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“Due secondi di troppo” è l’outing di Andrea Mauri, guardando Massimo Ranieri

Col suo terzo romanzo, pubblicato da il Seme Bianco, l'intellettuale che lavora in RAI rende onore all'amore.

Cosa si cela dietro Beatrice? Il figlio lo sa bene, e l’aiuta a ricordare… oltre a mettere in risalto la sua omosessualità. Ottima penna, quella di Andrea Mauri che coinvolge e spiazza tutti in un racconto filiale che prende e coinvolge, attraverso la sincerità dell’outing.

Sabato 24 novembre lo vedremo a Catania presso la Libreria Fenice in Via Garibaldi a dialogare con Alfredo Polizzano.  Noi lo abbiamo intervistato.

Non è il tuo primo scritto e coi precedenti i premi non sono mancati, in breve, che tematiche affronti nel nuovo romanzo?

«Affronto il tema universale dell’amore e in particolare l’amore di un figlio per la madre. Mi sono chiesto: come cambia questo rapporto quando subentra la malattia? Come si sconvolgono gli equilibri? Cosa si trasforma e cosa resta immutabile? Nel romanzo Beatrice è la madre affetta da demenza senile, perde la memoria della famiglia e Il figlio Antonello la accudisce non solo fisicamente, ma si prodiga pure a ricostruire questa memoria, raccontandole a modo suo i vissuti e le omissioni, i detti e i non detti. E poi c’è il tema dell’omosessualità e come questo entri o non riesca a entrare affatto nella narrazione familiare».

Perché hai deciso di confondere piacevolmente il lettore tra aspetti definibili paranormali, di identità sessuale e di amore filiale/maternale?

«Ti ringrazio di cogliere questo aspetto del romanzo. Anche se penso che il lettore sappia difendersi da questa confusione. In realtà sono elementi collegati tra di loro. Il rapporto madre-figlio si è formato nel tempo anche sull’omosessualità di Antonello e, come dicevo prima, su ciò che è stato dichiarato e ciò che si è preferito nascondere In questa relazione stretta si aggiunge anche la preveggenza di Beatrice, vera o presunta, che nemmeno Antonello sa definire con precisione. Madre e figlio hanno imparato a conoscersi attraverso la ricerca dei loro lati nascosti per dare forma e contenuto alla vita quotidiana insieme».

Un esordiente spesso si costruisce un personaggio ad hoc nel suo libro: è Antonello un po’ Andrea? O viceversa? Pur non essendo tu un esordiente?

«Stavolta lo ammetto: il romanzo è quasi completamente autobiografico. Dico quasi perché in ogni autobiografia è sempre presente una parte di fiction necessaria allo sviluppo della storia. Mi sono voluto mettere in gioco, ho voluto narrarmi perché arriva un certo momento nella vita in cui bisogna capire dove siamo arrivati e cosa abbiamo costruito. Leggendo le autobiografie di scrittori famosi, ho ritrovato in ciascuna di esse un’esperienza che è stata anche la mia».

La forza della tua penna si è presentata anche con bei racconti editi da Virginia Bompiani di Nottetempo o Alfio Grasso di Algra o ancora col gruppo AlterEgo. Come mai questa versatilità?

«Ci sono storie che possono essere narrate solo con la struttura del racconto. Mi piacciono molto le storie brevi e le emozioni che ti colpiscono come sciabolate mentre le l eggi. Come buona parte degli esordienti, ho iniziato a scrivere racconti per il timore di affrontare una storia di ampio respiro. Il racconto è una buona scuola, difficile però da scrivere per racchiudere un mondo complesso in poche pagine. Quando funziona e le emozioni arrivano al lettore è una bella soddisfazione».

Seppur si spinge per una totale tranquillità sociale, l’omosessualità denunzia spesso razzismo: persone che picchiano perché c’è un omosessuale di troppo. Cosa balena nella mente di questi guitti sociali?

«In questi tempi si cerca disperatamente un nemico. Sembra che la nostra identità si formi e si affermi solo in presenza di qualcuno da odiare, del diverso da te che, se da una parte aiuta chi decide di omologarsi ad accettare la propria condizione di omologati, dall’altra deve essere eliminato perché esaurita la funzione primaria diventa una presenza scomoda, una presenza che stona in una società schematizzata e uniformata. Il diverso, che sia l’omosessuale, il nero oppure, lo straniero, deve essere punito perché colpevole di deviare dalla norma».


A tuo parere c’è connotazione politica nella discriminazione sessuale?

«Esiste un modo di fare politica che soffia sul fuoco dell’odio. Nei comportamenti, nelle parole, nei gesti. Apparentemente sembrano azioni innocue, ma arrivano alla pancia di chi è predisposto a odiare e raggiungono l’obiettivo di alimentare i luoghi comuni e di legittimare le reazioni violente, verbali prima e fisiche poi. Come dicevo prima, ora più che mai c’è bisogno di un nemico per sviare l’attenzione sui problemi reali del nostro paese, dell’Europa, del mondo intero. L’unica preoccupazione è prendere di mira una categoria di persone e scaricare su di loro il peggio che un essere umano possa produrre».

 

Il tuo tour prevede una tappa nel catanese?

«Trascorrerò un paio di giorni in Sicilia. Il 23 novembre sarò a Scicli grazie al Mondadori Bookstore e il 24 proprio a Catania alla libreria La Fenice di Alfredo Polizzano».

 

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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