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Come risollevare la Sicilia? Risponde Caserta

Uno degli argomenti più discussi degli ultimi tempi è la questione della gestione delle risorse per il rilancio del nostro Paese. Per il governo è un’enorme responsabilità decidere come impiegare i fondi Europei che, di fatto, dovranno essere restituiti. A quasi un anno dall’inizio della pandemia possiamo dare un giudizio su come quest’ultima è stata gestita e su come meglio si poteva fare.

Ne abbiamo discusso con il professore Maurizio Caserta dell’Università di Catania, dipartimento di Economia e Impresa.

L’Europa attraverso il recovery Fund prevede finanziamenti per lo più per progetti ad emissioni zero. Infrastrutture come il ponte sono escluse dalla progettualità. Secondo lei, a livello di infrastrutture, su cosa si potrà intervenire? Quali sono i progetti auspicabili per il sud ed in particolare per la Sicilia?

«Le opzioni di intervento sono tantissime. Se ci limitiamo alla Sicilia, il ponte ha acquisito una figura quasi mitologica per i siciliani, il che lo rende inadatto a essere discusso con gli altri progetti poiché l’esperienza degli ultimi decenni dimostra che non si è mai arrivati a nulla. Ci terrei a precisare inoltre che il ponte non è ciò che può cambiare le sorti della Sicilia. Ciò che potrebbe davvero dare dei notevoli benefici alla nostra regione è un’infrastruttura interna molto più intensa e ben fatta di quella che c’è in questo momento. I tempi di percorrenza da un lato all’altro della Sicilia sono davvero imbarazzanti».

«Dei progetti che potrebbero portare un beneficio nella nostra regione sono innanzitutto una buona rete ferroviaria, una migliore infrastrutturazione esterna, ovvero i porti. La lista è lunga, lo spazio d’intervento è grande nel nostro territorio e altrettanto necessario».

Dal recovery fund non si prevedono grosse cifre per le isole. Da un strumento come il react EU invece ci sarebbero grossi investimenti in entrata per l’Italia e per regioni come la nostra isola. Lei cosa pensa?

«Non abbiamo ancora piena contezza di quali saranno i progetti che si deciderà di portare avanti, è difficile dire come sarebbe meglio ripartire le risorse. Chiaramente percepiamo che un primo passo sarebbe quello di capire che abbiamo destinato poche risorse alla scuola e alla sanità in passato e forse adesso dovremmo rimediare. Se si guarda al sud, l’inefficienza delle infrastrutture scolastiche si traduce in abbandono e dispersione scolastica che soprattutto in Sicilia ha un tasso altissimo. Quindi, dato che adesso ne abbiamo l’occasione, occorre rimediare su questo fronte».

Ritiene che avremo la capacità di spesa necessaria a livello Nazionale e a livello Regionale?

«La risposta è no, per ovvi motivi, ma occorre attrezzarsi. C’è un’aspettativa fortissima da parte dell’unione nella gestione di questi fondi poiché al nostro paese è stato dato poco meno di un terzo dell’intero portafogli disponibile. L’Europa assume questo debito che poi dovrà essere ripagato, l’unico modo è impiegare tali risorse in maniera produttiva , la sfida è questa: costruire un pacchetto di interventi che sia capace di ripagarsi».

Secondo una sua analisi, come si è intervenuti fino ad oggi con i ristori e cosa si sarebbe dovuto fare? A Catania le cose come sono state gestite?

«Ascoltando gli operatori, nessuno si ritiene soddisfatto dell’ammontare dei ristori. Essi vanno sicuramente ricompensati. I ristori devono essere agganciati ai redditi dichiarati in passato, ma probabilmente non basta perché non ci sono risorse sufficienti.

«L’abilità dell’impresa sta proprio nel riuscire a resistere ed evolversi in qualsiasi situazione. I ristori non possono riportare le cose a com’erano prima, c’è anche un obbligo da parte delle imprese di ripensare sé stesse, in un contesto che sta cambiando molto velocemente, esse devono migliorarsi e adattarsi».

«Non sappiamo molto sulla gestione delle risorse a Catania. Bisogna riconoscere che la città non ha sviluppato reazioni pesanti alla spiacevole situazione nella quale ci siamo trovati. Questo è probabilmente dovuto al fatto che questa seconda fase non ha generato i danni che ci si aspettava. I servizi pubblici della città sono sempre stati carenti: negli ultimi tempi non abbiamo registrato cambiamenti in meglio, il territorio ha dimostrato di non avere la capacità di affrontare situazioni spiacevoli, né la capacità di intervenire per affrontare le crisi che si presentano».

Qual è un modello da seguire nella gestione della crisi e della pandemia a parer suo?

«È difficile dire quale possa essere un modello da seguire. In giro per il  mondo ci sono Paesi che hanno avuto performance migliori dal punto di vista della gestione della pandemia e paesi che ne hanno avute di peggiori. Basti pensare agli Stati Uniti, modello di efficienza e di libertà, che però ha sofferto tantissimo per la pandemia. La Svezia, altro modello di Paese, ha i dati peggiori in Europa adesso».

«Potrei dire che quei paesi che hanno attuato un modello vincente sono quelli che hanno affrontato la pandemia con estremo rigore. Uno di questi è l’Australia. Sembra che il contagio si sia ridotto a zero. Occorreva fare un intervento radicale, tagliare alla radice la capacità di diffusione. Questo è facile a dirsi dopo. Nel momento in cui decisioni di quel tipo vanno assunte, per molti sono eccessive perché danneggiano fortemente economia e società. Non credo che ci sia un modello universale da seguire: alcuni Paesi si sono dimostrati più efficaci, la Germania ad esempio, ha una dotazione sanitaria di gran lunga migliore, per questo è riuscita ad intervenire al meglio‘.

«Il modello migliore quindi è quello che ha investito sulle strutture sanitarie, non come in Italia dove adesso ci troviamo con le spalle al muro perché non abbiamo investito in passato nella sanità».

 

 

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