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Catania bene. Tra piombo, colletti bianchi e silenzi

È finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?” (Il Generale Dalla Chiesa a Giorgio Bocca – La Repubblica, 10 agosto 1982)

Il collaboratore Antonino Calderone, fratello del super boss Giuseppe, racconta, come il fenomeno mafioso alle falde dell’Etna esista sin da 1925. L’evoluzione della criminalità organizzata etnea è stata radicale nei decenni successivi ma sempre differente dal fenomeno mafioso presente in Sicilia Occidentale. Un modus operandi descritto magnificamente in “Catania Bene”, ultimo libro di Sebastiano Ardita, Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica di Messina. Seppur con alleanze, patti ed accordi,infatti, la mafia etnea si è sempre contraddistinta per proprie peculiarità. Votata più all’imprenditoria che al controllo militare del territorio, più affascinata dai salotti che dalle strade dei quartieri periferici, più dai carnet di assegni che dai grilletti dei Kalashnikov. Una mafia fatta di scarpe lucide e strette di mano importanti, silenzi, banconote e trattative.
Un metodo, quello collaudato dai catanesi, che forse oggi rappresenta un modello persino per gli eredi dei corleonesi. I nuovi mafiosi che, forti delle rumorosissime strategie passate, cercano sempre più di ingrottarsi nella vita politica, economica e persino culturale della Nazione.

Dottor Ardita che nesso c’è tra quella Catania “da bere” chiamata la Milano del Sud e la città “volgare, sporca, traditrice ma ridente ed allegra”,così descritta da Fava? Che relazione tra il carattere audace, affabile,  ironico forse un po superficialotto del catanese medio e la singolare tipologia mafiosa che la città etnea ha per molti versi ignorato o peggio coltivato e coccolato? C’è un rapporto sociologico, antropologico, culturale?

“Catania e Palermo sono indubbiamente città diverse anche dal punto di vista sociologico e antropologico, ed è questa la ragione principale del fatto che hanno prodotto modelli criminali differenti. A Catania esistono poi quartieri diversi ed una frammentazione sociale rilevante. Ma se parliamo di organizzazioni mafiose – e cioè di realtà che si caratterizzano per una impronta utilitaristica e reazionaria – anche le abitudini stratificate contano. E dunque la tradizione di non volere attaccare le Istituzioni, ma anzi di volerle infiltrare sino a farle “proprie”, è appartenuta a tutta la mafia catanese, e non solo a quella che si riconosce in cosa nostra.
Volendo richiamare le parole di Fava potremmo dire che l’ambiente della città etnea, ridente e allegra, è anche più disponibile ai compromessi, rispetto a quanto non lo possa essere la vita tragica e sofferta del capoluogo regionale. I catanesi amano diffondere il quieto vivere, perché amano godersi la vita e la scelta mafiosa di non aggressione è solo la proiezione di un atteggiamento più generale. Ma è anche e soprattutto una scelta che ha pagato, fin dagli anni venti, regalando calma e prosperità agli affari dei mafiosi che si svolgevano alle pendici dell’Etna.
Detto questo, credo fermamente che i catanesi potrebbero liberarsi della mafia, rimanendo un popolo caratterizzato dal buon umore e dall’amore per la vita. Occorrerebbe solo che constatassero che facendo a meno della mentalità mafiosa si vive meglio.”

Morti i pochi eroi ed arrestati i superboss, sembra essere rimasto solo il ricordo dei “grandi” cognomi mafiosi : Santapaola, Mazzei, Pillera, Laudani, Cappello, Ferrera , Ercolano, Garozzo, Bonaccorso ecc ecc. Oggi quale è la reale situazione a Catania? Dal dinamismo dei ruggenti anni 70, 80e 90 all’immobilismo odierno. La mafia ha capito che in una città ormai sopita bisogna fare ancor meno rumore? Cosa è cambiato, nell’opinione pubblica catanese e nelle strade della città etnea, rispetto ad anni nei quali ogni marciapiede era segnato da almeno un rivolo di sangue, molti mezzi uomini si voltavano dall’altra parte ed ogni ristorante aveva il miglior tavolo riservato per politici, imprenditori ed “amici degli amici”?

“Innanzitutto i cognomi dei boss non sono affatto un ricordo. I loro discendenti e proseliti continuano a reggere clan che portano la stessa denominazione, anche se operano in attività meno visibili o di (apparente) minore allarme sociale. Quello che è cambiato è il settore degli interessi criminali. Quando l’economia era in espansione i gruppi armati sparavano per assicurarsi una fetta dei proventi della economia legale: le estorsioni le rapine e e gli omicidi per il controllo del territorio ne erano la prova. Oggi si spara molto meno e questo vuol dire due cose: che non si vuol commettere reati gravi che rendono visibile l’associazione e producono come conseguenza leghe detenzioni; ma anche che non c’è bisogno di utilizzare la forza perché si possono fare soldi anche senza sparare. E allora se qualche anno fa ci si appropriava con violenza di una parte di prodotto economico, oggi si preferisce vendere la droga, che è acquistata da chi ha denaro da spendere e che se lo può permettere. In un modo o nell’altro è sempre chi ha soldi che finanzia la mafia. Diciamo che i vizi e la droga rendono più semplice il patto di non belligeranza tra la città criminale e quella bene.”

Da Antonino Calderone a Maurizio Avola passando per Luigi Ilardo. Quanto sono state importanti le dichiarazioni di questi storici collaboratori? Sono state davvero importanti queste collaborazioni o tutto è solo servito a rendere la mafia ancor più silenziosa ed impermeabile?

“Le loro dichiarazioni sono servite moltissimo. Non solo perché hanno consentito di mettere insieme i pezzi di un mosaico difficile da ricomporre, ma perché hanno consentito di spiegare e comprendere le modalità di azione di cosa nostra catanese, svelando il suo Dna. Basti pensare al fatto che, in mancanza di una voce che spiegasse dal di dentro ciò che accadeva, le guerre di mafia venivano interpretate dagli investigatori dell’epoca come guerre tra bande malavitose rivali. Ma proprio i collaboratori ci hanno spiegato come quelle fossero interpretazioni di comodo per garantire una pax tra istituzioni e cosa nostra.”

Mafia, massoneria ed imprenditoria. Deposti i “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, chi ha preso il loro posto? La criminalità organizzata etnea può fare a meno delle alte sfere imprenditoriali e queste possono fare a meno della mafia?

“Dalla storia giudiziaria abbiamo appreso che i cavalieri avevano il controllo della mafia e dello Stato nello stesso tempo. Dunque il modello di imprenditoria era ispirato a neutralizzare qualunque forma di pericolo o di ostacolo all’espansione economica. Questo modello sembra essersi riprodotto in modo inalterato sino ai giorni nostri. Mancano ancora le sentenze definitive, ma quello che si vede è un sistema di iniziative economiche fondate su rapporti saldi con la politica e patti con le organizzazioni mafiose. A far da collante spesso una cultura antimafia gridata e non corrispondente alle azioni. Ma differenza del passato vi sono note peggiorative. Vi è maggiore propensione a garantirsi speculazioni anziché profitti di impresa; e dunque adesso non solo vi è la corsa al denaro pubblico, ma anche la volontà di appropriarsi e di abusare dei beni della collettività. Ed anche questa è una conseguenza della crisi economica sulla criminalità dei colletti bianchi. Così come la minore trasparenza delle scelte politico-amministrative apre la strada ad influenze di tipo massonico nella vita pubblica. Dunque, per rispondere alla sua domanda, è evidente che la criminalità mafiosa non può fare a meno dell’imprenditoria, mentre è vero il contrario: che l’attività d’impresa ne potrebbe senz’altro fare a meno della mafia. Ma dovrebbe muoversi in un ambiente istituzionale depurato non solo dalle connivenze , ma anche dalla mentalità deviata. Ed è questa la ragione che induce molte imprese – anche internazionali – a rinunciare agli investimenti in Sicilia e nel mezzogiorno d’Italia. Anche se, come abbiamo visto, adesso gli interessi mafiosi si sono spostati al nord. E forse questa sventura potrebbe tramutarsi in una opportunità per il rilancio della legalità e dello sviluppo nel mezzogiorno.”

Oggi potremmo abbozzare una stringata mappatura della criminalità organizzata, comprendendo gruppi esterni a Cosa Nostra, in città e nei paesi immediatamente attigui alla città? Catania e Palermo sono ancora in strettissima connessione, Catania conserva sempre una propria libertà decisionale o la situazione è assai diversa rispetto a tutto ciò che viene raccontato nel libro?

“La mia personale opinione è che i gruppi esterni a cosa nostra, oggi presenti e forti più che mai in città, alla fine abbiano replicato alcune modalità di azione proprie di cosa nostra. E’ il concetto di stratificazione, se non vogliamo definirla tradizione, di cui parlavo prima. Se così non fosse stato a Catania sarebbe stato il caos e chiunque avrebbe imposto un proprio modo di interpretare il rapporto con l’economia e le istituzioni. Viceversa i gruppi armati pur distinti hanno preferito tutti adottare il modello vincente, che potremmo chiamare modello catanese e non della sola cosa nostra. E’ chiaro che nessun equilibrio, per quanto stabile, è eterno. Dunque ci limitiamo ad una osservazione di ciò che è accaduto negli anni, senza poter prevedere quale sarà il futuro. E’ evidente anche che Catania conserva una sua autonomia rispetto a Palermo, anche nel deteriore contesto della criminalità mafiosa. Sono esistiti in passato patti criminali con i corleonesi e prima ancora con i palermitani. Ma quando, dopo il 1992, i capi stragisti corleonesi hanno provato a conquistare Catania, non ci sono riusciti. Sono e rimangono territori diversi e distanti, dotati entrambi di ingenti compagini armate e divisi da tradizioni diverse e da una profonda rivalità.”

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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