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Seltz Simone e Sale

Catania non è una città di mare

Da San Giovanni Licuti al Lungomare di Ognina passando per la Playa. Ecco perché i catanesi l'estate la vivono altrove.

Mettiamo il caso che abbiate degli amici che vivono in una di quelle città del centro o nord Europa in cui tutto funziona alla perfezione, le aiuole sono parchi nazionali ma alle 17.30 chiude tutto e si muore un po’ dentro. Mettiamo il caso che questo gruppo di amici decida di venire in vacanza a Catania e mettiamo sempre il caso che queste povere stelle vi chiedano un consiglio su dove fare un bel bagno.

Ed ecco la domanda che fa tremare i polsi, peggiore di “Ma quando ti sposi?” o “Cosa fai a Ferragosto?”. La domanda a cui non eri pronto.

“Dove vado al mare a Catania?”.

Ne fai una questione di orgoglio: vorresti consigliare il barocco di via Crociferi, l’Etna che si vede da via Etnea, l’arancino da mangiare alla Villa, ma sul mare sei un attimino impreparato.

La verità è che il mare di Catania è senza infamia e senza lode. È bravo, ma non si impegna. Non ha calette selvagge da instagrammare o tramonti che infiammano l’acqua. Non ha cinquanta sfumature di azzurro. L’amara verità è che quando vuoi fare bella figura, quanto ti vuoi “vendere” la tua isola ai turisti, consigli le spiagge del siracusano o del messinese. Quando decidi che deve essere vacanza, prendi l’autostrada. Quando vuoi goderti una giornata di mare, come si deve, parti per altri lidi. Letteralmente.

Scegli Catania quando devi fare un tuffo in pausa pranzo. Il mare di Catania è una sveltina per “accomodare”.

Siracusa è un po’ come quelle ragazze raffinate ed esotiche.

E fa sentire tutte allo stesso modo. Non importa che tu abbia la borsa frigo dei puffi e le ciabatte Adistrax. Quando attraversi la vegetazione selvaggia che ti conduce a una delle tante riserve naturali, da Vendicari in giù, ti senti come Alessia Marcuzzi che si lecca le labbra tra le frasche nel calendario di Max del 1998. Passeggi fiera sul bagnasciuga di Carratois perché è come camminare dentro un filtro di Instagram, hashtag summertime.

Ti chiedono cosa bevi e tu rispondi Yo, Baby K! Hai la crema solare dell’Eurospin ma senti profumo di cocco e pesca maracuja, torni a casa che hai lo stesso colore di Beyoncè e un senso di gratitudine verso il creatore.

Il mare messinese è democratico.

C’è Furci Siculo e ci sono le isole Eolie. Puoi andare con lo slippino scolorito o il pareo di Trussardi. Ci sono le spiagge di Letojanni, così rassicuranti e familiari, impresse nel dna di ognuno di noi, sassolino dopo sassolino. Ma c’è pure Taormina, nel caso in cui avessi preso la quattordicesima. E poi, esiste una parola più estiva di Panarea? Forse Calippo, ma sono sicuro che Panarea dà quel brivido in più.

Il palermitano ha i tramonti che si spengono sul mare.
Il trapanese ha il fascino snob di Favignana e i villaggi di pescatori fermi nel tempo.
Nel ragusano ci sono le spiagge di Montalbano. I giapponesi vengono apposta.
Persino Agrigento ha delle icone marine come Scala dei Turchi.
E adesso veniamo a noi, Catania.

È vero, c’è la spiaggetta nera di San Giovanni Licuti: una cartolina.

Ma è larga uno sputo, e non è una parola scelta a caso. Se trovi posto sotto l’ascella di uno di quei pensionati che si distendono al sole dalle 5.47 sei fortunato. E poi ci sono i mammoriani volanti che si tuffano dai muretti, planano sulle tue teste e si schiantano tra le acque del porto con le loro Hogan stagione 2006. Li guardi in ansia perenne come quando vedi Paperissima Sprint e sai che, prima o poi, qualcuno si troverà un arto in meno: non è esattamente la definizione Treccani di “relax”.

Andiamo al Lungomare dove conviene andare al mare almeno in 3. Con te devono esserci un amico in grado di saper fare punture (parlo dell’antitetanica) e un erede di Reinhold Messner, il primo uomo ad aver toccato l’Everest, perché per scalare certi scogli ti serviranno delle competenze tecniche. Certo ci sono i solarium. Forse. A volte. Ma vuoi mettere il fascino di distendersi su pittoresche assi di legno accanto al tappetino di erba sintetica della doccia dove puoi accarezzare funghi alti come chiwawa?

Apriamo il capitolo Playa. La prima parte del litorale ha tracce di mare nell’olio. La seconda parte offre acque pulite solo fino alle 9 del mattino. Gli stabilimenti balneari, poi, si dividono in due: ci sono quelli fermi agli anni ‘80 dove ti aspetti di vedere Jerry Calà che esce da una cabina e ti dice “Libiiiidine”. E poi ci sono quelli in cui ti senti inadeguato perché non hai pettorali grossi quanto la testa di un neonato e non te la senti di pranzare con un bicchiere di frutta a nove euro.

Ci sono sempre le spiagge libere, certo.

Ma l’ultima volta che ci sono stato – ed è una storia vera – sono passato velocemente dal tizio del coccobello a un infermiere tirocinante del Garibaldi Centro e, per ragioni che non vi spiegherò in questa sede, vi dico solo che – da qualche tempo – associo la Playa al Tribunale di Catania.

Chi scrive ama fortemente la sua città. E non vorrebbe mai dover fare queste considerazioni.
Francesca Michielin cantava “Io non abito al mare, ma lo so immaginare”. Ecco, io ci abito, ma lo sogno ugualmente.

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Simone Rausi

Belle camicie e brutti tagli di capelli dal 1986. Scrive storie. Ascolta musica orribile. Guarda troppe serie tv. Ha scritto per radio, tv, pubblicità, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale. Il suo ultimo romanzo, Libera per tutti, ha un cactus che vola in copertina. Leggerezza. Ma con le spine.

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