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Giovanni Iudice: l’arte come cronaca della realtà

Questa settimana incontriamo per il lettori dell’Urlo Giovanni Iudice, l’artista protagonista della mostra Artisti di Sicilia con l’opera “Umanità”. La critica lo ha paragonato al Picasso delle Madamoiselles d’Avignon per la forte impronta sociale delle sue opere che giungono a rappresentare i clandestini naufraghi sulle coste della Sicilia.

Dalle donne melanconiche e bagnanti,

mi folgorano le carni dei clandestini

imperversare le spiagge

Spesso il tuo nome compare a proposito di fatti rilevanti dal punto di vista politico. Potresti raccontarci del legame fra il tuo impegno sociale e la tua arte?

««Il legame tra l’arte e l’impegno civile non esiste. L’arte è una vicenda privata della vita in quanto rappresenta oggi già un impegno civile. Ogni artista degno di questo nome è tale da essere patrimonio dello stato che non c’è per la cultura ma solo per i facili “carrierati” politicizzati. A volte, vi sono linguaggi di iconoclastia/iconologia che alimentano interiorizzazioni di impegno, che possa chiamarsi “politico” o “civile”, nel gergo dell’arte poco cambia. Ci sono stati artisti nella storia che hanno fatto della propria arte la rivoluzione dell’illuminismo e non quello accademico, ma quello dell’esorcizzazione delle condanne sull’uomo, tra questi, l’umanesimo di Giotto, il realismo di Caravaggio, la trasfigurazione metafisica di Velasquez, l’illuminismo di Goya, l’impegno di Picasso alla resistenza fascista, l’esistenzialismo contemporaneo e melaconico di LópezGarcìa. Forse ci sarei io con il ‘realismo umanizzato dell’ultima zattera’ della pittura parafrasata alla clandestinità di un invisibile ‘quinto stato’, ossessione quest’ultimo, di un impegno politico della non appartenenza, opera corale, universale, forse, come diceva Dostoevskij, arte come salvezza del mondo…»

Mi parli più in dettaglio di questo nuovo realismo di cui sei portavoce?

«Il mio lavoro certamente è un realismo e riflette il dato reale come un fantasma del presente. La pittura è uno strumento indispensabile nel mio lavoro per arrivare alla conclusione del concetto. Non sono un pittore eccessivamente colto e non credo la pittura debba essere figlia di una “parrocchia”, la pittura come direbbe Goya, in quanto strumento totale del visibile è strumento divino e quindi scevro da contaminazioni accademiche o retró. Il realismo in genere è una condizione di impegno e si incastona nell’iconoclastia, ecco perchè Guernica rappresenta un nuovo manifesto di realismo seppur cubista. Io mi sento pittore puro e realista e come citavo prima, intervengo sulle ragioni illuministiche del tempo come pensiero partecipato. Non amo il giocoso fare della “noia” contemporanea, piuttosto, scavo nel mistero per arrivare nel cuore delle cose. Mi interessa la veritá, insomma, in tutte le sue forme.»

Quindi credi che esista qualcosa come la verità?

«La verità è una virtù dell’etica. Un puro non puó non cercarla. Mi ritrovo nella definizione della verità come a-letheia, qualcosa che si da e nello stesso tempo si nasconde, ma nel caso dell’estetica tradizionale, sono per le rivisitazioni di Baumgarten su Tommaso d’Aquino e Platone. Baumgarten avvertiva già la modernità nell’arte con i romantici. La sua ‘Aestetica’ ci parla di Arte come missione del Dio demiurgo in cui confluiscono i saperi della salvezza. Bellezza, Bene e Verità. Ma la Bellezza spesso risulta una virtù schiava delle proprie passioni. Quindi puó essere malefica. Solo un Dio puó parlare di Bellezza. Tuttava non sono per l’estetica tradizionale, altrimenti chiuderei lo stesso ragionamento dell’arte sconfinante. Croce, per esempio, è un grande ma esteta. L’esteta chiude. L’artista non deve necessariamente essere un esteta perchè primitivo e non contaminato accademicamente.»

Spiegami meglio cosa intendi quando dici che solo un Dio può parlare di estetica, devo interpretare questa affermazione accademicamente?

«No. Io parlo di bellezza come estetica. Si tratta di un compito divino semplice e puro, ma la chiave non è per tutti. Rispetto per la figura del Dio eccelso, non sono un credente, ma mi ritengo di educazione cristiana e cattolica. Non rinnego le mie radici e rispetto il Dio altrui sena deridere il culto altrui, ne ho rispetto in quanto cultura.»

Ci racconti un po’ della tua formazione e di come ti sei accostato alla pittura?

«Sono un autodidatta ed alla luce dei successi ho capito che è indispensabile. Mi ci sono accostato per affinità di talento e ho solo scavato nella pittura anche se ho sempre mantenuto il disegno come tecnica primaria prima di ogni intenzione pittorica. Ho iniziato a disegnare molto e ossessionatamente sin dai miei primordi. Certo da bambino già lo facevo ma ho avuto illuminazione nei primi anni ’90 come linguaggio definitivo e conclamato.»

Esperienze che hanno particolarmente segnato la tua vita artistica?

«Il mio lavoro in ospedale sicuramente, ero nell’equipe infermieristica e tecnico anestesista, forse questa discriminante mi ha fatto vedere la sofferenza e la carne da vicino ma io non darei troppo importanza a qualcosa che puó essere una serie di combinazioni chimiche nel senso più vasto. Un artista è il prodotto di tante cose.»

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