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Ceno alla Caritas, tra immigrati, come tanti altri italiani che non possono più fare la spesa

Sono appena le 18:00 e le porte dell’ help center Caritas sono ancora serrate. Mancano ancora trenta minuti all’ora di cena.

All’ingresso secondario, un via vai di volontari, preparano con attenzione tutto ciò che occorre, per imbandire la mensa di tavoli e pasti caldi.

Davanti l’entrata principale, un uomo corpulento attende di entrare, accanto a lui, un senzatetto più anziano poggia la schiena sul muro. Non sembra voler comunicare con l’altro e in generale, non sembra destare troppa attenzione a ciò che lo circonda.

Io, sono un viso nuovo tra la cerchia di persone che quotidianamente frequentano il locale, ma un cappellino, dei jeans più larghi e delle scarpe meno nuove, bastano per farmi integrare alla fila che sta per prendere forma, senza destare troppa diffidenza. Tutti si conoscono, si salutano, fanno gruppo. Qualcuno mi osserva, sorride, e attende il momento giusto per avvicinarsi.

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«Gioia, vuoi mangiare?» mi chiede il primo uomo,  che da almeno mezz’ora attende all’ingresso. E’ un catanese di circa quarant’anni, ha gli occhi cerchiati di nero, dà l’impressione di aver ricevuto un pugno da poco.  Qualche minuto dopo scompare tra la gente che arrivando in massa si dirige alla mensa.

E’ uno sciame di persone che viene a piedi da Corso Sicilia, dalla zona della stazione, dal Viale Africa, mentre qualche altro prende l’autobus per arrivare puntuale.

I volontari invitano gli uomini a lasciare passare per prime le donne. Non si oppone nessuno alla richiesta. Si scherza «certo, prima quelle con le parrucche».

Mi inserisco anch’io, e seguendo due donne che mi precedono, arrivo in una manciata di secondi dentro la sala. Immediatamente ci  accolgono i volontari, che ci offrono un abbondante piatto di pasta, dei panini imbottiti e della frutta.

E’ una stanza ampia, con dei tavoli distribuiti ordinatamente, in ognuno di essi c’è una caraffa d’acqua, dei tovaglioli e dei bicchieri di plastica. I volontari passano continuamente tra i tavoli per assicurarsi che a nessuno manchi nulla, e che non accadano imprevisti di nessun genere.

Con le mani occupate dal piatto e dai panini imbottiti, prendo posto accanto alle donne che pochi minuti prima avevo notato in fila. Dal dialetto capisco che sono catanesi. Indossano un vestiario comodo e sembrano essere assidue frequentatrici della mensa.

Mentre una di loro affonda la forchetta sul piatto, l’altra esce dei sacchi e dei contenitori dalla borsa. Ha una busta di plastica piena di pane, mi  permette di sedermi accanto a lei, ma chiede di andare a prenderle un altro sacco.  Io accolgo la sua richiesta e prendo posto a tavola.

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Le due sistemano il cibo dentro gli appositi contenitori, continuano a parlare, ma mi voltano le spalle. Prende posto accanto a noi un ragazzo dallo sguardo sereno.

La pasta calda è appena finita, così aspetta qualche minuto un piatto caldo, che gli viene portato dopo pochi minuti. Mi guarda, aspetta di parlare. All’improvviso prende un po’ di coraggio e chiede: «è la prima volta che vieni qui, vero? Non ti avevo mai visto prima».  Annuisco e lo ascolto, ho la sensazione che voglia raccontarmi un po’ di sé.

«Sono mauriziano, ho 30 anni, lavoro come domestico per quattro famiglie e prendo circa 300 euro ogni tre mesi». Parla in modo pacato, precisa che non beve, non fuma e che è di religione induista. A volte la sua voce debole si confonde con il rumore della sala.

Alzo gli occhi e attorno ai tavoli, noto  bambini, adolescenti e uomini ben vestiti. Sono catanesi, siedono insieme proprio come si fa in una normalissima cena di famiglia.

Il ragazzo che siede al mio stesso tavolo conferma che anche per gli italiani sono tempi duri «c’è crisi anche per loro», ma continua a raccontarmi della sua vita ed è curioso di sapere qualcosa della mia. Vuole sapere dove dormo, quanti anni ho e dove abito. Rispondo in modo generico e questo sembra saziare la sua curiosità.

Interrompo momentaneamente la conversazione perché vedo un gruppo di persone formare una fila alle mie spalle.

Oggi alla mensa è un giorno speciale «c’è la coca cola, ma non c’è sempre. Non la prendi?» mi chiede il ragazzo,  riallacciando nuovamente la conversazione.

Le persone non sembrano distribuirsi casualmente sui tavoli, ma sembrano piuttosto preferire i connazionali. Ci sono mauriziani, pachistani, italiani, senegalesi.

Il giovane che mi siede di fronte indica alcune persone e bisbigliando sottovoce mi consiglia di stare ben attenta a non rivolgere loro la parola: «i musulmani non sono buoni, qualche volta si litiga».

A un certo punto arrotola la maglia fino ai gomiti per mostrarmi due cicatrici vistose su entrambe le braccia. Sono segni lasciati da un litigio per una donna «qui lavoro e adesso voglio una fidanzata italiana» dice con sicurezza.

Io ho finito già da un pezzo il mio pasto e mi preparo  ad uscire. Anche le due donne accanto a me hanno terminato la cena, si guardano soddisfatte con aria di intesa: «almeno abbiamo mangiato».

Lascio la mensa ancora piena, ma vedo altre persone arrivare dall’ingresso e prendere posto a sua volta.

E’ un ricco puzzle di volti, di storie diverse che si incrociano e si incontrano alla mensa per condividere un’unica realtà fatta di difficoltà e incertezze.

Uno stato di precarietà che non appartiene solo ai senzatetto, agli emarginati, e agli esclusi per antonomasia, ma sempre più anche a famiglie comuni, a uomini e donne separate, che hanno casa, ma per i quali comprare la spesa non è sempre possibile.

Nessuno sembra imbarazzato, qualcuno è più silenzioso, altri chiacchierano cordialmente. La condivisione del cibo amalgama e unisce.

Varcata la soglia mi accorgo di essere inseguita. E’ di nuovo il ragazzo mauriziano: «domani vieni a mangiare?».

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