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“Ma quella foto non somiglia a Ettore Majorana”

«Dalla foto che ho potuto vedere sui giornali, non mi sembra di trovare somiglianze»: Elena Majorana, discendente dello scienziato catanese Ettore Majorana, commenta così le recenti rivelazioni su un mistero che va avanti da 77 anni e che non sembra trovare soluzione. Il “caso Majorana” torna, infatti, alla ribalta dopo la decisione della procura di Roma di archiviare il fascicolo sulla scomparsa del fisico, aperto nel 2011 a seguito delle rivelazioni di Francesco Fasani, che ha riferito di averlo incontrato in Venezuela. Dando il via ad altri “avvistamenti”, come già in passato.
È il 25 marzo 1938 quando il trentunenne Ettore Majorana si imbarca da Napoli, dove era docente di fisica teorica, su un piroscafo diretto a Palermo, dove si ferma un paio di giorni prima di far perdere le tracce di sé. Suicidio? Rapimento? Allontanamento volontario? Tante le ipotesi fatte negli anni, tutte senza riscontri oggettivi. Una delle menti più brillanti della fisica italiana e dei “ragazzi di Via Panisperna” – sede del dipartimento del Regio istituto di fisica dell’Università di Roma – in preda a una crisi mistica avrebbe deciso di rinchiudersi volontariamente nella Certosa di Serra San Bruno, secondo alcuni. Fra questi Leonardo Sciascia, che nel 1975 alla scomparsa di Majorana dedicò un saggio. Secondo altri, il fisico sarebbe invece fuggito in Germania per mettersi al servizio del partito nazional-socialista e riparare alla fine della guerra in Argentina.
A dare adito alle ipotesi di suicidio, invece, una lettera che Majorana avrebbe fatto recapitare il 25 marzo 1938 ad Antonio Carrelli, direttore dell’Istituto di Fisica della Regia Università di Napoli dove insegnava. Nella missiva, il fisico comunica di aver «preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti». Giunto a Palermo, Majorana torna a farsi sentire con Carelli inviandogli un telegramma urgente con il quale “annulla” la lettera precedente e gliene invia una seconda («Palermo, 26 marzo 1938 – XVI. Caro Carelli, spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all’albergo Bologna [a Napoli], viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunciare all’insegnamento»). Majorana starebbe, quindi, facendo ritorno a Napoli. Acquista un biglietto per un posto in cabina ma all’arrivo del traghetto di lui non c’è traccia.
Le ricerche sono immediate e capillari: Arturo Bocchini, capo della polizia, mobilita ogni questore del regno per dare avvio alle ricerche e gli avvistamenti, più o meno attendibili, si succedono. C’è chi dice di averlo visto dormire nella cabina del piroscafo in direzione Napoli; nell’aprile 1938, un’infermiera affermerà di averlo incontrato nel capoluogo campano tra il Palazzo reale e la Galleria. A sostegno dell’ipotesi della scelta di entrare in convento, un avvistamento del 1938 da parte di un padre gesuita secondo cui lo scienziato avrebbe chiesto asilo in stato di grande agitazione presso la chiesa del Gesù Nuovo a Napoli facendo perdere le proprie tracce dopo il rifiuto a causa di difficoltà burocratiche. Senza esito la richiesta della famiglia al pontefice per accertare la veridicità della presenza di Majorana in qualche struttura religiosa. Anche Mussolini venne coinvolto nelle ricerche dietro intercessione di Enrico Fermi e da questi convinto a offrire una ricompensa di 30 mila lire: «Voglio che si trovi!» avrebbe scritto a matita rossa sul dossier Majorana.
Tra le altre ipotesi, quella del rapimento da parte di una potenza straniera legato alle ricerche di Majorana, che avrebbero portato alla costruzione di un’arma atomica: se ne trova traccia nel carteggio del 1944 tra Mussolini e Filippo Anfuso, ambasciatore a Berlino della Repubblica di Salò, riguardo uno scienziato italiano che insieme con un’equipe di studiosi tedeschi avrebbe condotto ricerche su un’arma segreta. Anche quest’ipotesi cadde però nel vuoto, mancando riscontri immediati. A questa fece seguito solo la rivelazione della Gazzetta di Losanna, nel 1946, di un tentativo sovietico di venire in possesso dei quaderni di Majorana.
Un’esistenza sospesa, quella del fisico, nato a Catania in via Etnea il 5 agosto 1906. Una delle menti più geniali e controverse del panorama scientifico italiano, personalità irrequieta e complessa, Majorana potrebbe aver deciso di scomparire a seguito di una crisi legata all’utilizzo a scopo bellico dei suoi studi sulla fisica nucleare. A riguardo, Fermi affermò: «Se Ettore, con la sua intelligenza, avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, ci sarebbe certamente riuscito». Sul movente dell’allontanamento volontario, anche i familiari non sembrano avere certezze: «Non ho prove certe, essendo nata molto dopo la scomparsa, ma probabilmente c’è una componente legata alla sua esperienza scientifica. Ritengo, comunque, che la figura di Ettore Majorana debba essere ricordata non solo per la sua scomparsa ma anche e soprattutto la sua grande e importante attività di scienziato le cui scoperte hanno anche oggi un grande valore e una grande importanza nel mondo scientifico e non», osserva Elena Majorana.
Il caso torna alla ribalta il 15 febbraio 2008, con la telefonata alla trasmissione Chi l’ha visto? di un uomo che sostiene di aver incontrato Ettore Majorana con una nuova identità. Francesco Fasani, emigrato in Venezuela, racconta di esser certo che il signor Bini, residente a Valencia tra il 1955 e il 1959, fosse Majorana. Bini era «un uomo di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Capelli bianchi di chi aveva avuto i capelli neri. E si vedeva dal fatto che portava sempre l’orologio sopra la camicia e per lavarsi le mani si apriva le maniche della camicia e aveva i peli neri […]. Poteva avere sui 50-55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta». E non avrebbe amato le foto, tanto da non lasciarsi fotografare se non in un’occasione, il 12 giugno 1955. «Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia […]. Siccome qualche anno fa hanno parlato di Majorana a Chi l’ha visto? sapevo che se non trovavo questa foto non potevo dire nulla. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare».
È la svolta. Sulla pista indicata da Fasani, la procura di Roma aprirà nel 2011 un fascicolo del quale in questi giorni giunge la richiesta di archiviazione del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, a seguito degli accertamenti dei RIS di Roma. Tra la foto del signor Bini e le immagini del fisico appare «perfetta sovrapponibilità delle immagini addirittura nei particolari anatomici quali la fronte, il naso, gli zigomi, il mento e le orecchie, queste ultime anche nella inclinazione rispetto al cranio». Positivi anche i riscontri con le immagini del padre di Majorana, Fabio Massimo, e del fratello Luciano. Nessuna informazione però sul destino successivo di Bini per l’impossibilità per l’autorità giudiziaria di svolgere accertamenti per «riscontrare eventuali tracce della presenza» in Venezuela. Cauta la reazione dei parenti al riguardo: «Per il momento – commenta Elena Majorana – mi riservo una “sospensione di giudizio” poiché non ho ancora avuto modo di leggere la sentenza né di vedere quali siano gli elementi in possesso della magistratura e delle analisi dei Ris».
Il 17 marzo 1981, Ettore Majorana è un senza fissa dimora ospite di un convento di Roma: ad affermarlo con quasi assoluta certezza è un regista che preferisce rimanere anonimo, intervistato da La Sicilia. Lo avrebbe incontrato in diverse occasioni, la prima sugli scalini dell’Università Gregoriana: «Sono stato tra i collaboratori più vicini di monsignor Di Liegro – racconta – e con lui abbiamo incontrato Majorana». Il testimone, in una discussione avuta con un ragazzo durante il giro notturno per assistere i senzatetto esclama: «Non sarà mica il teorema di Fermat!» facendo riferimento al rompicapo scientifico del 1600 risolto nel 2000. «A quel punto un senzatetto – ricorda – si girò e mi disse: “Non è un teorema, perché la dimostrazione non l’ha ancora data nessuno. È una congettura”. Gli chiesi cosa ne sapesse e disse che lui aveva la soluzione. Capii che non era il solito senzatetto. Gli chiesi di farsi trovare la sera seguente perché volevo farlo incontrare con don Di Liegro».
La sera successiva, l’incontro. Di Liegro sceglie di incontrare da solo l’uomo e per mezz’ora parla con lui prima di allontanarsi. Al suo ritorno, la rivelazione: «Dopo un’ora e mezza tornò e disse: “Sai chi è quel senzatetto? È il fisico Ettore Majorana, quello scomparso. Ho telefonato al convento dove era ospite e mi hanno detto che si era allontanato. Ora ce l’ho riportato”. Non mi ha mai voluto dire quale fosse questo convento, ma dal tempo che è stato assente ho pensato si trovasse ai Castelli Romani». Majorana sarebbe scappato per una crisi di coscienza collegata all’intuizione che i suoi studi avrebbero dato vita all’atomica. Aveva quindi scelto di essere dimenticato, preferendo la vita in un monastero napoletano prima e romano poi; a prova dell’identità una cicatrice sulla mano destra dell’uomo. «Chiesi a don Luigi – conclude il testimone – di riferirlo ai parenti di Majorana, ma lui disse che non potevamo. Io per anni ho provato a tornare sull’argomento, ma don Di Liegro, che non lo riferì a nessuno, non voleva saperne e mi raccomandò di tacere. Mi disse di farlo per almeno 15 anni dopo la sua morte, avvenuta il 12 ottobre 1997. Ormai il tempo è passato».

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Redazione

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