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CronacheEconomia

Fondi e pensioni, quando il risparmiatore è “Stato di se stesso”

Catania – Una delle tematiche che maggiormente preoccupano gli italiani sono senza dubbio le pensioni. Con i numeri davvero allarmanti relativi all’occupazione, ai contributi previsti per legge e ai vari calcoli per raggiungere la tanto agognata pensione, si parla sempre più spesso di fondi integrativi, di quelle misure che sostituiscono – del tutto o in parte – le quote che mensilmente si versano in vista della vecchiaia.

Non si tratta però di frasi di circostanza, ma di dati che arrivano direttamente dall’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che dipinge l’Italia come la nazione con la più altra contribuzione previdenziale obbligatoria, con numeri che arrivano fino al 33% per i lavori dipendenti. A questi dati corrisponde un’aspettativa di pensionamento e un quadro generale molto pessimistiche. Sono davvero tanti gli italiani che credono all’impossibilità di poter ottenere una pensione all’altezza dei fondi versati nel corso degli anni.

Dall’altra parte della “barricata” l’Ocse, ha pubblicato un rapporto sui fondi pensionistici privati, dipingendo un interessante quadro globale. Si parte infatti dall’analisi del cambiamento dei sistemi pensionistici, analizzati di pari passo con i dati sull’invecchiamento della popolazione e, soprattutto, dalle conseguenze della crisi finanziaria, che non solo provoca una crescita economica quasi irrilevante, ma anche una complicata redistribuzione della ricchezza prodotta. Secondo l’Organizzazione mondiale, nel 2015 erano 13 le nazioni in cui i Fondi pensioni costituivano oltre il 50% del Prodotto Interno Lordo, mentre al contempo salivano anche le nazioni dove gli stessi Fondi convogliavano il 100% del Pil.

Questo fenomeno è causato in primis dai cosiddetti sistemi a contribuzione definita, che connettono direttamente contributi, beni accumulati e prestazioni pensionistiche. Ciò nonostante, tali fondi non sono esenti da rischi, come sottolinea l’Ocse: i risparmi previdenziali sono infatti esposti al rischio dell’investimento e della longevità, provocando un conseguente innalzamento globale dell’età pensionabile, anche fino a 67 anni. Lo scenario italiano è anche proiettato a quota 70 anni, così come accade in Repubblica Ceca, Danimarca, Irlanda e Regno Unito, nazioni che hanno pensato di aumentare gradualmente la soglia di pensionamento.

Parallelamente alle soglie di pensionamento, sale anche la “notorietà” delle pensioni integrative: non essendo più assicurata una carriera ininterrotta, ed essendo molto alti i tassi di disoccupazione giovanile e anche di quelle fasce di lavoratori teoricamente più vicini alla pensione, aumentano le preoccupazioni per un’anzianità mascherata da incognita, in cui probabilmente le pensioni statali non arriveranno mai. La pensione integrativa è una dei mezzi a disposizioni per la tutela di un avvenire: è un investimento a lungo termine, che il risparmiatore può diluire nel tempo senza grandi privazioni e sacrifici ingenti. In ogni caso, è sempre preferibile scegliere opzioni che garantiscano meno costi e maggiore flessibilità, anche per evitare complicazioni negli ormai sempre più frequenti disinvestimenti a causa di eventuali emergenze.

Gran parte degli investimenti sono convogliati verso i fondi pensione o i PIP, che sono deducibili fiscalmente, ma non è esclusa del tutto l’opzione degli investimenti a lungo termine, che annullano i vantaggi fiscali ma si propone al cliente con maggiore flessibilità. Le differenze principali risiedono dai rendimenti ottenibili e alle clausole legate ad un eventuale riscatto anticipato. Nella maggior parte dei casi, PIP e Fondi pensionistici potrebbero essere liquidati solo se il fondo è aperto da almeno 5 anni e se si sono raggiunti i requisiti minimi per la pensione. Alcune proposte integrative non prevedono riscatti o anticipazioni di quanto versato, altri consentono un rimborso parziale o totale solo in caso di gravi malattie, mutui o acquisti della prima casa e anche problemi occupazionali. Il rapporto tra fondi integrativi e pensioni statali resta attualmente favorevole alla previdenza tradizionale, ma il futuro sempre più incerto apre sempre più porte a forme alternative, in cui il risparmiatore diventa “Stato di se stesso”.

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Redazione

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