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Fantasmi di Carmelo Modica

Mai un riscatto?

Ultimo appuntamento con Racconto da Urlo estate. Anche questa domenica ci fa compagnia Carmelo Modica con il suo racconto Fantasmi.

Fantasmi

Buio. Buio oltre i miei occhi. Buio davanti ai miei occhi. Non c’è via d’uscita. L’unica cosa che può acquistare un senso ora è cercare di trovarlo.

Capire.

Odore di pneumatico. E di frutta. Un vago odore di arbre magique. Attorno a me aria calda. E buio. Le mani di marmo dietro la schiena. E se provo a muovermi anche solo con i piedi qualcosa mi stringe al collo.

La porta non si apre. Qualcuno ha lasciato le chiavi appese dentro. Busso. Salvo non c’è. Poi mi apre un tizio che non conosco. Un tizio che non conosco apre la porta di casa mia. Mio marito è sul divano. Mi sorride e abbassa gli occhi. Poi il buio.

Mi fa male la testa. Qualcosa mi preme sulla caviglia e fa male. Cerco di discernerlo in una forma. Il buio stavolta mi è amico. È rotonda, spigolosa come una corona. Mi mordono i denti. È un cric.

“La portiamo a monte cucco” diceva una voce.

Non era la voce di mio marito. Era la voce del tizio che aveva aperto la porta dell’inferno.

“Dovete fidarvi. Non parlerà. Ci penserò io”. Questo mio marito. Un tentativo di salvarmi?

Non parlerà.

La sua voce sembra quella di mio figlio quando voleva che tenessimo il bastardino trovato malconcio sul marciapiede fuori casa.

“Te lo prometto: non farà danni. Gli baderò io”.

Quanto avrei voluto tenere quel cane.

La macchina si ferma. Non avrei dovuto dirlo a Salvo. Non avrei dovuto dirlo e basta. Fare finta di niente. Ma la notte, io, non dormivo più. Non avrei dovuto dirgli di uscirne. E di andarcene. Magari all’estero., come ha fatto Antonio.

“Quelli ci trovano”

Non troveranno me. Non mi troverà nessuno. So  cosa ci fanno a Monte Cucco. So  come finirà.  O dio, ti prego. Fammi morire adesso!

Aprono il bagagliaio. Sento che c’è sole. Lo sento solo. Forse più che una sensazione è un desiderio.

“Basta!” sento un gran baccano di ferro e parole.. Sento un urlo di dolore.

“Bastardo!” – BANG

Salvo! Salvo!!! Non riesco a urlare. Ma urlo. Urlo solo un gemito che rimbomba dentro di me e muore. Mi bruciano gli occhi e la bocca.

Niente troveranno di me: carne o ossa. Niente. Nemmeno un pelo. Non sarò più nulla. Nulla sarò.  Nemmeno una tomba dove poter sperare che venga mio figlio a portarmi un fiore.

“Auguri, mamma!” – un mazzetto di mimose.

Era piccolo, coi capelli arruffati. Era bello. Era come vedersi l’anima. Mio figlio. Non saperlo mai, figlio mio. Non tornare. Questa parte del mondo non fa per te. Avevi ragione. Non fa per te. Non saperlo mai, vita mia. Piangi una fantasma. È meglio così, credimi.

Nessuno saprà niente. Te lo prometto, Anto’. Solo perché tu non lo sappia. In fondo in questa parte del pianeta, vita mia, non contiamo nulla. Infestiamo quest’isola che si nutre solo di ragnatele e polvere. Che genera un figlio uguale al primo, che respira un fiato che rimane vento.

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Redazione

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