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Duemila studenti per ricordare che “la verità illumina la giustizia” [GALLERY]

I primi ad arrivare alla Villa Bellini, alle 9 del mattino, sono gli studenti e le studentesse del presidio del Liceo Spedalieri intitolato a Barbara Rizzo Asta e ai suoi due gemellini, Salvatore e Giuseppe, uccisi nella strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985, nell’attentato mafioso al giudice Carlo Palermo. La loro scuola non ha aderito, come invece hanno fatto 22 istituti di Catania e provincia, alla seconda edizione etnea della Giornata della memoria e dell’impegno promossa da Libera e dal Comune di Catania, che quest’anno ha come tema «La verità illumina la giustizia». Uno slogan che si legge in diversi striscioni e cartelli realizzati dai circa duemila studenti che hanno preso parte a questa intensa mattinata cittadina per ricordare le vittime innocenti delle mafie e del terrorismo.

Srotolano lo striscione che aprirà il corteo, gli studenti dello Spedalieri e restano a sostenerlo affinché sia visibile.
Piano piano, una dopo l’altra, arrivano le delegazioni delle altre scuole: bambini delle elementari, scolari delle medie, studenti delle superiori. Il piazzale della Villa Bellini davanti alla fontana si popola e si colora. Ogni scuola col proprio striscione e e coi lavori realizzati dagli studenti: prevalgono le lanterne di carta, in tema con l’argomento della giornata; i ragazzi e le ragazze della “Calvino” hanno maschere bianche e gatti e colombe di cartapesta. Bianchi. «Il gatto – ci spiega Zieg, seconda media – lo abbiamo scelto per le “sette vite”, per affermare che anche le vittime delle mafie sono vive perché noi continuiamo a mantenerne la memoria». «La maschera – aggiunge Graziano, suo compagno di classe – simboleggia il silenzio dei più, quel silenzio che bisogna rompere».

Poco più in là, l’attore Leo Gullotta, presente dall’inizio alla fine della manifestazione, osserva che «senza la parola saremmo come gli insetti». La parola per infrangere il silenzio, dunque, «la parola che crea memoria e fa cultura», sottolinea Giuseppe Agosta, figlio di Alfredo, maresciallo dei Carabinieri ucciso il 18 marzo del 1982 in un bar di via Firenze.

Il corteo si muove verso le 10. Da sopra un camion, studentesse e studenti iniziano a leggere i nomi delle oltre 900 vittime, a scandirli, anno dopo anno, dall’Ottocento ai nostri giorni, nome dopo nome, come stessero sgranando un rosario laico. Si va su per via Etnea, si svolta in viale Regina Margherita, poi si gira attorno al carcere di Piazza Lanza, fino ai murales realizzati da Addio Pizzo, dove gli studenti raccontano le storie delle venti vittime catanesi delle mafie, dai quattro adolescenti – Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace, Benedetto Zuccaro – uccisi perché avevano scippato la madre del boss Nitto Santapaola, all’vvocato Serafino Famà, assassinato per non avere voluto assecondare le richieste illecite di un cliente mafioso, Giuseppe Maria Di Giacomo, capo del clan Laudani.

Una lunga sosta, quella ai murales, durante la quale arrivano, uno dopo l’altro, il procuratore Giovanni Salvi, il sindaco Enzo Bianco, il rettore Giacomo Pignataro e altre autorità.

Il corteo riprende la sua marcia verso via Giuseppe Fava, passando accanto allo stadio “Massimino”, dove il 2 aprile del 2007, alla fine di una partita, è stato ucciso l’ispettore di Polizia Filippo Raciti. «Il suo nome non è fra le vittime delle mafie – ci ricorda Dario Montana, responsabile provinciale di Libera e fratello di Beppe, il commissario di Polizia ucciso a Palermo nell’estate del 1985 – ma la sua morte è figlia di quell’humus culturale». Accanto a Montana c’è Marisa Grasso, la vedova dell’ispettore: «Ripassare da qui è traumatico ed emozionante allo stesso tempo – ci dice la donna – Perché in pochi momenti rivivi il dolore di quei giorni e, contemporaneamente, vedi tutti questi giovani e ti dici che quella cultura di morte si può combattere, grazie ai valori di cui sono portatori».

Davanti al Teatro Stabile nuova sosta. Tocca al giovane Luigi Montana, figlio di Dario, studente dello “Spedalieri”: è lui a ricordare Giuseppe Fava, ucciso 32 anni fa poco più in là; a sottolineare che fu ucciso perché giornalista, per la sua concezione etica del giornalismo enunciata in un editoriale del 1982 letto dal giovane liceale.

Ci si avvicina al Tribunale per i minorenni, nel cui cortile si concluderà la manifestazione. Ad accogliere il corteo, Francesca Pricoco e Caterina Aiello, rispettivamente presidente del Tribunale e procuratore della Repubblica. «Questo – dice la presidente, nel suo breve saluto – è un luogo di giustizia, di accompagnamento». Poi evoca i 42 minori uccisi dalle mafie e sottolinea che «sono qui con noi per tessere legami forti fra loro, la giustizia e voi», chiarisce rivolgendosi agli studenti. Mentre la dottoressa Aiello pone l’accento sul fatto che «coltivare la memoria fa sì che non siano morti invano, perché si crea una cultura opposta alla violenza e alla sopraffazione mafiosa».

Su un palchetto continua la lettura dei nomi delle vittime: «Sono morti per noi», scandisce Leo Gullotta, che, come prima Luigi Montana, ricorda Pippo Fava e la sua frase simbolo: «Se non si ha il coraggio di lottare, a che serve essere vivi?». Ed è con un pensiero ai vivi, come il pm della “trattativa” Nino Di Matteo, che si chiude: il Movimento delle Agende rosse chiede che gli sia conferita la cittadinanza onoraria di Catania.

Nel pomeriggio, in Municipio, s’è tenuta una seduta straordinaria del Consiglio comunale per ricordare le vittime innocenti delle mafie. Oltre a sindaco e assessori, erano presenti familiari delle vittime ed esponenti di Libera

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Redazione

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