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È “Il giorno in cui abbiamo pianto” di Gianfranco Cefalì il libro del mese – Agosto 2020

L'intervista all'autore calabrese è una bomba a orologeria che viene placata da parametri ermeneutici al lettore

Una laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli studi di Perugia per chi il pianto lo erge a studio interiore.

Una tesi di laurea in Storia e critica del cinema, che ha come argomento il cinema poliziesco italiano degli anni 70: è Gianfranco Cefalì autore del libro del mese agosto 2020, Il giorno che abbiamo pianto (Edizioni Dialoghi).

Da annoverare un’esperienza da professionista tout-court presso una casa editrice, ricoprendo vari ruoli.

Il libro è uscito il 23 luglio scorso e a presentarlo in prima nazionale un nome non da poco: l’iconica Ippolita Luzzo assieme a Pasquale Allegro.

 

Il giorno in cui abbiamo pianto: l’esordio in tre atti di Gianfranco Cefalì

Le vite di un uomo e di una ragazza si sfiorano in una data buia per ambedue. Forse la più dolorosa e crudele. L’uomo perde la figlia. La ragazza perde la dignità per quel triste fenomeno della violenza domestica. Qui il primo colpo di scena: violenza subita dalla propria madre.

La ricerca della stabilità del padre che ha perso la figlia è apertura della prima parte del romanzo. L’uomo cambia lavoro, sembra condizionato da momenti di irrealtà, ma è razionalissimo e il suo pianto è quella ricerca per ritornare alla realtà. Purtroppo la vicenda lavorativa non è delle migliori: la depressione lo assale con conseguenza di una vita al limite dell’inutilità, sino a ritrovarsi isolato e solo (si intenda bene la differenza dei due termini).

Ciò che non cambia per la ragazza bullizzata sino alla violenza è il suo lavoro. È una prostituta per clienti anomali che la stessa definisce strani. Una liaison con l’uomo oltre il dramma nello stesso giorno, è la solitudine con relativa emarginazione volontaria. Anche la ragazza si interroga su cosa fare di se stessa. Un movente lo avrebbe, il padre malato di cancro, quel padre che per salvaguardarla ha ucciso la propria moglie, nonché la madre crudele della ragazza.

Fobie, insicurezze e paure domano la scena di questo primo atto.

Nel secondo atto emerge il vissuto traumatizzato dagli eventi dei due protagonisti del romanzo.

Nel terzo e ultimo atto la genialità dell’autore: scrivere altri capitoli, per consegnare ermeneuticamente al lettore, l’interpretazione del romanzo, che garantisco straordinario e che non starò qui a spoilerare.

 

Clicca sulla cover per acquistare il libro
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Questo pianto, che di questi tempi, non è incipit migliore. Invece leggi e scopri variabili psicologiche e genialità nell’esposizione e nell’invenzione (?) della storia: cosa ti ha ispirato?

«Ho pensato che nella vita, a un certo punto, tutti diventiamo delle rette parallele, che in teoria non si incontrano mai, ma queste rette, che rappresentano le nostre vite, prima o poi tenderanno a convergere. Alcune si sfioreranno, come il caso dei nostri due protagonisti, altre si incroceranno per poi divergere in direzioni opposte. Altre ancora, i più fortunati, si incontreranno in un punto e da quel punto continueranno come un’unica retta».

 

Il classico sentimento dell’amore?

«Tutt’altro, sto parlando non di amore, almeno non solo di quello, ma di affinità. Siamo otto miliardi di persone, ed è impossibile pensare che la nostra esistenza debba per forza essere rinchiusa in quelle poche persone che ci circondano. Esistono persone molto simili a noi, che potrebbero aiutarci, che ci potrebbero stare vicino, con cui condividere gioie e soprattutto dolori, ma che per un motivo o un altro, destino o chiamiamolo come volete, non si incontreranno mai».

Un’altra immagine che ricorre spesso nel libro è lo specchio (del pianto?): specchio che dovrebbe restituire un’immagine oggettiva di noi stessi, il nostro riflesso. Ma è veramente così?

«Secondo me no, perché molto banalmente il riflesso che lo specchio ci restituisce non è mai oggettivo, ma è sempre filtrato dalla nostra esperienza, basti pensare che tutti noi ci approcciamo allo specchio in maniera diversa, chi lo terrà lontano, chi si guarderà dritto negli occhi, chi avrà il suo profilo preferito, chi sceglierà la figura intera, ma questa immagine non è mai veritiera, ma quella che noi stessi consideriamo vera, e di conseguenza per qualcun altro sarà falsa».

 

Gianfranco Cefalì
Gianfranco Cefalì

Cosa succede quando lo specchio e di conseguenza il riflesso si rompe?

«Credo fermamente che tre sono le vie: la prima è chi non riuscirà a farci niente, butterà via tutto, senza neanche raccogliere i pezzi, questi non riusciranno mai a riprendersi, non supereranno mai la rottura, poi ci sono quelli più fortunati, sono quelli che compreranno uno specchio nuovo e continueranno la loro vita con un riflesso diverso, nuovo, sono i più forti, infine, quelli che considero la maggioranza, ovvero quelli che cercheranno di ricostruire lo specchio, sarà difficile, non troveranno tutti i prezzi, alcuni saranno diventati polvere, ma con pazienza e sofferenza rimonteranno questo puzzle che è la loro vita, il riflesso sarà parziale, scheggiato, incrinato, sono quelle persone che conviveranno per tutta la vita con un grande trauma».

 

 

Il pianto dei protagonisti consolato da due momenti artistici che l’anima la risvegliano. Musica e cinema non mancano: perché li hai introiettati?

«Sono elementi molto importanti. La musica e il cinema elementi inseriti con un preciso scopo narrativo. Mi serviva non lasciare spazio al lettore in alcune circostanze, per rendere più immersiva la lettura, volevo che il lettore sentisse quelle stesse canzoni che ascolta la protagonista ed entrasse di più in empatia con lei. Il cinema oltre a essere una mia passione come la musica, mi serviva per richiamare immagini facilmente riconoscibili, un film in particolare, un genere in particolare, fanno parte dell’immaginario collettivo di tutti noi e di conseguenza sono elementi che anche in caso di non immediata riconoscibilità, sono facilmente ritrovabili».

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".
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