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Catania nel pallone: il “giorno della vergogna” – I nomi dei giocatori indagati Le intercettazioni

Il Catania dell’ “alta società sportiva”, il Catania “tecnologico, tutto azienda e critiche zero o quasi ”, il Catania “che ora siamo organizzati, mica come una volta”, ecco questo Catania è finito nella polvere. Nel modo più disgutoso: planato in mezzo ad una squallida storia di denari per comprare partite.
In attesa dei dovuti riscontri alle ipotesi accusatorie della Procura della Repubblica, che sembrano comunque già adesso piuttosto fondate, cosa resta di questa “giornata della vergogna” sotto l’Etna?
Resta lo stupore di alcuni, il pudore ferito di altri, i “buoni sentimenti” di chi crede ancora che il calcio sia uno sport (qualcuno davvero ci crede ancora!), frammisto all’infinito cinismo di buona parte della città, che riesce ad “ingioiare” tutto e tutti. E a ripartire, senza rimpianti, senza pensare troppo. Una città fenicia non ha tempo per chi “perde”: corre via, verso il nuovo “vincitore”. In ultima istanza, verso il denaro. Che, secondo il catanese, è principio di tutto. E con il quale, secondo lui, tutto si può.
E, invece, non è così, o almeno non è sempre così. Il volto “da furbo” di Nino Pulvirenti, il suo fare da “primo della classe” non lo ha salvato -per ora- dalla polvere, dopo anni passati in prima fila nel “parterre cittadino”. Omaggiato e riverito da tanta stampa. Celebrato e ricercato nei programmi tivvù, anche in quelli dove non si capiva se era consentito o no fare al “Number one” domande vere. Anni e anni in cui Catania, seguendo la sua anima sempre apparentemente accanto a chi “vince”, ha mostrato di “amarlo” (come può amare un soggetto di natura commerciale, quindi abituato a fingere o mentire per vendere): politici, pubblici amministratori, imprenditori, insomma la “città che conta” lo ha circondato di un’ammirazione, spesso, affettata, ma mostrata senza infingimenti. In realtà, in quegli anni accadeva chi fra i giornalisti (veri) esprimeva critiche finiva in una sorta di “libro nero”, ne subiva di tutti i colori, mentre i “colleghi”, spesso, si giravano dall’altra parte.
Gli anni di Pulvirenti al Catania sono stati anni di conformismo, di ottuso o interessato conformismo di massa. Certo, i risultati ci sono stati: la promozione in A, i tanti anni nel “calcio che conta”, come dicono gli esperti. A proposito di esperti di calcio: ora dove e come mostrerà la sua “scienza del pallone” il dott. Ignazio Fonzo, magistrato che tante tramissioni sportive catanesi hanno accolto per consentire a lui di dire la sua sulle performance del portiere o del terzino della squadra rossazzurra o sulle possibilità di salvezza o di promozione?
E le domeniche della prossima stagione pallonara dove le passeranno tanti magistrati del Palazzo di giustizia per anni e anni ospiti, con tanto di abbonamento, in “tribuna d’onore”, magari anche con esponenti di punta delle forze dell’ordine?
Sono domande “forti”, sarebbero domande “normali” in una “città normale”, ma Catania non è “normale”, non lo è da decenni. E’ un tragico paradosso questa città fatta di teatranti mirabolanti e di cinici mercanti. Un paradosso che si conferma quando solo si pensi che alla fine della storia, forse, il migliore risulta essere il cavaliere Angelo Massimino, sì proprio lui, quello “brutto, sporco e cattivo”, quello che non “aveva buone maniere”, quello che si metteva, di domenica pomeriggio, davanti ai cancelli dello stadio a staccare biglietti per “combattere i pottoghesi” (i non paganti, per i non catanesi). O magari seguiva le partite del “suo” Catania da dietro la porta avversaria.E magari finiva per sentirsi male. Perché Massimino ci credeva, era vero, non di plastica. Un “eroe popolare” autentico: sudore, sacrifici, sconfitte, soldi, polemiche, vittorie, ingiustizie; insomma, una vita per la “sua” creatura. Contro tutti e contro tutto, contro il Potere e i suoi abusi, contro i nani politici e il loro opportunismo, contro i “radical chic” e le loro “buone maniere”: in questa “giornata della vergogna” la parte migliore di questa città torni a pensare a lui, a quegli anni, a quelle vittorie. Per un momento tornerà a sentirsi meglio, a sentirsi autentica. Non di plastica, né “furba”.

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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