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Dossier Mitrokhin, l’insabbiamento di Stato!

Parla il Presidente della Commissione Paolo Guzzanti


Autore del libro “Il mio Agente Sasha”, Paolo Guzzanti continua a fare chiarezza su uno degli insabbiamenti più vergognosi operato dallo Stato italiano e ci svela anche un incontro particolare a Budapest… e oltre l’assassinio di Litvinenko, le ombre tra KGB e BR, l’agenda rossa di Borsellino.

 

Ci sono dei documenti spariti del dossier Mitrokhin, di cui tu fosti Presidente della Commissione d’inchiesta. Riferendomi al tuo sospetto, puoi farci i nomi papabili di chi fece sparirli?

«La lista degli agenti che lavoravano per l’URSS in Italia è chiamato “Il dossier Mitrokhin”, perché è quello che scrisse il maggiore dell’Armata Rossa Vasilij Mitrokhin quando fuggì in Inghilterra dopo la caduta del regime comunista. Furono i servizi segreti inglesi (Mi6) a consegnare per circa due anni ratealmente delle schede informative al Sismi Italiano, ma non tutti i nomi sono in chiaro. I più importanti sono indicati con un soprannome di codice. Gli inglesi non li hanno mai dati però per due volte hanno messo a disposizione lo stesso Mitrokhin, finché non morì».

Metterlo a disposizione che significa?

«Mitrokhin conosceva la vera identità di tutti i coinvolti, ma quando si offrì di venire in Italia per svelare le identità, i nostri servizi segreti lo rifiutarono. È chiaro che il Sismi doveva coprire un sistema di Governo degli anni precedenti. La parola d’ordine era trasversale: nessuno, non solo i comunisti, voleva che si scoprissero gli altarini dei rapporti con i russi durante la guerra fredda, democristiani e socialisti in testa»

Dunque le schede arrivavano ratealmente, e quando chi sapeva i nomi si offrì , fu rigettato. Cosa fece la Commissione Mitrokhin di cui eri Presidente?

«Queste schede venivano consegnate per operazioni di Intelligence e non per portare prove in tribunale. Le stesse, piuttosto che essere utilizzate a questo scopo, grazie alla nostra inchiesta, furono murate abusivamente, messe in una cassaforte di un edificio fabbricato appositamente senza connessioni con l’esterno, nelle caserme del Sismi, per non essere usate. Da lì la nostra inchiesta: chi e come mai avevano ordinato di fare questa operazione? I colpevoli erano i dirigenti del Sismi di allora. Io andai anche alla Procura della Repubblica di Roma per denunciare i “colpevoli”, ma la Procura di Roma derubricò a irregolarità amministrative e tutto finì nel nulla».

E di cosa veniste a capo?

«Scoprimmo allora che a monte di questo invio da parte del Mi6 sulla base di un accordo di governo tra quello italiano e quello britannico, vi era stata una scrematura: risulta con evidenza che l’invio di queste schede fu deciso prima che fossero inviate. Gli inglesi dissero all’Italia che avevano tutti i nomi, ma non volevano creare problemi, sicché chiesero quali preferivano, dato che non avevano obbligo di inviarle tutte».

Questo è il tipico caso italiano, dove tutto si complica?

«Ciò che è importante è che il dossier Mitrokhin non era solo per l’Italia ma anche per tutti gli altri paesi dove v’erano state rivelazioni. I vari servizi segreti degli altri stati coinvolti indagarono, ma non accadde nulla, a differenza dell’Italia, dove scoppiò la bufera».

Cosa accadde nello specifico?

«Bisogna partire dalla lacerazione del Partito Comunista Italiano al proprio interno, diviso tra l’ala vicino al KGB e quella vicino alla CIA, cioè l’ala filo americana guidata da Giorgio Napolitano. La bufera avvenne con l’annuncio della pubblicazione del libro “L’Archivio Mitrokhin”, (in Italia tradotto e edito da Rizzoli tra il 1999 e 2000). Esplose un putiferio. I comunisti iniziarono ad accusarsi tra loro, tanto che D’Alema suggerì di fare una commissione d’inchiesta parlamentare proponendo Cossiga come Presidente. Però quella legislatura finì nel 2001, e non se ne fece nulla».

Dunque rientra in campo Berlusconi?

«Anche altri partiti fecero proposte. Da Forza Italia, ricevetti la proposta di candidatura al Senato per poter partecipare ad una eventuale Commissione di Inchiesta. Accettai e dopo un anno fui eletto Presidente della Commissione Mitrokhin. Alla prima seduta il presidente fu il più anziano, Giulio Andreotti che indisse le elezioni che mi videro eletto.

Andreotti era il più anziano e il più assiduo, era sprezzante e molto ostile alla commissione, giocando di fatto coi comunisti. La Commissione era composta da 20 deputati e 20 senatori, che rappresentavano tutti i partiti dell’epoca. Lavorammo per due anni più due, perché fu prorogata e contrariamente a ciò che fu detto, presentò votata a maggioranza un risultato finale della nostra inchiesta. Avanzando ancora tempo, decidemmo di affrontare altri casi dove era presenta l’impronta sovietica».

Ma allora, chi era realmente Litvinenko e quale il suo ruolo al quale dedichi il libro?


«Era un bravo ragazzo, che fuggì a Londra nel 2000 con moglie e figlio entrando a far parte della comunità dei “russi sul Tamigi”. Aveva lavorato come tenente colonnello del Kgb, poi nel Fsb, con operazioni contro la criminalità comune. Era una brava persona e quando in Russia i suoi superiori gli commissionarono un omicidio, si ribellò pubblicamente, fu arrestato, portato in prigione. Era al corrente non soltanto della presenza di vere spie, ma degli agenti di influenza, che non erano solo banali spie, ma anche di persone che influenzavano il Governo italiano.

Venimmo a contatto con lui tramite la comunità dei fuggiaschi russi a Londra, cui il capo era Viktor Suvorov, nonché generale del GRU (il servizio segreto militare sovietico n.d.r.). Ci aiutò molto a capire cosa stava accadendo della Russia di oggi, dove il nuovo KGB putiniano era ostile all’inchiesta del parlamento italiano. In Italia i giornali erano quasi tutti preventivamente ostili alla Commissione, i tg ignoravano tutto, finché nel 2006 con la fine della legislatura, la Commissione fu sciolta a termini di legge e tutto fu insabbiato. E fu allora che Litvinenko fu avvelenato col Polonio 210».

Chi lo avvelenò?

«L’ Mi6 prelevò una quantità di urina da far analizzare dai laboratori militari nucleari e solo allora si scoprì che il giovane ufficiale era stato avvelenato col Polonio 210, che era utilizzato solo in Urss per innescare le bombe atomiche. Quello poteva venire soltanto dai laboratori sovietici, ed era così. Nacque uno scontro violento tra Tony Blair e Putin di cui nessuno in Italia volle dare notizia.

Blair alzò in volo i suoi caccia, e Putin a scopo dimostrativo i vecchi bombardieri arrugginiti Tupolev con le bombe atomiche. Fu in quel momento che il governo inglese su territorio inglese scoprì che un suo cittadino (Litvinenko divenne cittadino inglese il giorno che morì) era stato ucciso da un’arma nucleare portata da un paese straniero. La storia si è ripetuta mesi fa con nuove tensioni tra i due paesi».

E i nomi a questo punto?

«I nomi reali pertanto non li abbiamo, li hanno forse gli inglesi, ma loro sono strettissimi sulle procedure diplomatiche. Il Governo italiano con D’Alema aveva Mattarella come sottosegretario della presidenza del consiglio con delega ai servizi segreti. L’ho sentito in Commissione per due giorni. Non ne uscì nulla».

Come procedeste?

«Venne a Roma il capo del Kgb, che ci disse che Mauro De Mauro era un agente sovietico che fu ucciso dagli americani. C’era la fila davanti all’ambasciata russa. La cosa importante fu che gli esponenti comunisti erano pregati di non impicciarsi nella residentura romana del KGB.

Un’altra bufera si scatenò non solo tra i comunisti ma anche nel partito socialista e nelle dc. Questo spiega perché se si va sul sito del Senato per consultare i documenti liberi sulla vicenda Mitrokhin, li si trova inaccessibili, il sito sempre in manutenzione.

Non esistono documenti segreti della Commissione Mitrokhin. E questo è importante ricordarlo perché c’è una letteratura falsa che asserisce la segretazione dei documenti. Ma non è vero: non ho potuto rendere pubblici i documenti già segreti che erano proprietà degli enti che li avevano prestati in visione al Parlamento. Potevo vederli ma dovevo mantenerli segreti per transizione.

Si potevano visionare i documenti già segreti, ma nulla si poteva testimoniare. Dalle due volte che Mitrokhin voleva venire in Italia ai divieti di divulgare ciò che era trasparente. Questa era stata una forma di tradimento».

Questo tradimento avviene nel momento in cui Berlusconi stringe amicizia con Putin?

«Non precisamente. Credo che il suo rapporto speciale con Putin risalisse alla storica riunione del 2002 a Pratica di Mare con tutti i grandi della Terra, dove Berlusconi dichiarò conclusa la Guerra Fredda e fece stringere le mani a Bush e a Putin. Ma ottimi rapporti li aveva già anche Romano Prodi, con Putin. [È il 7 maggio 2002 che la Commissione parlamentare di inchiesta Mitrokhin viene istituita con la legge n.90]»

 

KGB, CASO MORO, BRIGATE ROSSE – Tu hai riaperto e stimolato l’interesse su questo bug italiano, con il libro “Il mio agente Sasha”. Ma nonostante ciò, a tutti i costi il dossier Mitrokhin continuò ad essere insabbiato. Chi aveva o ha paura e di cosa?

«C’era non solo paura, ma anche imbarazzo. La questione non riguardava solo i comunisti. Ma anche l’interesse politico di Berlusconi che aveva un legittimo interesse a trovare tutti i comunisti che avevano collaborato col kgb. Ma il quadro era molto più complicato di come si può pensare.

Mi resi conto che la Cia voleva il compromesso storico, come si legge nei documenti raccolti da Molinari: gli americani volevano i comunisti al governo a condizione che Berlinguer rompesse con Mosca, tanto che i russi tentarono di ucciderlo in Bulgaria, Moro che era il garante di quell’impegno fu ucciso dalle Br proprio per questo motivo. E qui ti racconto come andarono le cose un giorno che fummo invitati in Ungheria.

Andai con la Commissione a Budapest nel dicembre del 2005. Fummo accolti con molta ospitalità dalla procura generale di Budapest che ci raccontò come si muoveva il terrorista Carlos, che sta scontando due ergastoli a Parigi.

Carlos faceva la sua attività di terrorismo da Budapest con residenza, coperto dalla Stasi tedesca e del Kgb e li, a Budapest andavano un gruppo delle Br, uno era certamente Antonio Savasta.

Il procuratore generale al meeting fece portare da un maggiore dei servizi segreti ungheresi una valigia di cuoio verde con tutti i documenti sui rapporti tra Br e Kgb, provando l’appartenenza di alcuni terroristi rossi al Kgb, però non potevano darli senza l’autorizzazione dei russi di quell’epoca ma anche di oggi perché c’è un trattato che vieta di divulgare documenti dell’epoca senza l’autorizzazione.

Li abbiamo visti, ma non li hanno consegnati. Toccammo gravi e delicati momenti della nostra storia, come l’attentato al Papa, dove chi stava vicino a chi sparò era Antonov capo del servizio segreto Bulgaro. In commissione c’era anche il palermitano Fragalà, che fu ucciso con metodologie né mafiose, né casuali: a sprangate da un motociclista.

Quel libro (Il mio agente Sasha n.d.r.) non ebbe fortuna, nonostante c’è tutta la verità. Motivi di editoria certamente, perché devono guadagnarci. Lo avranno letto 1000 persone, tutto finisce lì! Non gliene frega a nessuno. Oggi ancor di più, che gli italiani putiniani, dunque M5S – Lega e Berlusconiani, sono in maggioranza. Quindi non è possibile fare nulla. Per chi ha meno di 30 anni… ancora peggio».

Me ne sono accorto. Ogni volta (almeno quattro) che ho invitato a presentazioni e dibattiti sulla questione e citando il tuo libro, l’unica cosa che la maggior parte degli astanti ha saputo dire è sempre e solo “Falcone vittima della mafia” o “questo è uno stato fascista”. O ancora una serie di critiche ai politici delle città dove ho proposto questi dibattiti, che però con gli stessi vanno a braccetto, e altra serie di cazzate per innalzare il loro narcisismo. Quel narcisismo che con la sinistra e col comunismo che sbandierano non ha nulla a che vedere.


«Bisognerebbe fare prima un corso di storia e poi organizzare il dibattito. Bisognerebbe ricordare ad esempio, che due testimoni dell’attentato a Falcone sono morti, Cossiga e Andreotti, e altri due sono vivi, il Procuratore generale Stepankov e Yuri Adamishin ambasciatore sovietico a Roma, amico stretto di Cossiga, che sapeva tutto. La verità Cossiga l’ha scritta in maniera molto blanda e velata invece in una sua biografia.

Falcone non era più un procuratore e si faceva aiutare dal suo amico Paolo Borsellino. Si trattava del riciclaggio del tesoro del Pcus e del KGB in Italia. L’idea di utilizzare Falcone per una operazione diplomatica era stata di Andreotti, perché i russi erano furiosi perché il governo italiano faceva finta di non vedere quello che succedeva. Cossiga chiese a Falcone di occuparsi in via non ufficiale dell’inchiesta sui fondi del Pcus e del Kgb riciclati in Italia da Cosa Nostra. Falcone si gettò nell’inchiesta segreta, ma senza essere procuratore.

È probabile che nell’agenda rossa di Borsellino ci fosse tutto quanto Falcone sapeva. Lo stesso Falcone ottenne da Andreotti un lascia passare diplomatico».

Questo è uno scoop: l’agenda rossa di Borsellino, era piena di informazioni sui rapporti tra KGB e Br?

«Quando andai a Palermo, quando uccisero Falcone, vidi che che non c’era alcun voglia di indagare. Si doveva dire in coro che Cosa Nostra aveva ucciso Falcone per antico odio. La mafia non dà mai premi Oscar alla carriera. Perché le procure di Catania, Palermo o Caltanissetta non hanno provato un minimo di curiosità per questi eventi e non andarono oltre?»

Hai temuto per la tua vita?

«Una sola volta. Mi fu raddoppiata la scorta. Conclusasi una conferenza a Civitavecchia, trovai due auto della finanza e uomini col mitra, che mi scortarono.

Avevano arrestato, su indicazione di Litvinenko, due ucraini con una Bibbia scavata con dentro una granata per far saltare un palazzo o una macchina blindata. Si era sparsa la notizia dell’attentato contro di me. La Bibbia arrivava a Napoli da Kiev, per mano di uno dei due ucraini».

In questo nuovo governo, potrebbe riproporsi una commissione per un eventuale caso simile al Dossier Mitrokhin?

«Non lo so. Non vedo similitudini con il dossier Mitrokhin, la Storia non si ripete».

 

La foto riprendente Paolo Guzzanti, Salvatore Massimo Fazio e Massimo Celani è di Santino Cundari.

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".
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