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Con “L’anno che Bartolo decise di morire”, Valentina Di Cesare scava nelle profondità individuali e relazionali del reale

La scrittrice abruzzese col suo nuovo pubblicato da Arkadia editore, sferra un colpo basso al fittizio perbenismo

La bellezza delle amicizie individuali, che non si smarrisce, nonostante la superficialità o l’inettitudine di alcuni membri di un gruppo. Poi metti che il gruppo è una piccola realtà di provincia, dove tutti si conoscono o per lo meno sanno chi sono. C’è una figura chiave, che in modalità ermetica, a tratti ironica e provocatrice, comunicherà agli amici del protagonista, che fine abbaia fatto lo stesso.

Con questo breve cappello avrei detto tutto quanto il nuovo romanzo di Valentina Di Cesare mi ha comunicato. È però doveroso rispettare chi segue la nostra rubrica, pertanto un tentativo di migliore articolazione, non mi vergogno a dirlo: sperando di esserne all’altezza, del messaggio dell’autrice in quota Arkadia Editore.

La sedia di lillà

L’anno che Bartolo decise di morire pubblicato lo scorso 11 aprile da Arkadia Editore è il secondo romanzo di Valentina Di Cesare.

Libro a tratti sobrio, che affronta la tematica esistenziale del peggiore dei mali che attanaglia l’uomo: la depressione. Non c’è da preoccuparsi, non ci troviamo infatti un libro che sprofonda nell’angoscia, più di quanto ognuno di noi possa viverla per qualsivoglia motivo personale, ma da dire che ad un certo punto, proprio ciò che sta alla base del ‘male oscuro’ (giusto per ricordare Giuseppe Berto che trattò nel lontano 1964 il tema in questione), cioè la rabbia.

Non confondetevi mai: alla base della depressione non sta la tristezza o l’angoscia, queste sono conseguenze, e neppure lo spleen di baudleriana memoria, quello è il malessere di vivere, altra conseguenza, emergerà nel momento in cui il protagonista, Bartolo, chiamerà a raccolta i suoi più intimi amici, quelli di una vita, per svelare loro un arcano scoperto qualche istante prima e che coincide con una notizia pubblicata nel quotidiano locale e che riguarda un membro del gruppo, Lucio, che qualche giorno prima si è tolto la vita proprio come la descrive Alberto Fortis nella canzone “La sedia di lillà”.

L’involuzione di Bartolo

Ma è tutto? No! Per nulla. Sarebbe una povera disamina iniziale e poco concreta. Il mistero più grande di questo romanzo, incrocia diversi malesseri delle persone del paese dove è stato ambientato ciò che fortemente vi consiglio di leggere. Lo scorrere quotidiano di Bartolo, della sua vita che sembra serena, del buon lavoro, del suo amico ‘il maestro’ Nino, maschera ciò che sta per verificarsi. C’è che improvvisamente il modus comportandi del protagonista, inizia a mutarsi, nonostante gli amici sono presenti, o la stampa nazionale che incontra al bar lo solleciti senza accorgersi di nulla.

Lucio e la ludopatia

Forse il solo Giovanni percepisce qualcosa, ma in maniera superficiale. E anche Lucio si rivelerà profeta nell’aver colto un abbassamento del tono dell’umore. Gli altri, a mio parere, non sono da meno, ma hanno da fare i conti con le proprie vite, come l’esempio che riporto del barista Renzo, amico che non si fa scrupoli nel lasciar ‘rovinare’ ludopaticamente, anche gli amici di questo non proprio forte nucleo. Potremmo dargli torto? Non lo so, ma spetta sicuramente al lettore, interpretare il quesito che la Di Cesare, pone attraverso la sua stimolante narrazione di eventi e fatti.

Bartolo ha deciso di morire

Che Bartolo decise di morire in un determinato anno, viene ricordato sin dal titolo. Che lo stesso si impegna a riflessioni sugli accadimenti, tra questi il fallimento di un azienda che inginocchia tanti lavoratori, è palesemente esposto in ogni capitolo, senza mai sfiancare il lettore, anche il meno attento, anche colui che è preso da certuni pensieri in cui incorre nel rischio di rispecchiarsi.

Il potere

La canagliata di una famiglia è altro momento chiave di questo romanzo e in questa vile situazione il buon Lucio, viene colto da una profezia , forse perché ne è dentro fino al midollo, come vogliono far credere in molti (vox populi vox dei non è per nulla un proverbio corretto che lascerei piacevolmente a mistificatori del ‘nullessere’), forse perché proprio non c’entra nulla e i potenti, o coloro che hanno seguito di masse indegne decidono di ‘sciacalleggiare’ contro una salma. Di tutto ciò, la sensazione di colpa nel non esser intervenuto prima, segna per sempre la caduta vero l’abisso di Bartolo.

Valentina Di Cesare è schietta

L’autrice in L’anno che Bartolo decise di morire, segna il profilo emotivo che improvvisamente un uomo può trovarsi, senza riuscire a riprendersi nonostante provi a risolvere un enigma, a subire e che non lo lascia più sereno. Il tutto senza insorgere di nevrosi o di perdita delle staffe, accettando senza scampo anche la superficialità e l’ “inedia” di quelli che ha sempre considerato il nucleo più importante: l’amicizia. Libro che pone interrogativi importanti e che ad un certo punto mi ha spinto a chiedermi sin dove sta il limite, reale, tra l’essere una persona per bene o un disinteressato anche alla marcia in più che sarebbe rappresentata dai rapporti relazionali che ci alimentano per il nostro percorso su questa terra. L’anima, è seriamente messa a rischio da ipocrisie e ignoranze sociali? Si, per me.

 

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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