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Cosa può fare la politica per ridare linfa all’economia post Covid-19?

Con l’emergenza pandemica ormai alle spalle, è tempo di lecite riflessioni. Con una premessa: la situazione economica, nel mondo, è drammatica. La Cina, che negli ultimi anni ha portato una crescita economica spaventosa in tutto il mondo, ha registrato una contrazione. Europa e Usa, invece, sono caduti in recessione. Per i mercati è una questione importante: fino ad oggi la politica ha fatto da sparring partner, ma ora dovrà mettere in campo strategie e operazioni pragmatiche per sostenere un impatto dalle proporzioni abnormi. Quel che è certo è che i governi metteranno in campo tutti i loro sforzi per far fronte alla emergenza, e per far sì che la ripresa avvenga, veloce e lineare, nel minor tempo possibile. Ci riusciranno? Se sì, quanto spazio di manovra avranno i legislatori per sostenere una ripresa rapida, dal punto di vista dei mercati?

Le premesse, perlomeno, sono state positive: la politica ha risposto immediatamente per salvare l’economia, con misure rapide ed estensive. I governi, la cui lentezza è nota, hanno organizzato piani d’aiuto di grandi proporzioni per supportare le proprie economie. Le banche centrali hanno invece aperto i cordoni della borsa per i mercati e la fiducia dei creditori. Fin da subito, si è visto, sono aumentate le risorse sanitarie e del welfare, spese che peseranno sui bilanci di molti stati. Investimenti dovuti all’emergenza, ma da cui potrebbero nascere nuove possibilità per l’ormai in corso fase 2.

Per i prossimi mesi una possibilità potrebbe essere quella di trasferire direttamente denaro ai cittadini, come già fatto dagli USA. Nel frattempo, in molti paesi comincia ad avanzare l’idea di un salario universale di base: ci pensano concretamente Finlandia ed Olanda. Si tratta, in questo caso, di una politica che metterebbe a libro paga tutta la popolazione. Una soluzione senz’altro efficace per la fiducia dei consumatori, ma non priva di effetti collaterali. Il più evidente di tutti: l’incapacità di distinguere tra beneficiari, ragion per cui anche i meno bisognosi riceverebbero incentivi. Si tratta, poi, di strategie che non assicurano affatto un rendiconto.

Altra via da battere, quella dei classici investimenti pubblici: con interessi bassi sul debito, si potrebbero aprire opportunità di aumento di spesa in infrastrutture. O ancora, al contrario: i salvataggi pubblici (i cosiddetti bail out), strumenti utilizzati da gran parte degli Stati per sostenere, con liquidità, le piccole aziende. Ma anche le aziende più grandi: si pensi, in Italia, al settore turistico. Tutte strategie potenzialmente utili, ma da dove prendere le risorse?

Se c’è una cosa che la pandemia ha insegnato, questa è che le catene di valore sono troppo lunghe e troppo dislocate: per questo i governi del mondo potrebbero finanziare risorse per le filiere locali, come già fatto dal Giappone, che ha messo a disposizione fondi per localizzare parte delle proprie attività. Una pratica che potrebbe presto esaurirsi, aprendo ad un’altra situazione: ridefinire i modi di gestione del debito pubblico, destinato a crescere. Chi pagherà queste misure? La loro parte, quantomeno nel primo periodo, dovranno farla privati e imprese. E nel frattempo molti governi dovranno continuare a pensare alla propria ripresa economica.

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Redazione

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