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È di Salvatore La Porta il miglior libro natalizio: “Less is more”

Lo scrittore catanese, ha spopolato con una lectio vivendi.

Ha creato un caso letterario e ontologico, il catanese Salvatore La Porta, pubblicato da Il Saggiatore con “Less is more”. Un saggio? Una narrazione? No! Una lezione per divincolarsi da beni e averi che tutt’altro riempiono il grande vuoto esistenziale. Potremmo spiegarci molto anche sulla esistenza di Dio, nonostante l’autore non ne parli palesemente. Libro valido e necessariamente candidato a non esser superato da nessun altro titolo per almeno… non sappiamo quanto.

 

Consumiamo e ci deprimiamo

Salvatore La Porta abbatte le barriere inutilizzate dell’intelletto. Mi viene da pensare a quanti imbecilli fanno demagogia coi bei libercoli che pubblicano per case editrici di un certo livello, manifestando un chiaro razzismo verso chi non condivide le proprie idee dalla obsoleta falce e martello, all’idiozia capitalista. Con contorno che tutto ciò si rivela nella città che da qualche giorno ha dichiarato il dissesto finanziario, mettendo a rischio la serenità di molti lavoratori. Come reagiamo? Consumando. Come reagiamo al consumo? Deprimendoci ovviamente. Di una depressione che non riconosciamo. Una insoddisfazione che ci spinge come catena di montaggio a proseguire la ricerca di denaro per comprarci… anche l’anima che potremmo aver già venduto al mercato del dolore.

Spazzare via l’inutile

Ma quale strategia adottare per non sentir più quel senso di vuoto, nonostante abbiamo provato a colmarlo con la migliore spesa in ogni ambito e settore?

Nessuna… o forse si, che una già esiste. Liberarci di ciò che è inutile, senza cadere nel baratro di riacquistare qualcosa di più nuovo dello stesso oggetto che non utilizziamo, ma che farebbe una figura inutile su un qualunque mobile della nostra casa… se non liberarci della stessa casa.

Dunque questo inutile qual è? È proprio qui che Salvatore La Porta sviluppa una nuova tesi che nulla ha a che fare con le varie saghe (e seghe) sulla Sicilia, scritte da un maiale salvato dalla massoneria nordica, né dell’inutile sguardo paranoico-melanconico di chi osserva la montagna e il mare, a loro volta fissati e cronicizzati, tanto da non riuscire a sbarazzarsene con scusanti quali la sciocca identità lavorativa per tutti, livellata per tutti, frattanto che lo stesso fa il compagno di milizia rossa con migliaia di euro al mese e chiusura totale alla socialità se si osa pensare diversamente da lui.

È proprio questo l’inutile che ci consegna La Porta: quello che ci sembra necessario a tutti i costi è l’inutile. Persone comprese, aggiungiamo noi.

Reificazione

Siamo “cosa”, proprio nel senso di res. La nostra identità diventa ciò che acquistiamo, di cui non abbiamo bisogno, che ci soffoca e ingabbia. Diventiamo reificati, codificati direbbero altri. Siamo res, anche di un’idea e identità mancante, che la cosa in sé che scegliamo ci possiede, non permettendo mai un respiro limpido e armonioso, ciò perché non si vuole riuscire a liberarsi di manie che si sono inventati gli uomini. I modelli delle auto, le idee politiche distorte (tutte pertanto, e da sempre!), i farmaci inutili, le chiacchiere da bar, le spese continue, che pilotano il nostro sistema intuitivo e lo sottomettono, fino a trovarne una specifica molto chiara e diretta: io cosa ti posseggo, lasciandoti, solo e pieno di terrori se ti perdi l’ultimo capitolo della saga dell’ultimo SUV.

Col niente

Tasche vuote e un bel sorriso, proprio come appare Salvatore La Porta in una foto che ha fatto il giro d’Italia. Puliti, definitivamente senza idealizzare niente, ma con un fortissimo senso dell’ideale, per riprenderci la vita nella sua semplicità… semmai dovessimo riuscirci.

Conclusione

Non avrò bisogno di nulla, e questo nulla, che cioranianamente nientifica, proveremo a renderlo altezza e valore per imporre definitivamente un solo credo: vivere con nulla, francescanamente, essendo felice.

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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