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Seltz Simone e Sale

Ecco come (e dove) saremo davvero tra 30 anni. Altro che Faceapp

Facebook è diventato l'estensione social di Villa Serena: tutti con i selfie da vecchi di Faceapp, ma dietro il giochino c'è qualcosa in più

Lo vedete questo piacente (e dai, ammettiamolo) signore che si spara un selfie dall’alto? Sono io. Da vecchio. L’ennesimo anziano che vi compare davanti lo schermo questa settimana. E sai che novità! Tutti sono stati contagiati dalla mania Faceapp, l’applicazione che vi permette di invecchiare i vostri selfie (vi permette di fare anche altre cose, come mettere la frangetta a ogni faccia, ma la frangetta fa schifo a tutti e nessuno ha avuto il coraggio). E così Facebook è diventato l’estensione social di Villa Serena.
Non si vedevano così tanti anziani ammiccanti dall’ultima puntata del trono over di Uomini e Donne.

La foto che vedete in apertura non è stata scelta a caso.

Mi sarebbe piaciuto apparire come uno di quei sessantenni che ha ancora qualcosa di sexy da sussurare, uno come George Clooney. E invece eccomi già col maglioncino che fuori fa freschetto. La foto, un selfie dall’alto, rappresenta però la perfetta contraddizione che si sta consumando sui vostri (nostri) profili.
Perché, in fondo, siamo gente strana: ci facciamo le foto dall’alto per sembrare più magri, stendiamo le braccia come fossimo insegnanti di pilates pur di consegnare alla rete la versione migliore di noi. Per trovare l’app di foto-ritocco che ci leva le occhiaie abbiamo scandagliato il deep web prendendo lezioni da hacker russi. Abbiamo più filtri di J-Ax. Ci abbiamo messo anni a perfezionare la posa migliore: quella di tre quarti, con lo sguardo che va verso l’orizzonte come se la cosa non ci riguardasse, il telefono su, la luce del tramonto. Ci sono venuti i crampi per apparire più giovani, freschi, levigati. Abbiamo pagato la vanità con la Voltaren. E adesso, cosa facciamo? Prendiamo un selfie, lo imbruttiamo, ci tempestiamo di rughe, ci ingialliamo i denti e lo mostriamo pure? #matterisate.

La gente che usa Faceapp si divide in due.

Ci sono quelli che la prendono alla leggera, che postano la foto orgogliosi con 27 faccine che ridono con le lacrime. E poi ci sono quelli a cui salta un battito quando Faceapp gli sbatte in faccia il risultato del selfie da vecchio. Io sono uno di questi. Mi è salita, su dalla pancia, una botta di ansia che è diventata inquietudine. Poi angoscia. Poi tristezza. Poi tutta la discografia di Michele Zarrillo a volume 37 mentre riflettevo sul senso della vita. Somiglio a mio padre. Somiglio a mio nonno. Chissà come sarò tra trent’anni. Dove sarò. Cosa farò. “E ti racconto di me – di lei – ma chi – se ne frega ma si – doveva andare andare così…” (Zarrillone, nostro…).

In fondo, questo piccolo giochino, ci ha dato la possibilità di dare uno sguardo alla prossima generazione di nonni, tatuata e con la bocca a culo di gallina. Un bel cambiamento. Ma quante cose cambieranno, davvero, quando saremo le persone di quei selfie?

Come sarà il mondo tra trent’anni?

Trent’anni fa, quando pensavamo al futuro immaginavano macchine volanti. E invece siamo tornati alla bici e ai monopattini (elettrici). Certo, di cose ne sono cambiate: nel secolo scorso c’era ancora il razzismo. Si ergevano muri. Le donne venivano discriminate, guadagnavano meno, avevano paura ad uscire la sera. Si parlava di fascismo. Il pianeta si scioglieva. C’erano i dittatori. Si moriva per la religione. Ma per fortuna di tempo n’è passato, ora tutto questo non ci riguarda più. Per niente. Affatto. Manco di striscio. Il mondo intero è estraneo a questi concetti arcaici. Mancano solo le auto volanti, ed è fatta! Il futuro è ora!

Come passa il tempo quando ci si diverte. E facciamoci un selfie, dai!

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Simone Rausi

Belle camicie e brutti tagli di capelli dal 1986. Scrive storie. Ascolta musica orribile. Guarda troppe serie tv. Ha scritto per radio, tv, pubblicità, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale. Il suo ultimo romanzo, Libera per tutti, ha un cactus che vola in copertina. Leggerezza. Ma con le spine.

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