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La risposta ad una punizione è “Il violino di Dio” – L’ intervista

Lo scrittore Salvo Zappulla con ironia rivela ciò che tutti vorremmo sapere. Il merito? Del Sindaco che lo punì.

Il violino di Dio (Scritturapura editore, 2019), è la salvezza per anni di angoscia che molte persone non si rassegnano all’idea della morte. Con una ironia fuori dal comune, il collega, in più diramazioni, e scrittore aretuseo, Salvo Zappulla, fa suonare a Dio un violino per rendere complesso l’aldilà, che risulterebbe, forse, molto simile a ciò che è la vita che conosciamo in terra, con una metodologia che ha del divertimento, ma anche, ci azzardiamo a definire, del profetico. L’autore vanta una bibliografia non indifferente con tutti editori di livello, tra questi ricordiamo l’anno 2008 che lo vide primeggiare al Premio Prata 2008 con Lo sciopero dei pesci, pubblicato per i tipi de Il pozzo di Giacobbe, e nel 2015 con il raggiungimento della finale al Premio Massimo Troisi, con il testo teatrale Il ladro di sogni, (Lombardi edizioni).

Un editore indipendente del calibro di Scritturapura, come ha accolto il tuo Violino di Dio e come vi sei approdato?

«La mia agente letteraria, Juliane Roder, è una persona straordinaria che mi spinge, supporta e sopporta. A lei devo l’approdo a questo editore torinese che mi piace molto. Editore piccolo ma composto da professionisti che fanno le cose per bene, non a caso il mio approdo all’ultimo Salone internazionale del Libro di Torino».

Il tema che tratti, seppur con ironia, è la domanda cruciale che l’uomo si fa da sempre. Cosa ti ha spinto a scriverne in questa chiave e cosa vuoi comunicare?

«Il violino di Dio è un romanzo dispotico, nato quasi per caso, quando il Sindaco del mio paese, per punirmi della mia attività sindacale troppo accesa, mi “schiaffò” a lavorare al cimitero (io sono un dipendete comunale). Da lì nacque l’idea di raccontare la mia morte, in maniera ironica e beffarda. Trascorrevo intere ore a parlare coi defunti, immaginavo dialoghi improbabili, persone dietro le lapidi, smaniose di raccontare la loro storia, di uscire dall’anonimato; una struttura clandestina organizzata, un’esistenza alternativa a quella dei viventi».

Come hai elaborato la loro “resurrezione”?

«”Mi hanno rinchiuso al cimitero” mi dicevo, o “in fondo anche io faccio parte del gruppo anche se sono vivo, o mezzo vivo, o mezzo morto”».

Constatavi la nullità che è l’uomo davanti l’Eterno?

Salvo Zappulla nella foto di Marcello Trommino
Salvo Zappulla nella foto di Marcello Trommino

«Non so se ciò che mi dici era nelle mie corde quando pensai a Il violino di Dio, ma certamente posso affermare che spesso ci sentiamo invincibili in vita, senza mai pensare che basta un attimo appena per crollare: un infarto, un ictus, un incidente qualsiasi. ecco, vorrei fare riflettere i lettori sulla fragilità della nostra esistenza, vorrei che tutti riflettessimo che la ricchezza, il potere, sono valori effimeri, destinati a liquefarsi; sono altre le cose importanti».

Vorresti che il lettore riflettesse sulla questione ontologica: perché?

«In generale scrivere per me è una esigenza, un vizio del quale non riesco a farne a meno: è un gran bel modo per sfogarmi, tirare fuori i folletti che mi porto dentro. Ho scritto questo libro per me e per tutte le persone che vorranno leggerlo. Ogni scrittore aspira ad essere letto da quante più persone possibili, non certo per sete di guadagno ma per desiderio di venire apprezzato, avere la conferma di esser stato capace di qualcosa di importane, che trasmetta emozioni e riflessioni sulla futilità, sulle guerre, su troppe cose che non vanno».

Quali sono le cose che non andrebbero? E il tema che tratti è ciò che viviamo tutti o solo alcuni… suonatori di violino?

«Il tema, ritengo sia molto attuale e riguarda tutti perché affronta, anche se in maniera distopica, il grande dramma del nostro tempo: la distruzione dell’ambiente, le pessime condizioni in cui versa il pianeta Terra. Il protagonista del romanzo, il ragionier Alfredo Morelli è un eroe dei nostri tempi, caparbio, determinato, leale; un Don Chisciotte disposto a sfidare la collera del Padreterno pur di ottenere giustizia. Lo hanno fatto morire anzitempo, a causa dell’unico errore commesso da Dio, ma lui non ci sta. Lo mandano in Paradiso, ma lui vuole tornare in Terra e riabbracciare la propria famiglia. Litiga con tutti, San Pietro, Mosè, con  Gesù, con il più Alto in carica e alla fine vince, anche se troverà una brutta sorpresa ad attenderlo, un pianeta invivibile senza più ossigeno, popolato da robot».

Beh, sono più temi che tratti allora…

«Esattamente. Sono temi quali l’ipocrisia, l’apparire, l’incoerenza e soprattutto il poco rispetto che gli esseri umani hanno dell’ambiente. Pensa al nostro pianeta, è ridotto in uno stato di degrado quasi irreversibile. Tutto questo con levità e senza pretesa di dare lezioni di moralità. Invito pertanto il lettore a riflettere, a considerare se vale veramente la pena di porre il proprio egocentrismo a tutti i costi. Siamo meteore, granelli di sabbia in un universo sconfinato e nessuno ha il diritto di devastare la terra che momentaneamente calpestiamo: ci sono generazioni future che attendono il dopo di noi».

 Con Lo sciopero dei pesci, vinci il Premio Prata 2008, nel 2015 sei finalista al Premio Massimo Troisi, con il testo teatrale Il ladro di sogni, (Lombardi edizioni): quanto contano concorsi e premi per imporsi all’attenzione del pubblico?

Cover de Lo sciopero dei pesci
Cover de Lo sciopero dei pesci

«In questo enorme carrozzone che è l’industria del libro, ognuno fa a gara per trovare spazio e visibilità. Internet è diventata la vetrina per eccellenza dove tutti cerchiamo di metterci in mostra. I tempi sono questi e sarebbe ipocrita fingere di non volerne approfittare. D’altra parte siamo così in tanti a scrivere che si rischia di smarrirsi nella giungla. I premi grossi credo che se li spartiscano i grossi editori e, naturalmente, fanno vendere. Molti successi editoriali si costruiscono a tavolino. I premi piccoli servono a soddisfare la nostra vanità. Come hai detto, anni addietro arrivai nel trio finalista al premio “Massimo Troisi” con un testo teatrale inedito. Ciò mi fece molto piacere. Fui trattato con tutti i riguardi, ma non sono diventato famoso. Non scrivo con l’intento di produrre best seller, se no cercherei di puntare su cose più commerciali, tipo romanzi- rosa o thriller; scrivo seguendo il mio istinto grottesco e irriverente».

 

 

La trama de Il violino di Dio

"Cover

Alfredo Morelli è un impiegato del Comune di Milano. Persona generosa e credente, conduce vita serena con la propria famiglia. In procinto di partire in Sicilia per una vacanza, muore di infarto. Gli appare il suo angelo custode per spiegargli che tutto è accaduto a causa di un errore tecnico nella sala comandi del Paradiso. Si è verificata una situazione anomala, Alfredo è ufficialmente morto ma la sua anima non riesce ad abbandonare il corpo e i suoi sensi rimangono vigili. Alfredo è costretto ad assistere al proprio funerale, al dolore dei suoi cari, al seppellimento. Dopo tre giorni, l’angelo custode che lo accudiva viene a tirarlo fuori dal sepolcro per informarlo che dovrà andare in Paradiso in carne e ossa, unico essere al mondo. I due diventano amici. L’angelo gli confida segreti e situazioni particolari sullo stato di abbandono in cui versa ormai il Paradiso, della stanchezza di Dio, che non vuole più saperne degli uomini e desidera abbandonarli al proprio destino.

Alfredo va in Paradiso malvolentieri, cominciano gli scontri con San Pietro e gli altri santi, riesce a incontrare Dio (lo trova su una sedia a rotelle), lo trova debilitato e ormai con pochi poteri. Parla anche con Gesù; disturba tutti, manifesta sempre più apertamente la propria insofferenza a stare in quel posto fino a quando non viene cacciato di nuovo sulla Terra, dove lo attenderà una brutta sorpresa: il pianeta è diventato invivibile, c’è poco ossigeno, gli uomini con la loro scelleratezza hanno distrutto ogni cosa. Incontra ancora l’angelo, quest’ultimo gli spiegherà che il suo viaggio faceva parte di un piano ben preciso: doveva provare a convincere Dio a fare un ultimo tentativo per salvare il pianeta, ma non c’è stato nulla da fare. Gli stessi Angeli custodi si apprestano ad abbandonare la Terra.

Si ricomincerà dalla clava, da un’altra parte. Tutta la storia è pervasa da un tono ironico e surreale, che spesso muove al sorriso amaro.

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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