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C’era una volta la Libia

Con la Libia , l’italiano ha sempre avuto un rapporto di amore imbarazzato ed odio frustrato. Ne è stato sempre timidamente innamorato tanto da considerarla , fino a qualche decennio fa, la provincia della “quarta sponda”. Si, fino a qualche decennio fa. Non si parla mica del ventennio.
E’ un segreto recondito ed inconfessabile di molti italiani che ancora sognano il famigerato “posto al sole”.
L’italiano, evoluto ed occidentalizzato, ha sempre però reputato Mu’ammar Gheddafi un’anomalia in questo affettuoso rapporto Italia-Libia. Un terzo incomodo, un figlio ingrato e pazzo ma da tollerare per non minare la civile convivenza tra le due sponde del mediterraneo. Un folle da assecondare per compiacere l’ENI. Un pazzo sanguinario, buono solo per un Piazzale Loreto sabbioso e chiassoso, in pieno stile arabo. Poi verificatosi d’altronde.
Ma chi era il “mostro” Gheddafi? Chi o cosa regnava in Libia prima della “primaverile” ventata di libertà, progresso e gioia? Di chi era quel cadavere sopra cui si accanirono, per moda o per riflesso partigiano incondizionato, milioni di italiani?
Poco importa raccontare l’infanzia e la presa del potere del capitano (poi autoproclamatosi colonnello) Gheddafi. Importa descrivere l’evoluzione ideologica e politica del concetto poco conosciuto di “socialismo arabo”, già applicato da Nasser in Egitto e per molti versi da Hafiz al-Assad in Siria . Una formidabile conquista degli arabi che l’occidente vuole cancellare per sempre.
Con Gheddafi, il continente africano conosce un apice politico che probabilmente non rivedrà per molti altri anni. Parliamo della “Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” , parliamo del cosiddetto “libretto verde” che non ha molto da invidiare al celebre libretto rosso di Mao.
Una rivoluzione che ha portato la Libia ad avere il secondo PIL del continente africano ed un tasso di scolarizzazione vicino al 100%, con medici “esportati” persino nell’occidentalizzata Turchia. Tutto in un contesto di giustizia e pace sociale.
Andando a studiare nello specifico le peculiarità della rivoluzione verde libica, salta all’occhio l’enorme mole di riforme rivolte agli strati sociali più deboli: innumerevoli opere pubbliche, l’acqua domestica ed energia elettrica gratuite per tutti , il divieto alle banche libiche di concedere prestiti con interesse, automobili vendute a prezzi di fabbrica, un dignitoso stipendio per ogni diplomato in cerca di un lavoro , un appartamento in regalo ad ogni giovane coppia libica, discount (Jamaiya) con prezzi dimezzati per le famiglie più numerose , 1 627,11 euro al mese di mantenimento ad ogni libico intenzionato a studiare all’estero e tantissimi altri provvedimenti che hanno davvero colpito l’immaginario collettivo libico e non solo.

Non meno importante è il prestigio internazionale per un lembo di terra che la comunità internazionale non aveva mai considerato fino al 1977. Gheddafi è temuto e riesce a sbattere i pugni su importanti tavoli diplomatici. Sostiene apertamente l’indipendentismo nord-irlandese e l’indipendentismo palestinese, gioca a braccio di ferro con l’Europa e talvolta vince pesantemente con bluff da manuale. Vanta la nazionalizzazione del petrolio libico, la messa al bando di organizzazioni fondamentaliste islamiche (assicurando così una convivenza pacifica tra diverse etnie e diversi credi religiosi) e l’ingresso della donna in apparati amministrativi di prestigio e rilievo. Quest’ultimo fatto senza precedenti nel mondo arabo civilizzato e non. Chissà cosa staranno pensando le donne libiche in questo istante?
Insomma una situazione assai diversa da quella che oggi i libici vivono, divisi nuovamente in tribù, vittime di fondamentalismi islamici e petroliferi, senza nessun barlume di speranza per il futuro prossimo e meno prossimo e con una dignità nazionale letteralmente stuprata.
Il pensiero va quindi non alla flebile preoccupazione dell’italiano riguardo un fantomatico, anzi fantascientifico sbarco dell’ISIS in Italia. Il pensiero va al popolo libico, alla sua grande dignità ed all’immane tragedia che il mondo “civilizzato”, avrebbe imbastito, ancora una volta, per esportare “pace” e “democrazia”.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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