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Cluster Architects, quattro giovani architetti ad Atene. L’intervista

If You Want an Easy LifeDon’t Be an Architect” Zaha Hadid.

Più si amplifica la visione, più si restringe la parola.
Al-Niffari, sufi del IX secolo.

In un’epoca non certo clemente con i neo professionisti, ci sono storie dal gusto ancor più dolce perché compiute in terre sfortunate come la Grecia, paese non proprio modello di capacità occupazionale e imprenditoriale.

Il tutto poi acquista ancor più valore se trattasi di giovani architetti. Professione che spesso non gode del prestigio che merita. Questo proprio per la difficoltà del piccolo borghese di concepirne essenza ed utilità. Altro che “musica congelata” di Goethe o “arte sociale e umanistica” di Renzo Piano!

Ho avuto il piacere di incontrare quattro architetti ( www.cluster-architects.com ) che, dopo anni per la laurea, master all’estero e anni di esperienze lavorative in giro tra Spagna, Italia, Olanda e Lituania, hanno deciso di scommettersi aprendo uno studio nei pressi della centralissima piazza ateniese di Monastiraki prima, per poi trasferirsi a Kolonaki, l’equivalente dei Parioli romani per la capitale greca.

Sofia Zournatzidou, giovane architetto ateniese. I sogni, le paure, le speranze sono diverse in Grecia? Viviamo inoltre in un’epoca in cui viaggi reali e virtuali rendono il mondo sempre più piccolo. La globalizzazione offre a persone di tutto il mondo riferimenti comuni. C’è  differenza tra il cliente di casa tua ed il tedesco che vuole rinnovare il proprio appartamento a Santorini? Che momento attraversa l’architettura greca?

La vita di un architetto credo sia uguale ovunque. Molto tempo in ufficio, progettando tra delusioni e sogni. La differenza forse con gli architetti di altri paesi è la tipologia dei progetti. La maggior parte dei giovani studi di architettura qui in Grecia, in particolare della mia generazione, lavora specialmente a progetti di interior design, collabora con altri studi o partecipa a concorsi di architettura riguardanti edifici pubblici.

Penso che l’architettura, come professione, stia cambiando più lentamente rispetto ad altri campi ingegneristici. E ti dico perché: l’architettura è una scienza antropocentrica. I bisogni primari degli esseri umani rimangono gli stessi, indipendentemente dal tempo, dal luogo e dalla storia. Le persone avrebbero sempre bisogno di dormire usando un letto, mangiare usando un tavolo, lavorare ecc … Ciò che cambia è la tecnologia che gli architetti dovrebbero integrare nel loro design e nel budget del suo progetto.

Quando si tratta di clienti provenienti dall’estero, la differenza principale sta nel budget e nella maggiore fiducia riposta nel professionista.

L’architettura in Grecia negli ultimi anni è sinonimo quasi interamene di turismo. Ristrutturazione di alberghi esistenti, ville o case vacanze da rinnovare o costruire, bar e ristoranti. Ciò che manca qui in Grecia, è la pianificazione urbana, la progettazione di spazi pubblici…”

Andrius Raguotis, si parla tanto di “vision”, “living” o “concept”, sostenibilità, green living, avanguardia ecc ecc. Tante parole gonfie di aria e spesso incomprensibili per una professione che spesso vuole apparire come autoreferenziale. Cosa dovrebbe trasmettere ed a cosa dovrebbe asprirare?

“L’idea dell’architettura? Potrebbe suonare banale ma secondo me l’essenza dell’architettura (e degli architetti!) è quella di immaginare il futuro, il passo oltre il presente. Nel corso della storia, gli architetti sono sempre stati assoldati per costruire non solo qualcosa di straordinario ed unico ma anche per risolvere un problema. Naturalmente, è qui che entrano in gioco l’educazione e l’esperienza. Sulla base di ciò che già sai, di ciò che è già stato costruito, crei attentamente una soluzione.

L’aspetto più importante, su cui mi concentro, è lo spazio che è stato progettato. Che emozione porta ad un utente e che messaggio trasmette. L’evoluzione degli spazi e come le persone transitano da uno spazio all’altro. Immaginiamo di entrare in una chiesa. Sorge in noi una sorta di sentimento, una trasformazione dentro colui che ne varca la soglia. La cosa più importante è uno spazio di transizione: un confine. Ecco la definizione di architettura.

Hai fatto riferimento ad un altro argomento chiave, la sostenibilità. Una parola che sembra ronzarci intorno fastidiosamente, usata impropriamente e massicciamente. Un vecchio concetto da sempre sacrosanto, oggi rappresentato in modo distorto, volto a fatta apparire come nuova, originale un’idea antica quanto l’architettura. Il design sostenibile è presentato come qualcosa di non concepito dagli architetti prima d’ora. Al contrario io penso che la sostenibilità sia una base fondamentale dell’architettura di sempre. Quando viene descritto un buon esempio di architettura, gli argomenti come la durabilità, la multifunzionalità, la conformità all’ambiente, il rispetto dell’ambiente circostante, l’orientamento, la conservazione dell’energia sono i primi argomenti gettati sul tavolo”. Il Partenone ad esempio…quella si che fù sostenibilità.

Lora Zampara, ti occupi di interior design. Disciplina spesso bistrattata proprio perché usata ed abusata da chi pur non avendo acquisito alcuna competenza all’università o per concessione di Madre Natura, sposta mobili e dipinge pareti altrui per pochi spiccioli. Tu forse più di tutti saprai e dovrai interpretare ciò che il cliente richiede. In questa fase, la fase di approccio ed interpretazione della volontà del cliente: cosa o chi è l’architetto di interni? Psicologo, antropologo, freddo professionista, un ingegnere con vezzi artistici, un maniaco di particolari, uno stilista d’abitazioni, un mero interprete?

“Si, c’è un’idea molto vaga riguardo l’interior design ed il furniture design. Non temo quelle che tu forse consideri concorrenza; due mercati diversi che si incontrano quando siamo chiamati a riparare ciò che i non professionisti hanno goffamente compiuto. Chi si improvvisa interior design, spesso non ha nozioni di architettura e di ingegneria edile e concretamente non può ottenere ciò che si può realizzare dopo anni di studio, esperienza e ricerca. Persino il design dell’arredamento; concepire un tavolo, incastonarlo in un ambiente unico, studiarne i particolari, non è un lavoro che ci si inventa dall’oggi al domani.

Quanto al secondo punto, beh è un po’ tutto ciò che hai elencato. La maggiore difficoltà non sta tanto nel lavoro quanto nel definire vie comuni di linguaggio, intercettare visioni, tradurre desideri ed anche stati d’animo. Spesso l’aspetto più arduo è l’applicare (con criterio!) colori, materiali, luci ed oggetti a ciò che, spesso confusamente e tacitamente, viene esposto dal cliente in studio.

Si, siamo anche psicologi. Anche antropologi e sociologi. Cerchiamo di inventare uno spazio dove il cliente potrà vivere in futuro, in armonia con se stesso, con la propria famiglia o con i propri clienti ma anche con i tempi e l’ambiente circostante.

Ho scelto di prediligere l’interior dopo anni di architettura tradizionale perché oltre ad avere il forte desiderio di veder realizzare i miei lavori in tempi “brevi”, amo dar vita ad ambienti instabili, fluttuanti, vivi. Adoro creare concetti che quasi certamente avranno una vita propria col passare degli anni”.

Michalis Saplaouras. Architetto ma anche scenografo. A tal proposito trovo felicissima la frase del tre volta Oscar per la scenografia Dante Ferretti: “gli scenografi sono architetti di bugie”. Due campi che sembrano portare all’estremo concetti come “realtà” e “finzione”.

“Come non essere d’accordo con il grande Ferretti!? Certamente la scenografia può includere molte più informazioni di un progetto architettonico.

In particolare, quando progetti un set teatrale, devi considerare molti fattori ed incognite: l’opinione del regista, la sensibilità del pubblico. È tentazione, è adescamento, illusione, è atmosfera, è seduzione.

Sai però qual è il momento più emozionante?  Dopo lo spettacolo finale, l’intero set viene smontato in pezzi e spostato fuori dalla scena. Dopo aver dedicato il tuo tempo a creare un mondo effimero, mentale, ti sforzi di materializzarlo e poi sei lì solo per vederlo cadere a pezzi. Un mondo, una storia nella quale credevi, ti eri immedesimato. Tutto morto per far posto ad un’altra “vita”.

Ecco, questo momento per me è profonda bellezza.

Il fatto che io sia greco e che lavori a pochi passi dall’Acropoli è irrilevante. La bellezza non ha luogo o tempo. È solo tutta una questione di sintesi, equilibrio ed anche contraddizione.

Certo, l’antica conoscenza classica del ritmo e dell’equilibrio, della chiarezza e delle proporzioni può essere usata per ottenere una struttura “di bell’aspetto” o un disegno ben definito, ma oggi abbiamo il dovere di essere sinceri con i tempi che viviamo, abbiamo il dovere di contestualizzare.”

(Nelle foto le realizzazioni dello studio ClusterArchitects )

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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