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Ferdinando Sparacino, l’amore per i Queen e il sacrificio per la musica

L'intervista

Ferdinando Sparacino, artista poliedrico, vive la sua vita sulle note della Musica.

Fin dalla tenera età dell’asilo le maestre spronavano i genitori ad indirizzarlo verso un percorso musicale, tanto era evidente la sua passione. Ad oggi, il suo è un curriculum di tutto rispetto, che abbraccia ogni sfumatura della musica.

Cantante, backing vocalist, musicista, vocal coach, songwriter e producer. Insomma Ferdinando non si è proprio fatto mancare niente e ogni obiettivo raggiunto è frutto di una smisurata passione e di tanta umiltà.

Nella tua biografia si accenna a molti sacrifici. Com’è iniziata la tua carriera?

«Avevo 11 anni quando iniziai a studiare un po’ il pianoforte, anche se dopo mi sono un po’ stancato. Ero abbastanza predisposto alla musica, tutti gli insegnanti si lamentavano che avevo sempre il ritmo, suonavo. Mi sono portato avanti con la pratica ma, a causa della teoria, mi sono ritirato. Ero  pigro. Successivamente, dopo una breve parentesi sportiva, sono tornato in campo. Al primo superiore, la mia prima band faceva cover dei Queen, che era il gruppo che mi ha dato un po’ la spinta. Prima strimpellavo la chitarra a scuola, infatti mi sono fatto bocciare diverse volte a causa della musica, successivamente sono passato al basso elettrico in una band, poi in un’altra band dove già c’era il bassista. Quindi ho iniziato a fare solo il cantante solista».

«Da lì mi interesso alla tecnica vocale e inizio a studiare canto. Ma non era una spesa facile da sostenere, e dunque inizio a consegnare pizze a domicilio per pagarmi le lezioni di canto. Sottolineo questa cosa perché è il messaggio che dovrebbe passare un po’ a tutti: l’importanza del sacrificio per arrivare a fare determinate cose, l’importanza di non sedersi in una tavola già apparecchiata, ma farlo piano piano. Viversela poco alla volta riuscendo ad arrivare a piccoli obiettivi che un domani posso diventare anche quelli grandi che ti hanno un po’ forgiato».

«Ho continuato a studiare canto, mi pagavo le lezioni. Nel frattempo andavo in giro a suonare con diversi gruppi, facevamo Blues, Rock, Swing però poi mi sono concentrato sulla musica Rock-Pop. Ho fatto diverse esperienze in musical, anche se ho capito che non centrava niente con quello che volevo fare. Da questo si sono aperte diverse strade che mi hanno portato ai progetti che ho sviluppato sia nel ramo didattico come insegnante di canto, sia come cantante e musicista».

Cosa ti senti di consigliare ai giovani musicisti che vogliono intraprendere questo percorso?

«Penso che la cosa migliore sia quella di procedere per la propria strada passo alla volta. Non dimenticandoci che la cosa più importante è l’umiltà di questi passi. Solo con questa riesci a confrontarti un po’con tutti i tuoi colleghi, sia di un livello magari inferiore sia ad un livello molto più alto del tuo. La cosa importante è procedere, anche se nella nostra terra è difficile perché per certi versi cerca di inghiottirci e ci fa perdere un po’ la nostra voglia di fare, indipendentemente da tutto».

«Bisogna gestire tutto con la testa per fare un buon lavoro e raccoglierne i risultati sempre con umiltà. Dobbiamo sempre ricordarci che ci vuole disciplina, dunque serve uno studio anche se la musica è un’arte poiché è astratta e riguarda la parte più spirituale della nostra vita».

Quando hai capito che della tua passione volevi farci un mestiere a 360°?

«Ho aperto delle parentesi lavorative. Con il tempo è diventato una scelta di vita con tutti i pro a livello economico e spirituale a livello di insicurezze legate alla parte artistica di questo lavoro. Per tre anni ho aperto un’agenzia di eventi. Mi occupavo di hostess e promoter, organizzavo eventi, servizi per enti pubblici. Non volevo staccarmi dalla musica ma volevo capire come mi comportavo alle prese con un lavoro come tutti gli altri. Poi improvvisamente, dopo tre anni, mi sono chiesto: “Aspetta, da dove vengo? Io non vengo da qui, non sono nato facendo questo”. L’interruttore “agenzia”  si è disattivato non appena l’ho premuto e ha riattivato l’interruttore “musica” che comunque non si era mai spento. Era stato messo leggermente in stand by, ma non ero sul pezzo».

«Successivamente, ho accantonato l’agenzia per dedicarmi esclusivamente alla musica. Così è partito il discorso della didattica. Era ciò che volevo trasmettere dall’esterno, era la mia persona».

Il mondo della musica è duro, non sempre aperto a tutti ed emergere è difficile. Hai mai pensato di mollare?

«Mollare mai, non è mai stato un problema. Ho sempre pensato “Mi sono rotto le palle!” ma il termine mollare non ha mai fatto parte del mio vocabolario anche come persona, per come sono. Inoltre, dopo la rassegna “Golden Rock” in Piazza Teatro, ho goduto di un piccolo successo nella zona di Catania».

Ti ha mai attratto l’idea di intraprendere il tuo percorso fuori dall’Italia?

«Si, tante volte. Il centro della musica è Londra, costruita sull’arte e sulla cultura. Qui, a mio avviso, il giro è piccolo e c’è troppo giudizio verso gli altri. Tendiamo, invece che a guardare la nostra figura a concentrarci su gli altri e assorbiamo delle interferenze che ci confondono e non ci fanno arrivare dritti al punto. Non sono andato perché già lavoravo, avevo i miei allievi, le mie band, significava tagliare tutto e queste qua sono scelte belle dure quando hai dei ragazzi piccoli che pendono dalle tue labbra, hai delle responsabilità. Non volevo abbandonare il percorso di questi ragazzi,che ad oggi hanno già una loro figura professionale».

Da dove nasce questa scelta di diventare vocal coach e dunque di insegnare?

«Non volevo insegnare ma trasferire. Sentivo l’esigenza di trapassare la passione. La musica ha delle regole e io le insegno, non per imporle ma per farle osservare e far capire a chi ho davanti se è predisposto e per quale motivo ha scelto questo percorso. È un modo per mettere a fuoco questo strumento e dare le risposte ai propri “Perché fai questo lavoro?”. Faccio questo lavoro perché nel frattempo che insegni ti accorgi, anche attraverso i risultati degli altri come lo stai facendo, perché e perché ancora stai facendo questa vita. Nasce dall’esigenza di voler trasferire qualcosa a qualcuno».

Quale reputi sia stata la tua collaborazione più importante?

«Sicuramente quella con Umberto Balsamo ma anche il festival siciliano mi ha fatto approcciare come backing vocalist sia al progetto della musica siciliana che è molto più grande ed ampio rispetto a quello che noi pensiamo. È stata una bellissima esperienza con artisti nazionali e mi ha dato la possibilità di capire il gusto e l’ascolto che pretendevano artisti come Alex Britti, Alexia, Paolo Belli, e capire come approcciarmi al mercato della musica italiana a livello un po’ più alto. Ho avuto anche un’esperienza lampo su Rai2».

I tuoi prossimi progetti

«Sto cercando di seguire quelle che sono le mie mansioni. Faccio il solista, il vocal coach, scrivo canzoni per me, per i miei allievi, per autori e il producer. Sto provinando un centinaio di canzoni che ho scritto in questi anni, che dovrò dare a cantanti, allievi o che sistemerò per il mio progetto anche se inizialmente ho scritto due canzoni inedite che mi hanno portato ad un progetto che ha prodotto Umberto Balsamo, che ha scritto con Mina e Modugno».

«Questa l’esperienza mi ha forgiato, che mi ha fatto capire che io fino a qual momento cantavo con degli strumenti troppo materiali. La vecchia guardia mi ha girato e mi ha fatto un po’ capire come bisogna approcciarsi all’interpretazione della canzone. Dunque  Il mio secondo lavoro è “work in progress”, il primo è uscito nel 2003».

Ad oggi puoi considerarti soddisfatto del tuo percorso?

«Ho sempre fame di provare cose nuove, questa fame penso che smuova tutto ciò che ho dentro, non per me solamente, la fame che accomuna tutti noi siciliani, di guardare oltre ciò che abbiamo visto. Pensare che forse abbiamo visto solo il 3%  di ciò che stavamo guardando. Smuove noi come persone, sia dentro che fuori, anche nelle nostre ambizioni, e spero ci sia sempre molto da imparare,la fame da colmare non solo sotto le esperienze lavorative ma anche con le esperienze umane, avere delle persone che ti lascino un contributo umano per continuare a fare questo mestiere. Non imparare a fare la super nota ma avere a che fare con una persona che ti fa sballare e ti fa prendere la musica come formula ampiamente artistica»

 

 

 

 

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