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Foglie d’America in caduta libera sull’irrequieto Thomas Wolfe

I nove racconti del genio del contrasto della forma letteraria.

Foglie d’America di Thomas Wolfe, pubblicato per la palermitana Corrimano Edizioni è senza dubbio un capolavoro che supera di gran lunga tante raccolte di racconti di autori contemporanei ben donde più noti, nei loro orticelli ovvimente. Tuttavia, qualcosa non torna quando si chiede anche a pasionari della lettura: sono in troppi a non conoscere lo statunitense morto in giovane età.

Eppure, Wolfe, ebbe come curatore lo stesso che lanciò e mantenne alto il nome di personaggi del calibro di E. Hemngway e S. Fitzgerald.

Potremmo chiederci, senza scrupoli, cosa e quale motivo spinge l’immaginario collettivo del cittadino italiano a non far entrare nella memoria a lungo termine, il suo nome.

Da ricordare però, di non perdersi nella temporalità. Seppur la sua vita fu parecchio breve, morì a 37 anni, negli anni della sua produzione il successo lo ebbe, specie nell’Europa centro-nordica.

E da aggiungere anche che qualcuno dei “troppi” che non lo conoscono, almeno sanno dell’esistenza di un capolavoro che è O Lost, poco importa se lo abbiano letto.

Il mistero delle Foglie

Misteri assoluti quelli posti nella presentazione di questa recensione, che ancor oggi non trovano una risposta netta e chiara. E il mistero forse lo svelano i racconti che compongono la raccolta “Foglie d’America”. E ancora, forse, proprio per quel William Faulkner ha affermato del genio di Asheville riguardo la sua breve vita: «come se sapesse che avrebbe vissuto poco».

Ogni racconto ectoplasmizza, in meravigliosi contrasti, che a tratti mettono in crisi anche il più attento dei lettori, se non tra i migliori lettori di questo ammirato scrittore (d)nel secolo scorso.

 

 

Osmosi delle foglie d’America

In ogni racconto di Foglie d’America, vi è quella inclinazione ambivalente, quasi borderline, di una mente che senza peli sulla lingua, affronta i dilemmi che ancora oggi ci portiamo di quella che è considerata la migliore delle culle dove nascere: l’America. Ancor di più se pensiamo al mito di New York. Ecco, proprio negli anni che ha visto le sue “creature” dissolversi, dove a passare è solo lo stato solvente ma non soluto, e ciò non è per nulla positivo, perché se iniziamo dal primo racconto dove un attore si imprigiona con le proprie metaforiche mani, in uno stato che non ha possibilità di evoluzione, se non una ipocrita speranza verso una giovane figlia di un suo amico, e procediamo verso gli altri racconti, incontreremo soli e piogge che si abbattono su uomini soli, tanto da ricordarci l’esistenziale doloroso e padre dell’inizio di tanti disagi sociali.

I Francofortesi e il concetto di “folla solitaria”

Sono i francofortesi, infatti, che sollevarono le problematiche dello stato di disagio sociale. Quella “folla solitaria” di habermassiana memoria ci riporta nella narrazione di tutti i racconti di questo bel e breve, 86 pagine, volume. Fu il suo irrequieto carattere a far esprimere Wolfe su temi, problematiche e teorie che trapelano chiaramente dai 9 racconti? Anche la confusione in alcuni di questi, mi danno certezza, ma non mi azzarderei mai a dire conferma, che lo scrittore, tendeva forse ad un tentativo di sdrammatizzare l’eredità di una guerra fisica e di un’altra sociologica, fino ad arrovellarsi in uno studio stupendo che è quello della forma.

 

Contrasti con se stesso alle “Tre di pomeriggio” (una disamina fuori contenuti)

La forma di Thomas Wolfe, tutt’altro è inesistente! Esiste e sicuramente è padre di quel linguaggio che Wittgenstein desiderava far procedere nella bellezza della potenza della parola espressa. Nel racconto “Tre di pomeriggio”, i contrasti, rispetto gli altri, sembrano essere leggeri, se non addirittura inesistenti. Sono i contenuti che invece danno un senso di percezione del talento wolfeano.

Ma ci si fermi un attimo, leggeremo capitomboli e rovesciamenti di questa forma, che non rimane ferma ad una figura del linguaggio, quanto aprono ad una prospettiva di “bisticcio”.

Tra le parole, che consegnano al lettore, metaforicamente, quella che sembrerebbe una faticaccia per guadagnarsi il meritato riposo, dopo tempi di lavoro: la morte, attraverso la caduta costante di foglie.

Foglie, che assieme allo sfondo dove nascono le storie raccontate, non sono più dettagli, seppur ricorrenti, ma il personaggio chiave e principale.

(In foto Thomas Wolfe)

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".
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