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Catania tragicomica: c’è chi cerca il fascista, c’è chi cerca il mattone

Mentre buona parte della sinistra catanese è duramente impegnata in una fondamentale missione, inseguire il fantasma dei fascisti (un remake trito e ritrito tirato fuori nei periodi pre-elettorali per abbindolare i tonti rimasti nel “frigorifero” degli anni Settanta), la Catania che conta pensa ad un’altra fondamentale missione, farsi -e molto bene- gli affari propri. Nel senso letterale del termine. E grazie ad un’ “opposizione” che rimane -come sempre- funzionale al sistema dominante.

Perchè Catania resta “malata” di mancata opposizione, di un’opposizione cioè capace di individuare i problemi veri di una città sempre più spettrale e battersi per un cambiamento reale, non solo di facciata.

Il sistema dominante continua così a “ringraziare” questa “opposizione”, magistralmente rappresentata -nella sua disonestà intellettuale e politica- da buona parte della sinistra catanese (a parte minoranze sempre in bilico fra “richiami della foresta” ed esigenze di sopravvivenza).

Oggi l’affare a Catania sembra essere il nuovo Corso dei Martiri, uno specchietto per allodole utilizzato dal sindaco democratico Enzo Bianco (il podesta’ della sinistra catanese, che resta convinta della diversità culturale di un notabile di provincia, sotto sotto appoggiato in nome di un farneticante “governo alternativo alle destre”, mentre Bianco governa da anni grazie proprio alle destre).

A sette mesi dal voto per Palazzo degli Elefanti, allora, Bianco, seguendo metodi da Prima Repubblica, manda un bel messaggio a chi conta: state con me, ce ne sarà’ per tutti.

Chi ci crede -o fa finta di crederci- è accorso: come negli Ottanta, a fare da “bussola” è arrivata una foto. Eccoli lì: le istituzioni con le forze produttive (le chiamano così), il questore e l’editore-direttore-imputato di mafia Mario Ciancio, il comunista(molto italiano)-assessore Orazio Licandro e le “first lady” di Palazzo. In mezzo varia umanita’, tutti apparentemente presi dall’Evento officiato da Bianco in versione “Babbo Natale”.

Tutti democraticamente intenti a farsi gli affari propri. Cubatura più, cubatura meno.

Quelli che contano davvero sembrerebbero, infatti, pronti a saltare su una delle ultime “carrozze di lusso” di una citta’ che oltre l’edilizia e i fondi (di terra e di banca) sembra non sapere andare.

Magari qualcuno grida qualche verità (è il caso del vicepresidente vicario del consiglio comunale Sebastiano Arcidiacono che ha messo in guardia dai rischi del “circo mediatico” democratico, uno scandalo che solo una città come Catania riesce da anni ad “ingoiare”). Per il resto, tanti silenzi.

Tacciono anche gli “uomini di cultura” (ne esistono?), la magistratura è straordinaria contro spacciatori e trafficanti di droga (e la “nuova” stampa “alternativa” non manca un “colpo”), mentre il cosiddetto centrodestra vorrebbe prendere il posto di questo centrosinistra, per proseguire sulle stesse “rotte”, nella solita farsa delle “alternative” che di “alternativo” non hanno nulla.

A distanza di anni, resta allora attuale la lezione del Presidente Scidà (fanno bene i distruttori di Catania a non ricordarlo, a continuare nella damnatio memoriae): Catania come “preda” dell’eterna consociazione destra-sinistra, con una magistratura e una stampa a fare da cerniera al sistema dominante, che rapina il futuro di decine di migliaia di giovani, tutti indistintamente “cattivi” (a proposito, milioni di euro sono democraticamente finiti altrove piuttosto che in periferia).

Il sistema dominante sentitamente ringrazia. Ah, dimenticavamo: tutti a combattere fieramente Casa Pound, magari con l’applauso -democratico- della città che conta. E..”pesa” uomini e cose.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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