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C’era una volta la Seattle d’Italia: Catania, la città che ama(va) la musica rock

Ci sono miti difficili da sfatare. Uno di questi riguarda Catania ed il mondo della musica e vede la nostra città continuare a godere, soprattutto fuori Sicilia, dell’appellativo di Seattle d’Italia. Purtroppo, basta farsi una passeggiata tra le vie del nostro meraviglioso centro storico per capire che la situazione è profondamente mutata e che dell’antico fervore poco è rimasto.

Carmen Consoli

Una premessa necessaria: chi scrive non ha mai creduto troppo al fatto che avessimo raggiunto un livello tale da autorizzare paragoni con il luogo che ha dato i natali a Jimi Hendrix e dove si sono formate band come Pearl Jam e Soundgarden. Detto questo, non si può negare (né dimenticare) che la nostra città ha vissuto, per almeno un ventennio a partire da metà anni ’80, una lunga primavera che ha visto fiorire talenti straordinari (dagli Uzeda a Carmen Consoli, dai Denovo ai Flor de Mal, passando per il Brando di Oh Mary e Rosa nel deserto o per formazioni come François e le Coccinelle), artisti (ne abbiamo ricordato solo alcuni, non si offendano gli esclusi!) che hanno rappresentato una scena musicale che, in tutte le sue componenti, si dimostrava giorno dopo giorno ricca di idee e vitalità e, soprattutto, estremamente coesa.

Se prima abbiamo parlato di situazione totalmente cambiata, giusto ora entrare nel dettaglio. Il primo elemento di rottura rispetto al passato è da ricercare nella diminuzione costante degli spazi in cui poter suonare (problema non da poco: il live è palestra fondamentale per un musicista!). Oggi ci sono sicuramente meno locali disposti ad ospitare musica dal vivo e quei pochi, il più delle volte, preferiscono offrire ai propri clienti il repertorio di una cover band.

Quest’ultima circostanza porta molti ad inorridire, ma andrebbe vista sotto altra luce per almeno due motivi. Il primo è legato alla semplice considerazione che chi suona cover non per forza è musicista di scarse capacità o alle prime armi: d’altronde, se girate un po’, potrà capitare di imbattervi in spettacoli di livello assoluto (e qui pensiamo, ad esempio, ad un progetto come PinkMood che vede una band di dieci elementi offrire al pubblico una riproposizione filologicamente corretta di The Wall dei Pink Floyd). Il secondo è, invece, banalmente legato al fatto che per godere di esecuzioni dal vivo di molte gemme della musica rock, considerando che gli artisti originali sono ormai morti e sepolti, non ci sono altre vie!

Denovo – Così fan tutti (1988)

Chiaramente, nel chiudere l’annosa questione, non va dimenticato che chi frequenta i locali è sempre meno propenso verso alcuni generi e, più in generale, sempre meno curioso e meno aperto alla novità. Ed è qui che i paragoni con il passato potrebbero risultare mortificanti. Del resto, se da un lato, nel corso degli anni, è totalmente cambiato il modo in cui la musica viene fruita (con conseguente crisi del mercato discografico), dall’altro i gusti del pubblico sono senza dubbio peggiorati (e chi segue soltanto artisti mainstream non ha probabilmente idea di quanta buona musica ci sia in giro per il mondo, musica che però deve essere cercata, voluta, desiderata).

Ovviamente, il fenomeno non riguarda solo i catanesi, ma dispiace che sia ampiamente radicato nella città che amava (e comprava) i R.E.M. prima ancora che diventassero star, nella città dove il rock si ballava e ascoltava in discoteca (ci permettiamo di ricordare due must come Got Me Where You Want Me dei Romantics e Hard to Handle dei Black Crowes), nella città dove anche i dischi di gruppi come Violent Femmes, Dream Syndicate e Pixies trovavano il loro spazio.

Torniamo ora ai musicisti. La prima impressione è che ultimamente non ci sia stato un vero e proprio ricambio generazionale, ma siamo più vicini alla verità se, come ci ha suggerito Giancarlo Salafia, organizzatore, insieme ad Antonio Vetrano, dell’INDIE CONCEPT, bel festival siciliano dedicato alle band emergenti, pensiamo invece ad una scena ormai disgregata in cui difficilmente i singoli artisti si interessano del lavoro dei colleghi e fanno fronte comune. Questa situazione porta probabilmente ad una minore circolazione delle idee ed indebolisce di conseguenza tutto il movimento (proprio durante una delle serate dell’INDIE CONCEPT non abbiamo potuto fare a meno di notare la solidarietà esistente tra i componenti dei gruppi palermitani che partecipavano alla kermesse. Non crediamo sia un caso se le cose migliori le abbiamo ascoltate proprio da loro).

La nostra breve analisi può, infine, concludersi con una semplice considerazione: manca a Catania una figura carismatica (per intenderci, come il mai troppo compianto Francesco Virlinzi) attorno alla quale ricostruire quella scena che, sia stata o no una Seattle d’Italia, ci ha regalato immense soddisfazioni e tanta buona musica.

 

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