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Cronache

Cities For life contro la pena di morte

Il sindaco di Catania Enzo Bianco ha aperto nell’aula consiliare di Palazzo degli elefanti l’incontro inaugurale dell’edizione 2015 di “Cities for life”, la manifestazione internazionale contro la pena di morte organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, parlando anche di periferie e terrorismo.

All’incontro, moderato dal prof. Giuseppe Vecchio dell’Università etnea, dopo i saluti del prefetto di Catania Maria Guia Federico, sono intervenuti  Emiliano Abramo, presidente regionale di Sant’Egidio, Keith Abdelhafid, presidente della Comunità islamica della Sicilia e l’ospite d’onore della manifestazione, il prof. George F. Kain, che insegna nelle università statunitensi diritto penale con una specializzazione sulla legislazione relativa alla pena di morte.

” Catania – ha detto il Sindaco – vuole essere città della pace, della tolleranza, del rifiuto di ogni violenza. E questo lo ha dimostrato con il suo impegno per l’accoglienza, affrontando il dramma dei migranti che fuggono da fame e guerre. In ogni luogo del mondo dobbiamo combattere le violenza che nasce in qualunque luogo di emarginazione e dunque anche nelle periferie urbane, con le armi della cultura e dell’inclusione sociale. A Catania stiamo lavorando per far crescere la qualità della vita nelle periferie. Solo per fare qualche esempio abbiamo realizzato la scuola superiore e il Librino express, rifatto l’oratorio di Suor Lucia e stiamo cambiando il volto dei quartieri della zona sud”.

Emiliano Abramo ha ripreso il discorso del Sindaco sottolineando come “tanti uomini e donne nelle periferie delle città europee vivono senza alternative umane ed esistenziali” e ha collegato questa situazione al fatto che “più di 25.000 persone siano andate a formarsi come ‘foreign fighters’ in Siria e in Iraq”.
“Compiere – ha detto Abramo – come sta avvenendo a Catania scelte in favore delle periferie per costruire nuove opportunità, rappresenta il modo più concreto di essere una città per la vita, una città contro la pena di morte e ogni forma di violenza”.
Keith Abdelhafid ha sottolineato come “l’interpretazione letterale del Corano sia stata utilizzata spesso in modo strumentale, mentre la storia recente dell’Islam è piena di esperienze in cui il Corano viene contestualizzato combattendo la dimensione della guerra e della violenza”.

Al centro dell’incontro è stata la testimonianza di George Kain, che ha raccontato la sua esperienza di vita: riprese gli studi dopo aver lavorato cone ufficiale di polizia e responsabile del “braccio della morte”.
“Fino ad allora – ha detto Kain – ero convinto della giustezza di quel sistema, ma il vivere quotidianamente con persone che attendevano di essere uccise dallo Stato mi ha fatto cambiare idea. Per anni ho creduto che la pena di morte mi tenesse al sicuro, credevo di lavorare per un sistema di giustizia perfetto. Studiando ho scoperto una realtà molto diversa: la pena di morte attacca solo chi non ha risorse: poveri ed emarginati. L’armonia di una società dipende da come vengono trattati i più poveri e noi stiamo inculcando nei nostri figli una cultura di morte”.

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Redazione

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