USA per una “legittima” estradizione di Gülen dalle praterie della Pennsylvania alle prigioni di Ankara. Si spiegherebbero così le parole dell’ex pacifista John Kerry, attuale segretario di stato americano, che ha puntualizzato con un sospetto “Washington non ha ancora ricevuto una richiesta formale di estradizione del signor Gülen “, forse intimorito dopo l’accerchiamento dell’esercito turco della base americana di Incirlik, dove sono custodite 60 testate nucleari.

Il risultato di questa farsa è stato comunque pietoso e tragico allo stesso tempo. Ben lontano dai tre precedenti colpi (bene assestati) di Stato del 1960, 1971 e 1980. Oggi Ankara si ritrova con 2.745 giudici arrestati, dei quali 140 membri della Corte di Cassazione, migliaia di ragazzini in mimetica, mandati forse inconsapevolmente allo sbaraglio – oggetto, poche ore dopo, di frustate e coltellate da parte dei sostenitori inferociti ed invasati dell’AKP, partito di governo – e la stampa mondiale disorientata che racconta un’improbabile fuga di Erdogan tra Germania ed Inghilterra, in realtà in vacanza sulle spiagge del Mare Egeo.

In ognuna di queste tesi è comunque menzionato Gülen. Ma chi è costui?

Fethullah Gülen è un predicatore religioso, mistico sufi, intellettuale, autore di oltre 60 libri e politologo turco.

Il suo orientamento politico (quello ufficiale) è conservatore moderato. Alcuni lo definiscono equilibrato, tendente al dialogo interculturale ed allo studio scientifico di ogni fenomeno, altri lo vogliono nemico del secolarismo kemalista di Atatürk e strettamente legato ad ambienti religiosi radicali.

Pur non abitando in Turchia da anni, ne influenza la politica contando sull’appoggio di buone fette di popolazioni, graduati dell’esercito ed alte cariche dello stato. Ha sostenitori in tutto il mondo. Ufficiosamente esiliato da Erdogan, al quale era precedentemente legato a doppio filo, perché ritenuto un pericolo per la Turchia ed oggi motivo di divisione all’interno della società turca. Oggi risiede oggi in Pennsylvania, a Saylorsburg.

Detto “Hoca” (il Maestro), classe 1941, secondo la rivista Foreign Policy è uno degli intellettuali più conosciuti ed influenti al mondo, fervente sostenitore dell’ingresso turco in UE, contrario alla rottura turca con Tel-Aviv e Damasco, non favorevole all’apertura dell’AKP ai fratelli musulmani, dichiaratamente antifemminista (nell’accezione occidentale del termine), già fondatore dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, convinto creazionista e sostenitore della coesistenza pacifica tra tutte le religioni e scienza(tanto che nel 1998 incontrò Giovanni Paolo II), per anni raffinata mente della politica di Erdogan, milionario magnate dei media (da Zaman, uno dei quotidiani più stampati in Turchia, alla rivista Aksyion fino all’agenzia di stampa Cihan. Oltre ad alcune emittenti televisive, come Samanyolu TV e Mehtap TV), è uno degli esponenti principali della scuola sunnita denominata “hanafita” – la più liberale e tollerante corrente di pensiero oggi esistente all’interno della teologia islamica – e non nasconde di ispirarsi a poeti intellettuali del calibro di Said Nursi (suo primo ispiratore), Jalal al-Din Rumi, Al-Ghazali, Ibn ‘Arabi e Yunus Emre.

Nei suoi diversi anni di prediche ed attività politico-religiosa, Gülen riscuote moltissimo consenso in Turchia, fonda il movimento Hizmet (Il servizio) con sedi in tutto il mondo, ispira la creazione di diffusi quanto controversi giornali come Zaman (Il tempo).

Proprio tra le righe di Zaman ecco il casus belli. Il giornale inizia a scoperchiare ogni nefandezza dell’ormai sultano Erdogan: corruzione ad ogni livello (in special modo l’inchiesta per corruzione del 17 dicembre 2013 dove sono coinvolti i figli dello stesso premier), nepotismo, foraggiamento ai miliziani ISIS, speculazioni petrolifere, strane politiche riguardo i flussi migratori siriani e sospetti attacchi alla libertà di stampa. Erdogan reagisce, colpendo i media del magnate predicatore ed accusandolo di massoneria e tradimento. Qui la fine di un idillio, il giovane politico rampante e l’intellettuale rompono per sempre. Sembra esserci di più. Tutto lascia pensare anche a qualcosa di ancor più profondo e forse lontanamente esoterico. Ad esempio l’ordine/setta di Naksibendi, alla quale appartengono il primo ministro Erbakan e lo stesso Erdogan, in aperto contrasto con la confraternita ispirata da Nursi, quella dei Nurcu, della quale è devoto e seguace Gülen.

Oggi, Gülen  o no, la Turchia da un lato è al 148esimo posto su 169 della classifica mondiale della libertà di stampa 2011-2012 stilata da “Reporter Senza Frontiere” mentre dall’altro vede il trionfo assoluto di un leader, eletto dal popolo, che potremmo definire oggi a ragion veduta un sultano neo-ottomano, più svincolato dai diktat dei padroni USA e meno timoroso di indignare la comunità internazionale a seguito di accordi con paesi non allineati ed indiscriminati bombardamenti sui villaggi curdi.

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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