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Se questo è un siciliano…

In morte di Giuseppe "Pippo" Fava

Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. […] I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo… Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l’Italia. […] Io ho visto molti funerali di stato. Io dico una cosa della quale io solo sono convinto che puo’ anche quindi non esser vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle Autorità.” (Giuseppe Fava ad Enzo Biagi, ultima intervista, 28 dicembre 1983)

Sono le 21.00 del 5 gennaio 1984, a Catania tutto sorride e scorre liscio nonostante i mille rivoli di sangue che colorano l’asfalto. Troppe guerre, troppi clan. I siciliani ci sono sono ormai abituati alla morte, d’estate o durante le vacanze natalizie, al coprifuoco dopo il tramonto; il cadavere crivellato, coperto da un lenzuolo bianco imbrattato di rosso, è a quei tempi percepito quasi come una panchina, un’aiuola, un macabro arredo urbano.

I Santapaola, dopo aver sterminato i Ferlito, continuano ad affermare la propria potenza militare ed economica; i “bravi ragazzi” del boss Nitto Santapaola – che intanto si fa fotografare accanto a prefetti e parlamentari alle inaugurazioni di negozi e concessionarie d’auto – seminano morte ovunque. Si stermina il gruppo criminale della Savasta, si “mettono in riga” i cugini Ferrera, si mandano al campo santo un gran numero di Cursoti, si potano i rami del gruppo Cappello. L’imperativo è uno: a Catania deve comandare Benedetto Santapaola.

E’ una città perversa, spregiudicata, strafottente e per alcuni versi ormai volgare e deperita ma è anche la solita inguaribile allegra, indolente e pittoresca Catania. E’ nonostante tutto magnifica, la “giuniusa” di sempre, unica tra mare, lava e neve, tra barocco, resti greco-romani e bastioni normanni; l’unica città del meridione votata alla commedia, sempre, nonostante tutto.

“Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell’amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso “al diavolo, zoccola!”, ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l’animo di oscurità.” (Giuseppe  Fava, “I Siciliani“, 1980)

C’è freddo e piove in questo 5 gennaio.

Giuseppe è un drammaturgo e saggista molto apprezzato all’estero, è tornato nella sua Sicilia per riprendere una vecchia passione: il giornalismo, nonostante la sua laurea in giurisprudenza. Nel 1980, il film Palermo or Wolfsburg, tratto dal suo romanzo Passione di Michele, vince persino l’Orso d’Oro a Berlino. Giuseppe che fa? Torna in Sicilia per restarci.

Oggi è appena uscito dalla redazione del giornale che dirige. Giuseppe non è uno qualunque a Catania, è un giornalista letto, stimato, preparato ed influente. E’ un giornalista scomodo, odiato, calunniato, “tenuto d’occhio”.

E’ ormai sera, Giuseppe è sfinito dopo aver pianificato, col figlio Claudio ed il collega Miki Gambino, l’ennesimo scoop su banche e mafia. Giuseppe è conosciuto a Catania perché scrive di mafia senza andare troppo per il sottile, perchè grida contro l’installazione di missili atomici americani nella base NATO di Comiso, in provincia di Ragusa. E’ un intellettuale slegato dai salotti buoni, lontano dai colletti bianchi. Giuseppe ci prova gusto a scombinare i piani di qualche malacarne locale e gode nello svelare i tanti scheletri nell’armadio della pericolosissima alta borghesia catanese, imprenditori in primis. E’ un tipo tosto ma già da un po’ di tempo gira con una pistola perché ha paura; non sono solo i mafiosi catanesi a volerlo morto ma qualcuno di più pericoloso: il boss dei corleonesi Luciano Liggio, i grandi imprenditori etnei, certe istituzioni deviate.

Telefonate strane, il Cavalier Graci che inspiegabilmente gli manda a casa enormi casse di ricotta, qualche amico che consiglia di “lasciar stare e vivere tranquillo“, poi una bomba in redazione. Sono segnali inquietanti. Giuseppe non è stupido ma non intende mollare.

<<Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante>> (Giuseppe Fava, “I mafiosi stanno in Parlamento”)

Torniamo indietro di qualche ora. Giuseppe, tra scartoffie e sigarette guarda l’orologio, sono le 19:00; sorride, è un giorno particolare. Poco distante, un gruppo di ragazzi sale su due auto, dopo aver testato una pistola con silenziatore già utilizzato nell’omicidio Andrea  Finocchiaro: Maurizio Avola e Marcello D’Agata su una Fiat 131, Franco Giammusso, Aldo Ercolano e Vincenzo Santapaola su una Renault 18 (dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, processo Orsa Maggiore II, udienza 28/11/96); poi tutti assolti.

Spostiamo nuovamente le lancette. Ora sono le 21:30, Giuseppe ha appena spento la sigaretta dopo aver posteggiato, davanti il Teatro Verga, la Renault 5 prestatagli da un amico. Nessun pensiero cattivo. Guarda il proprio sorriso riflesso sul parabrezza e tira il freno a mano: stasera è un giorno speciale; la nipotina Francesca recita “Pensaci, Giacomino” di Pirandello in uno dei teatri più importanti della città ed è proprio il nonno “Pippo” ad accompagnare, a fine spettacolo, la provetta attrice dalla mamma. Il teatro è nel gene di famiglia.

Tutto crolla in pochi istanti. Due ombre che si avvicinano velocemente, il killer Aldo Ercolano punta la pistola, un bagliore, il sibilo di un silenziatore, il suono di vetro in frantumi, un altro bagliore, altri tre. Nessun pensiero, solo due occhi spalancati dallo stupore. Infine il buio.

Giuseppe, privo di vita, si accascia sul volante senza aver sentito il minimo dolore. Ormai dorme con cinque proiettili calibro 7,65 umidi di pioggia conficcati nella nuca. Intorno solo il rumore di testimoni silenziosi che scappano per tacere per sempre, scappano a non vedere, non sentire, non ricordare. Giuseppe anche questa volta resta solo. Come prima, come dopo la sua morte.

Il primo colpo si sente più forte perché manda in frantumi il vetro… poi gli altri sono molto silenziosi che neanche si capiva che erano colpi di pistola. Una frazione di secondi… Ercolano torna indietro e sale in macchina… Abbiamo tagliato per viale Rapisardi…Io mi sono disfatto degli altri proiettili che avevo ancora in tasca, quelli che non avevamo usato. Ho pensato: se capita qualcosa, un posto di blocco, con questi proiettili addosso mi fottono…” (Maurizio Avola, collaboratore di giustizia).

Così muore Giuseppe Fava, intellettuale siciliano. Tanti giornali diretti, molti giornalisti addestrati a non piegare la schiena, moltissimi pentoloni scoperchiati, scrittore brillante e coraggioso, caparbia penna contro un cancro che oggi è certamente meno forte di ieri ma che grazie a lui fu conosciuto, che grazie a lui a Catania vacillò.

Francesco Bertone: PM: <<Lei ha conosciuto qualcuno degli operatori di polizia o carabinieri che hanno partecipato al sopralluogo o che sono intervenuti?>>

Maurizio Avola : << che mi ha detto a me, un certo Pippo Giuffrida, Giuseppe. Che dice che è arrivato subito come prima pattuglia e per evitare che arrivavano nel sopralluogo i magistrati e perdere tempo, perché lui dice che l’aveva capito che era morto, lui l’aveva preso, l’aveva caricato in macchina e l’aveva portato all’ospedale, per evitare perizie. >>

Francesco Bertone: PM << lei ha commesso reati con questo poliziotto? >>

Maurizio Avola: << Si ho fatto qualche rapina. >>

(Processo Orsa Maggiore II, udienza 28/11/96)

Ma chi? Ma come? Ma perché? Fava stava sul cazzo a troppe persone e la storia del delitto passionale fu quasi una boccata d’ossigeno per la Catania “bene” o “da bere” di allora, per quelle ultime macerie di “Milano del sud” ormai rimaste. La mafia a Catania non esiste. La mafia è a Palermo.

Qualcuno azzardò “puppu” , altri si spinsero persino alla pedofilia ma la maggioranza simpatizzò per il sempreverde “storia di fimmini fù”, storia di donne e gelosie. In un primo momento la pubblica opinione etnea archiviò l’affare come una storia di mutande, anni dopo la verità, una verità chiara a tutti sin dal primo momento. Era questa la secolare sentenza sicula per ogni morto ammazzato: in Sicilia, il problema più grande è sempre stata la gelosia o al massimo il traffico.

Pippo Fava era odiato sin dagli anni 60 persino dal boss corleonese Luciano Liggio, che lo voleva uccidere (ad impedire l’omicidio fu l’allora boss catanese, segretario regionale di Cosa Nostra, Giuseppe Calderone) per aver lo stesso Fava osato deridere fisiognomicamente, in uno dei suoi articoli, gli occhi storti della primula rossa corleonese e per aver sottolineato la relazione con Leolochina Sorisi, ex fidanzata di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso proprio da Liggio.

Fava era detestato perché già da anni gridava ciò che tutti non volevano ammettere. Una mina vagante che bisognava disinnescare ad ogni costo. Un sincero nella terra del silenzio, del sospetto, del sarcasmo e della menzogna.

Ma sicuri semu ca fu a mafia? mormorarono i più ingenui a sangue ancora caldo. Pippo Fava dava fastidio ai mafiosi sbattendone nomi, carriere e foto sui “propri” giornali, Pippo sottolineava legami criminali con imprenditoria ed istituzioni, osava sostenere che anche la merda luccica alle falde dell’Etna, che c’è qualcosa di più forte e meschino della stessa criminalità organizzata, che c’è qualcosa di più cinico e spietato dei “mammasantissima” di San Cristoforo.

Fu proprio Fava ad evidenziare come a tirare le fila fossero non gli sgrammaticati boss ma gli altissimi colletti bianchi etnei, autori della fantomatica “Milano del sud”. Lo gridava sui giornali, lo gridò in tv ad Enzo Biagi.

Dinamiche insolite, ancor più complesse e sofisticate di quelle viste a Palermo. Insomma scrisse di quelli che avevano le scarpe lucide e la cravatta mai sfilacciata, coloro che non sapevano usare una pistola, altri che con la pistola erano bravi e che brindavano alle feste con prefetti e giudici, altri ancora che rilasciavano interviste auspicando legalità, coloro che non sbagliavano mai congiuntivi ed amicizie, i benefattori che creavano lavoro e benessere. Gli intoccabili ed i loro amici.

Il giorno dopo l’omicidio, qualcuno ricordò mestamente gli articoli di Giuseppe sui “Quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, i costruttori Graci, Rendo, Finocchiaro e Costanzo con il classico “se l’è cercata” mentre altri bisbigliarono timidamente cognomi come Santapaola, Ercolano, Mangion o Ferrera. Quasi tutti si rigiocarono la carta dell’omicidio a sfondo passionale. La città insomma fece spallucce, i salotti buoni continuarono ad isolarlo pure da morto e le istituzioni glissarono: l’onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché << altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al nord>> ed il sindaco democristiano Munzone in testa che dichiarò, 4 giorni dopo l’omicidio, a La Repubblica : “La mafia? E’ ormai dovunque, nel mondo: ma qui, a Catania, no. Lo escludo. Davanti al mondo testimonio che mai pressione o intimidazione c’è stata, in questa parte di Sicilia, in questa città storicamente immune dal cancro che mi dite. Polveroni, chissà da chi ispirati…”.

Giuseppe dorme ancora su quel volante. Nessuno lo ha svegliato, nessuno lo ha scosso, nessuno lo ha salvato. In troppi sono sopravvissuti, in molti lo hanno ricordato, alcuni ne hanno strumentalizzato il nome, in pochissimi gli hanno realmente reso giustizia, quasi nessuno oggi ha avuto il coraggio di seguirne l’esempio.

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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