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È “Vita in frantumi” di Cateno Tempio il libro del mese gennaio 2019

Scritto nell'anno di supplenza a Milano, lo pubblica con Rossomalpelo.

Esordisce con Rossomalpelo edizioni, la biografia tetrastagionata di Cateno Tempio, dal titolo Vita in frantumi. Sorprende ancora una volta, dopo il boom di vendite e di giudizi positivi al precedente romanzo L’eroe della montagna. Ascesa e caduta Marco Pantani, uno dei più autorevoli fondatori di Sitosophia.org.

Milano e il viddano

In quella Milano, che risulta essere vivibilissima e della quale un imbecille ingegnere informatico mi raccontò al suo rientro a Catania, che Milano era pulita e già “non ne posso più di Catania piena di spazzatura”, Cateno Tempio non è per nulla il classico viddano (il “villano” è il guardiano, che fa la guardia alla villa del ricco aristocratico o borghese e si sente con una marcia in più, quando invece è un cretino; detto anche arripuddutu cioè arretrato con la convinzione di essere modernamente superare agli altri) e si adatta ad un anno di insegnamento intervallandolo con la vita sociale. Tutto è vero. Tutto è falso. Sembra quasi un giuoco ermeneutico quello del romanzo del siciliano che è tornato nella propria terra.

Vita in frantumi

Il libro, Vita in frantumi, che è stato presentatori anteprima nazionale il 27 dicembre scorso a Catania, presso il Wine Bar Città Vecchia, all’interno della rassegna Shot Stories – Libri da Bere, prodotta da Enzo Cannizzo, è stato pubblicato per i tipi di Rossomalpelo edizioni, quattro giovani della provincia etnea che con meticolosa certosinità in due anni hanno pubblicato soltanto tre libri, perché desiderano il meglio (e hanno ragione, visti i risultati!).

Si evince subito che vivere a Milano, segna l’esistenza, per ogni buon cittadino italiota. «Macchia le carte, le mani e i pantaloni», come dice lo stesso autore.

Sembra quasi che quel turbinio di emozioni che Milano ha consegnato al buon Tempio, non potevano che essere tradotte in questo meraviglioso libro, dove come ogni bravissimo autore che riesce, appare e scompare, pertanto è una a-autobigrafia desiderosa di lavarsi di quanto fatto e appreso e di quanto partorito.

Le stagioni milanesi

«La Vita in frantumi – incalza Tempio – si accompagna alle stagioni, che tengono assieme i pezzi di un anno, ma che non riescono a tenere assieme i cocci di un casino esistenziale, che non può fare a meno di rompere. Milano col suo fascino, con la nebbia che sempre s’aspetta ma che infine lascia vedere fin troppo, coi Navigli orribili a vedersi ma in cui è bello vomitare vino e sentimenti, con la teoria di personaggi da romanzo che qualcuno per forza di cose finisce per mettere per iscritto».

È chiaro e diretto Cateno Tempio, anche cinico e crudo. Quell’anno lo ha forgiato, formato, spezzato e resuscitato, in cosa? Nella verità, nella finzione, nuovamente, nell’ermeneutica più diltheyana, che gadameriana.

«Ho scritto di questo, dicono; e vorrei essere invece stato scritturato per il mio ruolo di attore-autore. – Tornano i fantasmi beniani, a cui l’autore dedicò una delle prime opere -. Ma che dico, meglio esautorato. Mi dicono d’essere insegnante, ma mi hanno chiesto perché scrivo come uno studente».

Si diverte a confonderci?

Sembra aver l’amaro in bocca, Cateno Tempio (in foto nella sua dimora ambrosiana), di quelli che rimpiangono l’assenza di vezzo nel riempire strafalcione con la scritta, come di strafalcioni è pieno zeppo il suo romanzo.

«A Milano ho bevuto, scopato, vomitato, scritto canzoni, letto poesie, frequentato tossici, pregiudicati, bravi padri di famiglia; ho riscoperto la purezza,  ricevuto più bene di quanto ne abbia fatto, commesso più male di quanto ne abbia ricevuto».

Libro da lode

«È pentito Tempio? E cosa è la Vita in frantumi? Tutto ciò? Si è tutto questo. A Milano ho riso e pianto; sì, l’ho persino amata. Ma a Milano soprattuto, ho cagato ovunque».

Parossistico sino allo sfinimento, l’anno nordico ha prodotto piacere  e sofferenza, ricchezza e povertà, sino a comprendere che la Sicilia è il meglio a cui ambire nonostante le assurde prese di posizione dei governi e dei sistemi scolastici dove se a Milano vi sono 2400 posti per 2400 docenti in Sicilia vi è un posto per 50.000 docenti?

Non rimane che leggerlo questo libro da pochissimo uscito e che già ha sorpreso e creato un pubblico di devoti che lo hanno promosso con la lode.

 

 

 

 

 

 

 

Le foto di questo articolo sono di proprietà di Carmelo Tempio.

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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