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Ferro: “Lo Stabile un cadavere in putrefazione. Ce ne liberiamo?”

All’indomani della notizia del declassamento dei due teatri siciliani il Biondo di Palermo e lo Stabile di Catania, Guglielmo Ferro, interpellato affinché esprima un commento in proposito, ci porta a fare una riflessione doverosa che poi è il fulcro di tutto: «Ci chiediamo perché i giovani non vanno a teatro, invece la domanda è “Perché dovrebbero andarci?”». Effettivamente il teatro appare scollato dalla società, più che altro quell’abbonamento sembra lo status quo della “bella” società catanese anziana che al teatro ci va di venerdì (perché il diktat prevede che il venerdì è il giorno del cinema o del teatro) non tanto perché vuole assimilare cultura ma semplicemente perché deve farlo e poi ti accorgi che più di qualche ultra sessantenne in quelle poltrone non fa altro che dormire, talvolta in maniera più plateale della messa in scena cui dovrebbe assistere.

Intervistiamo Gugliemo Ferro, ma è lui che rivolge delle domande al suo interlocutore, in primis come giornalisti; punta nel mio orgoglio mi chiede «invece di alimentare una polemica sterile con noi addetti ai lavori, voi giornalisti cosa pensate? Credete che il teatro sia calato nel tessuto sociale della città? Andate mai a fotografare le 20 repliche del Verga e a vedere effettivamente se la gente va a teatro?».

E la risposta doverosa giunge qui a Ferro, sì il teatro è avulso dalla stragrande maggioranza di questa città. Ferro lo ribadisce in tutte le salse con la sua eleganza. Si dice dispiaciuto del declassamento, va indietro nel tempo, parla dei 40 anni di fasti vissuti da questa istituzione e poi candidamente dice «tutto ha un inizio ed una fine. Lo Stabile da parecchi anni è rimasto la brutta copia di se stesso, non si è evoluto».

Un declassamento meritato quindi? «Forse il teatro non avrebbe dovuto presentare la domanda – afferma – questo teatro non è pop, nel senso di popolare. Non sta al passo con i tempi, non è contemporaneo. Eschilo, Goldoni, Pirandello e Shakespeare erano contemporanei, un teatro che si guarda l’ombelico non va avanti. » E allora che futuro ha questo Stabile? «Non lo so, ma forse è giusto che finisca anche solo per liberare delle risorse pubbliche che potrebbero essere investite altrimenti». Esistono altre realtà a Catania? «C’è un grande coreografo che si chiama Roberto Zappalà che senza soldi pubblici va avanti. Il teatro è un grande fiume che va a mare, non finisce mai, e da qualche parte rispunta sempre». Ci stiamo giocando la cultura in questa città? «Il problema culturale siciliano o catanese è molto più ampio non è solo la questione dello Stabile. Anche il Bellini non versa in buone condizioni. Il problema è tenersi a casa il cadavere putrefatto pensando che si riprende. Dopo due giorni la cassa va chiusa, lo dice la legge e secondo me è arrivato il momento di chiudere sta’cassa.» Vale per lo Stabile? «Vale per le cose che non vanno».
Mi viene in mente che lo Stabile ha una grossa scuola di scenografia alle spalle eppure spesso si appoggia ad una ditta esterna. Un cadavere in putrefazione che si tira avanti anche in maniera dispendiosa quindi? «Dove ci sono tanti soldi, ci sono sempre tanti interessi. Però a me questo non interessa, se lo Stabile andasse bene, se fosse contemporaneo, aperto 24 ore su 24 con i giovani dentro, per me, potrebbero fare quello che gli pare.» Candide dichiarazioni del figlio di Ferro, poi all’incirca conteggiamo i sovvenzionamenti dello Stabile, una cifra buttata lì, senza certezza, ma verosimile 2-3 milioni di euro. Contribuisce il comune in minima parte (alcune centinaia di migliaia di euro), la regione con un milioncino, altrettanto il ministero e poi la Camera di Commercio. Se solo 100 mila euro fossero dati ad altri cosa ne farebbero? Ferro porta l’esempio di Scenario Pubblico, una realtà privata che fruisce di un minimo contributo per le produzioni da parte del Ministero. Un teatro contemporaneo, con un atelier di danza e una scuola, un ristorante, un bar e pure altre attività. Per te che hai una panoramica ampia ci porti un esempio di teatro che non riceve sovvenzioni e che è virtuoso? «Prato, Torino sono delle fucine, ma lì le direzioni artistiche cambiano spesso. Noi invece ci portiamo direttori per decenni e le idee non cambiano, restano sempre quelle»

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Fabiola Foti

36 anni, mamma di Adriano e Alessandro. Giornalista da 18 anni, può testimoniare il passaggio dell'informazione dal cartaceo al web e, in televisione, dall'analogico al digitale. Esperta in montaggio audio-video e in social, amante delle nuove tecnologie è convinta che il web, più che la fine dell'informazione come affermano i "giornalisti matusa", rappresenti una nuova frontiera da superare. Laureata in scienze giuridiche a Catania ha presentato una tesi in Diritto Ecclesiastico. Ha lavorato per: TRA, Rei Tv, Video Mediterraneo, TeleJonica, TirrenoSat, Giornale di Sicilia. Regista e conduttrice del format tv di approfondimento Viaggio Nella Realtà. Direttore di SudPress per due anni. Già responsabile Ufficio Stampa per Società degli Interporti Siciliani e Iterporti Italiani. Già responsabile Comunicazione e Social per due partiti. Attualmente addetto stampa del NurSind Catania, sindacato delle professioni infermieristiche. Fondatore della testata online L'Urlo.

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