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È “Il dono” di Carlo De Filippis il libro del mese maggio 2019

Il giallista di Chieri che oggi a Torino presenta il suo nuovo romanzo, omaggia L'Urlo con qualche anticipazione.

Carlo De Filippis, non ha bisogno di presentazioni. È tra i più quotati giallisti italiani. Dopo aver reso noto, pubblicandolo prima con Giunti per approdare nei sequel a Mondadori, il “suo” commissario Vivacqua, siciliano trapiantato in Piemonte, cambia rotta presentandoci un nuovo commissario: «scapolo, aitante e belloccio».
Ma la svolta è anche nel cambio d’editore: Il dono è pubblicato da DeA Planeta.

Nonostante manchino poche ore all’evento, gentilmente ci ha concesso  l’intervista, di questo che dopo averlo letto lo scegliamo (e fortemente consigliamo) come libro del mese di maggio 2019.

Dott. De Filippis, nel nuovo romanzo che oggi presenta in prima nazionale, si ispira a fatti reali?

 

«Si, traggo sempre ispirazione dall’attualità. Ne “Il dono” si intrecciano più serie, di queste le più forti in termini di adrenalina e pathos, sono prese dalla cronaca. Per ovvi morivi non scendo nei particolari, ma credo che ai lettori non sfuggiranno certe situazioni. A ogni modo la realtà, come sempre, è la più generosa fabbrica di storie».
(In foto la cover de “Il dono”). 

 

Dopo il commissario Vivacqua, c’è un nuovo protagonista. Perché ha cambiato con il commissario Argenti? Vi è una nuova struttura delle vicende che affronta quest’ultimo?

«Oh, per rispondere avrei bisogno di una quantità di spazio enorme, perché i motivi sono parecchi. Vediamo… la ragione principale è che il soggetto, la trama, l’ambientazione (non i luoghi, dato che la vicenda si svolge a Torino), avevano bisogno di un poliziotto diverso da Vivacqua. Mi occorreva un personaggio (si chiama Zaccaria, Zac, Argenti), più giovane, scapolo, belloccio, aitante e anche un po’ sciupafemmine. Tutte caratteristiche non riconducibili a Vivacqua. Inoltre, “Il dono” – pur essendo come i precedenti un poliziesco, noir, un romanzo di investigazione – ha un’atmosfera di mistero che lo caratterizza. Qualcuno potrà ribattere che ogni “giallo” ha la sua bella quantità di mistero; ebbene, in questo romanzo ce n’è di più. Non vi dirò altro a questo proposito, rischio di rovinarvi la lettura».

(In foto la cover del debutto di Carlo De Filippis e del suo commissario siciliano Vivacqua).

 

 

Il “giallo”, stile del quale lei è tra i più apprezzati scrittori in Italia è a suo parere rigoroso che si intersechi col noir e col thriller?

«Confesso che non bado al lato “tecnico”. Le distinzioni, le categorie, i generi, sono argomenti ai quali non do peso. Quello che conta per me è la qualità della storia, la godibilità della trama, una certa originalità (benché, secondo alcuni, si è già scritto tutto in tutti i modi possibili) e lo stile. Per il resto, personalmente distinguo solo due specie: i romanzi riusciti e… gli altri».

 

Sorprendere il lettore: e il fan, e chi per la prima volta si appresta a leggerla. Impresa complessa?

«Si, i lettori, specie gli appassionati, le sanno tutte. Un po’ perché sono diventati degli esperti: oggi anche il più ingenuo sa cos’è il guanto di paraffina, il DNA, l’analisi delle macchie di sangue, che sulla scena del crimine non si tocca nulla, alcuni sanno riconoscere i gesti della scientifica (li hanno imparati dalle serie tv), hanno un’infarinatura di medicina legale, delle procedute investigative… Insomma, non sono degli sprovveduti, quindi sorprenderli con oneste indagini, con operazioni originali e narrazioni adrenaliniche, effettivamente è impegnativo. Per non scivolare nelle innumerevoli stupidaggini mi avvalgo dei migliori consulenti e, nonostante questo, un errore, magari invisibile ai più, scappa sempre».

(In foto, la cover de “Il paradosso di Napoleone”).

 

E scrivere romanzi “seriali”? È più impegnativo?

«La gabbia del romanzo seriale ha un’entrata facile: il lettore conoscer già i personaggi e per l’autore muovere i soggetti è più comodo. Ma ha un’uscita difficile: ovvero, il rischio di ripetersi, di diventare banali, di perdere freschezza è dietro ogni rigo. Il seriale come Vivacqua (trilogia che presto vedrà un quarto episodio) si regge sulla capacità dell’autore di mettere i propri personaggi di fronte a storie solide, originali, credibili, diverse l’una dall’altra per mantenere quel minimo di sorpresa che appassiona il lettore, il quale sa dalla prima pagina che l’eroe non morirà, che risolverà il caso e porterà a casa l’elisir. Quindi l’importanza della creatività con finali a sorpresa è determinante. in altri termini il seriale ha vantaggi e svantaggi che alla fine di pareggiano. Comunque scrivere, proprio facile facile non è».
(In foto Carlo De Filippis – Credit librimondadori.it).

“Il dono” è l’inizio di una serie?

«Ah, domanda terribile. Se rispondo con la pancia dico sì. L’idea di scrivere nuove avventure di Zac Argenti mi stuzzica. Vorrebbe dire andare avanti con un filone verso il quale ho una certa inclinazione. Ma… la vera risposta la daranno i lettori, vedremo se merita di raccontare altre storie o concludere cin un singolo episodio. Per adesso incrocio le dita: viva Zac Argenti».

“Il dono” sarà presentato in anteprima nazionale, oggi 7 maggio 2019 ore 18:00, presso il Caffè Platti in C.so Vittorio Emanuele II, 72 a Torino.

Con Carlo F. De Filippis,dialogherà Alessandro Perissinotto.

L’evento è curato dalla EditReal della dott.ssa Michela Tanfoglio e dal dott. Edoardo Merotto.

 

 

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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