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EBioScart, «Restituire alla terra ciò che dalla terra è stato preso»

Altri due importanti appuntamenti per il progetto EBioScart – GO FICO, che punta al riutilizzo dei sottoprodotti e degli scarti delle produzioni siciliane di Opuntia Ficus-indica.

Il progetto EbioScart – GO FICO, si muove nell’ottica di un’economia circolare scommettendo su un prodotto straordinario come il fico d’india di Sicilia.

Due nuovi appuntamenti in occasione del mese dedicato in Sicilia alle Sagre del Fico d’india. Un modo per celebrare questo prodotto da un punto di vista gastronomico e folkloristico.

Il convegno EBioScart a Santa Maria di Belìce

Il progetto EBioScart è stato presentato a Santa Margherita di Belìce (AG) , polo con Roccapalumaba (PA) e l’area dell’Etna della filiera ficodindicola siciliana.

Santa Maria del Belìce, cittadina del Gattopardo, è infatti nota per essere uno degli areali maggiormente vocati alla produzione del fico d’india. Diventata anche punto di partenza di un fiorente commercio estero del frutto. La cittadina ha ospitato il convegno “La valorizzazione degli scarti agricoli nella Valle del Belìce. Il case history ficodindicolo.” Il convegno ha descritto le varie fasi del progetto EBioScart da un punto di vista tecnico. Un progetto che punta al riutilizzo, anche tramite le fonti d’energia rinnovabili, dei sottoprodotti e degli scarti delle produzioni siciliane di Opuntia ficus-indica.

Per l’occasione sono intervenuti Maria Giovanna Mangione, presidente del Consiglio dell’Ordine dei dottori Agronomi Forestali della provincia di Agrigento; Nicoletta Paparone, responsabile tecnico EBioScart; Giacomo Abruzzo, azienda partner del progetto; l’innovation broker Carmelo Danzì; Calogero Barbera, vicepresidente dell’ordine dei dottori Agronomi e Forestali della provincia di Agrigento; Dario Cartabellotta, direttore generale Dipartimento Agricoltura della Regione Siciliana.

«Il progetto ha come obiettivo la valorizzazione del frutto non idoneo alla commercializzazione con un peso inferiore a 80 grammi e individuare betanine, polifenoli e tutto ciò che può avere una valenza economica. Alla base di questa esperienza di trasferimento di innovazione vi sono delle ricerche scientifiche – racconta Carmelo Danzì Innovation Broker del progetto-. Un modo per investire sul futuro che per noi significa sostenibilità, quindi restituire alla terra ciò che dalla terra è stato sottratto. Lo scarto ultimo di questo processo è una busta esausta dalla quale non possiamo estrarre nulla. Questa buccia rappresenterà l’alimento di un digestore anaerobico dal quale otterremo digestato liquido e solido che fungerà da bio fertilizzante per i terreni.»

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