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Catania, nuova darsena: in sei mesi, dalle “stelle” alle “stalle”

Inaugurata alla presenza del ministro Delrio e del procuratore della Repubblica Michelangelo Patanè, l’opera è ora al centro di una richiesta di rinvio a giudizio!

Se ne riparlerà ad aprile, ma intanto il procedimento penale è avviato attorno ad un’opera di cui hanno parlato in tanti: la darsena al porto.

All’inaugurazione, in una torrida giornata catanese dell’estate scora, c’era tutta o quasi la città che conta, stretta attorno al Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio. Per il via alla nuova darsena commerciale “si scomodò” anche lui, con al fianco il sindaco, più sorridente che mai, Enzo Bianco (“un momento di festa per la Catania che sta cambiando” dichiarò quel giorno), un pugno di assessori (in testa quello alla legalità Rosario D’Agata): con loro, altri onorevoli, imprenditori, alti rappresentanti della magistratura, a cominciare dal procuratore facente funzioni Michelangelo Patanè. A fare gli “onori di casa” il plurinominato commissario all’Autorità Portuale Cosimo Indaco, ancora oggi in carica. A chi chiedeva conto delle denunce delle associazioni ambientaliste sull’opera, poteva capitare di sentirsi rispondere: “ma che volete, ci sono alte autorità dello Stato, volete che siano presenti per un’opera che possa avere dei profili di illegittimità?”. Ecco, appunto.

La cronologia degli eventi da quel 25 luglio sembra definire i contorni di una “storia sfortunata” per usare un eufemismo: nel giro di pochi mesi ne sono accadute di tutti i colori. Quali? Il 22 ottobre è finito agli arresti domiciliari (per vicenda diversa, riguardante appalti Anas) Mimmo Costanzo, che con la sua “Tecnis” ha realizzato l’opera, con 1.100 metri di banchine operative, 120.000 mq di piazzali, nuovi ormeggi con fondali di tredici metri.

Ai primi di dicembre, è arrivata la pessima notizia di un crollo della darsena, un cedimento che ha suscitato un’eco in tutta Italia. Certo, i vertici dell’Autorità Portuale cercarono, in qualche modo, di… attutire il colpo («Non c’è stato alcun cedimento nella darsena del porto. Non ha ceduto la banchina, niente di strutturale.”-dissero allora), ma la sensazione che qualcosa di “sfortunato”  o meglio di “storto” vi fosse in questa opera emerse con nettezza.

E proprio con l’anno nuovo è arrivato l’ ennesimo “colpo”: la Procura di Catania ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque persone nell’ambito dell’inchiesta scaturita dalle associazioni ambientaliste. Al centro dell’indagine la paventata omissione nello studio di impatto ambientale la presenza del corso del fiume Acquicella a ridosso della struttura da realizzare. Gli inquirenti ipotizzano i reati di falso e violazioni delle norme in materia ambientale. La Procura ha presentato al Gip richiesta di rinvio a giudizio per cinque persone, Franco Persio Bocchetto, Giuseppe Marfoli e Cristina Maria Pedri, Riccardo Acernese e Pietro Viviano. L’udienza è stata fissata per il 18 febbraio davanti al Gup Fabio Di Giacomo Barbagallo.

L’indagine è stata avviata dopo un esposto depositato nel 2012 da CittàInsieme, Comitato Cittadino “Porto del Sole”, Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio” sezione di Catania, Coordinamento provinciale catanese di Libera, Associazioni, Nomi e numeri contro le mafie, LIPU Catania, WWF OA Sicilia Nord Orientale.

“Nell’esposto si evidenziava – scrivono in una nota le associazioni – come i valutatori avessero omesso l’esistenza di circa 200 metri del corso del torrente Acquicella, cioè di quel braccio che correva in parallelo alla battigia in direzione nord”.

Per la Procura della Repubblica i tecnici Bocchetto, Marfoli e Pedri, “quali redattori dello studio di impatto ambientale relativo ai lavori di costruzione della nuova darsena del porto di Catania” avrebbero omesso di indicare nello studio che nei pressi della struttura da realizzare vi era la presenza del corso e della foce del torrente Acquicella, zona che è sottoposta a vincoli ambientali. Sarebbero stati inoltre alterati le rappresentazioni grafiche del torrente nelle plaminetrie e questo avrebbe indotto in errore i funzionari pubblici che dovevano autorizzare i lavori. I tre professionisti oltre ad essere imputati per falso, dovranno difendersi dall’ipotesi di violazioni di norme ambientali insieme agli altri due soggetti coinvolti: Acernese (legale rappresentante delle ditta esecutrice dei lavori, Tecnis spa) e Viviano (direttore dei lavori per conto dell’ente appaltante). L’accusa è di avere realizzato in una zona sottoposta a vincoli paesaggistici e ambientali il muro di contenimento frangiflutti della nuova darsena commerciale. Questo perchè si devono considerare “illegittimi i pareri favorevoli emessi dal Ministero e dall’Assessorato”.

La Procura di Catania ha indicato come parti offese il Ministero dell’Ambiente e l’assessorato comunale ai Lavori Pubblici di Catania.

Ieri, all’udienza preliminare davanti al Gip Sebastiano Di Giacomo Barbagallo, c’è stato un rinvio de plano al 14 aprile prossimo: problemi di notifica. Si è saputo che si costituranno parte civile il Codacons, Comitato porto del Sole, Federazione Armatori Siciliani, Consitalia, Associazione pescatori marittimi professionali e Pro Legis.

Sinistra Ecologia Libertà, una delle firmatarie dell’esposto, ha chiesto attraverso una nota che l’assessorato ai lavori pubblici del comune di Catania, “si costituisca parte civile al processo, per difendere gli interessi dei cittadini onesti che da anni si battono per il pieno rispetto della legalità nella nostra isola.”.

Niente male, per un ente, il comune, presente all’inaugurazione con il sindaco!

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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