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Fiori di Zolfo, una occasione sprecata per il buon teatro

L’esempio  perfetto di una occasione sprecata  ciò che si è consumato ieri sera al Teatro ABC a cominciare da un testo, Fiori di Zolfo, che ha in teoria tutte le potenzialità per dar vita ad un grande spettacolo senza contare un cast capace di reggere qualsiasi opera d’arte. Il condizionale è d’obbligo perché fin da subito lo spettatore si accorge di note dissonanti, elementi di disturbo che vanificano lo sforzo degli attori nel cercare di sembrare credibili.

Una delle prime cose che si apprezzano all’apertura di un sipario è sicuramente la scenografia e in questo caso, quella di Arsinoe Delacoix, è davvero apprezzabile, forse ricorda un villaggio del lontano West ma ricalca bene quella sensazione calda e polverosa tipica dell’entroterra siculo soprattutto se il tema del dramma sono le miniere.

Fiori di Zolfo è una storia d’amore come ce ne sono tante, di quelle che non si raccontano più ma che fa sempre piacere riascoltare, d’altra parte Verga è sempre Verga e anche quando il testo è scritto da Melania La Colla poco importa.

fioriConsiderando che i minatori nel 1902, scendevano in miniera completamente nudi per via di caldo ed umidità che avrebbero reso caustico qualsiasi tipo di indumento è comprensibile che mandare in scena degli attori per ben due ore di spettacolo come mamma li ha fatti sarebbe sembrato forse eccessivo ma in barba al verismo a cui si ispira, giovani minatori entravano ed uscivano dai pozzi puliti, ben pettinati in camicia e con tanto di gilet e l’immancabile coppola (nella perfetta tradizione della commedia popolare). Colpo di grazia scarpe nuove ben allacciate calzini e calzettoni.

Se il teatro è fantasia si può anche passare sopra agli indumenti, si può sempre chiudere gli occhi e ascoltare. Ecco l’altra nota stonata, nonostante le note di regia distribuite in sala si scomodo nel chiarire che la scena si svolge in un villaggio minerario di un meno precisato entroterra siciliano, tutti gli interpreti, tranne una grazie a Dio, spiccavano per una perfetta dizione dialettale etnea.

Dulcis in fundo, la capra che, secondo la drammaturgia non da più latte perché ormai vecchia, da sfoggio di una erezione dimostrando platealmente il vero motivo della sua improduttività accompagnata da una perenne colonna sonora originale di Gabriele Denaro adattabile senza alcun problema ad una qualsiasi fiction del caro e sempre amato dalle casalinghe Beppe Fiorello.

Gli elementi del cast, forse troppo abituati alla commedia si incastrano troppo macchinosamente risultando freddi tanto da suscitare ilarità in platea anche nelle parti più drammatiche. Così non è per le parti monologanti, ineccepibili, tutti, come piccoli cammei incastonati nella trama.

Dopo qualche battuta di riscaldamento Francesco Maria Attarsi, protagonista maschile è riuscito a dare il meglio di se reggendo di fatto la drammatizzazione riuscendo a passare dal registro comico al drammatico. Ottimo controcanto gli fa Vincenzo Ricca che è riuscito ad adattare il personaggio al suo modo rendendolo credibile.

C’era da aspettarsi una bella prova da Ileana Rigano senza rimanere delusi così come da Aldo Toscano il quale ricorda il bel teatro di qualche anno fa.

L’interpretazione di Loredana Marino, resa troppo fanciullesca per sottolineare la giovane età del personaggio vale, però, tutto l’applauso della sua scena madre; la Marino infatti è riuscita egregiamente a canalizzare su di se la punta più drammatica del secondo atto, azione degna di una grande interprete. Se il sipario si fosse chiuso su questa scena sarebbe venuto giù il teatro dall’emozione invece che  essere barbaramente distrutta da un finale moraleggiante che fa rivivere un fantasma caldo di sudario.

ribaltaCredibilissima la resa di Alice Ferlito, mai eccessiva come una perfetta comare deve essere anche nell’interpretazione; al contrario Francesca Ferro, sulle quali si basavano tantissime aspettative, c’è da credere, non sembrava in ottima forma.

Chiamati alla ribalte la scrittrice di Fiori di zolfo Melania La Colla, il produttore in rappresentanza di AssoArte, il compositore delle musiche Gabriele Denaro e la regista Francesca Ferro.

 

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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