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Lanzafame ‘Catania Futura’: “Né servi, né contrari per forza”

“La democrazia è la nostra salvezza”. Inizia così la chiacchierata con Agatino Lanzafame, consigliere comunale di “Catania Futura”.

“Intendo dire che la democrazia permette a chiunque, non soltanto ai predestinati, per intenderci i ricchi, i potenti, o semplicemente “i figli di”, di poter parlare con le persone, di essere loro portavoce e di prendere parte al governo della cosa pubblica”.

Questa possibilità nella sua esperienza quanto ha contato…

«Il mio percorso politico nasce grazie a tanto impegno e a tanta forza di volontà. Non solo la mia, ma anche quella di tutte le persone che mi sono state accanto. Quando mi sono candidato al consiglio di quartiere, otto anni fa, ho iniziato la campagna elettorale praticamente nel mio garage con i miei amici. Quando non sei “un predestinato”, impegnarti in politica significa coinvolgere gli altri. E così vai avanti, grazie alle persone che ti stanno accanto con spirito di sacrifico.»

Essere liberi, insomma…

«Con due obblighi: uno verso i propri principi morali, l’altro nei confronti dei propri elettori. Ogni volta che voto in difformità del mio gruppo o dell’amministrazione comunale, magari facendo arrabbiare qualcuno, ricordo a me stesso che devo rispondere alle 1400 persone che mi hanno votato. Devo poterle guardare negli occhi”.
Siamo già a buon punto consigliere Lanzafame, ma non posso sottrarmi dal farle delle domande sull’amministrazione e sul consiglio comunale.»

A proposito, Bianco ha annunciato la sua ricandidatura…

«E’un desiderio comprensibile, quasi un’ aspirazione legittima, quello espresso dal sindaco. Tutti, al termine dei cinque anni di governo della città, vorrebbero ripresentarsi per essere giudicati dall’elettorato.»

Ma il sindaco sta davvero, come dice lei, “governando”?

«Ecco, senza dubbio Bianco ha trovato una città i condizioni di difficoltà, specie sotto il profilo finanziario. Ma la città ha bisogno di risposte, quelle stesse risposte che costituivano il programma elettorale con cui il sindaco si è presentato alla città. Oggi, allora, è il tempo per l’amministrazione di svolgere un’attività politica ventre a terra, vicino alle persone e ai loro bisogni, di rispettare gli impegni presi con la città. Siamo ancora lontani dalla campagna elettorale, bisogna pensare a “fare bene”, anzi a fare meglio.»

Com’è secondo lei il rapporto col consiglio comunale?

«Rifuggo dall’idea di un “Consiglio di servi”così come di un consiglio di “contrari a prescindere”. Credo, invece, nella leale collaborazione dove la maggioranza è “leale, ma con la schiena dritta” e dove l’opposizione non si fa, a tutti i costi, anche sulla pelle della città. Se un consigliere fa mero ostruzionismo nei confronti dell’amministrazione sbaglia; d’altro canto, sbaglia la Giunta quando pretende di ridurre il Senato della Città a mero organo di rettifica. Così le istituzioni non funzionano: la politica, al contrario, presuppone che l’azione di chi governa sia arricchita dal dialogo tra tutti i soggetti politici e tra tutte le istituzioni. E’ questa l’intelligenza della democrazia.»

Nel caso specifico?

«Nel nostro caso il rapporto sindaco-consiglio ha funzionato ogni qual volta il consiglio è stato capace di far fare uno scatto in più all’amministrazione.»

Per questo “Catania Futura” pur astenendosi è rimasto mantenendo il numero legale per approvare il bilancio di previsione?

«Sotto il profilo prettamente politico noi pur sostenendo l’amministrazione non abbiamo membri in giunta. Il luogo di confronto con l’amministrazione è, dunque, il consiglio comunale ed è stato nostro dovere rimanere in aula.»

Sull’astensione?

«I tempi strettissimi con cui è arrivata in aula la proposta di bilancio di previsione non hanno consentito ai consiglieri di approfondire la delibera, di valutare gli emendamenti corposi presentati dall’amministrazione anche pochi minuti prima della seduta. Avevamo delle riserve sia sul metodo che sul merito, per questo ci siamo astenuti”.»

Sempre per rimanere in consiglio comunale, Maurizio Mirenda ha aderito a “Catania Futura” via “Grande Catania”…

«Con Mirenda abbiamo storie personali, ed un impegno politico, profondamente differenti, se non altro per questioni d’età. Ha scelto di aderire a “Catania Futura” e sono certo sosterrà le nostre battaglie in consiglio. Come movimento abbiamo a cure le periferie, il rilancio dell’economia locale e l’impegno per le persone più fragili, e credo che questi tempi siano cari al consigliere Mirenda. La politica, d’altronde, deve unire e aggregare attorno ad un progetto.»

Lei ha pocanzi parlato di politica come aggregazione, estinti i partiti dovremo sempre abituarci a gruppi consolidati che, di volta in volta, decidono da che parte stare?

«La legittimazione del sistema politico si garantisce attraverso il principio della responsabilità. I soggetti politici, durante, il loro mandato agiscono in base a scienza e coscienza nell’interesse della comunità. Poi, però, devono sempre rispondere del loro operato ai cittadini che devono poterli mandare via, anche “a calci”. Insomma, vanno salvati e rafforzati i meccanismi che permettono ai cittadini di giudicare il politico per le scelte fatte durante il mandato. Vanno moltiplicati i momenti di democrazia.»

Dunque…?

«I partiti devono aprirsi al territorio attraverso momenti di consultazione pubblica: sia per l’individuazione dei candidati, sia per la definizione del programmi, sia per l’adozione di scelte importanti. La politica deve smetterla di atteggiarsi a clan.»

I cittadini, del resto, lo hanno chiesto a gran voce al referendum…

«La grande partecipazione al referendum ha messo in luce quanto la voglia di decidere e partecipare sia viva e vibrante. La classe politica non sembra né abbia capito la portata.»

Il “No” è stato un segnale di rottamazione verso determinato ceto politico?

«Di certo un segno di disagio verso la classe politica, appunto. Io non mi sento di dover rottamare nessuno ma rottamare un modo quello sì. D’altronde, ci sono alcuni giovani, in fondo, che sono molto più vecchi dei vecchi.»

Per questo ha usato un attimo fa l’espressione “clan”?

«Uno dei grandi mali sono i cosiddetti “yes man”, uomini obbedienti che stanno in fila ad aspettare che qualcosa arrivi anche a loro. Gli “yes man” non aiutano chi governa ma, al contrario, allontanano dalle persone. Come sosteneva Schmitt, ogni potere ha la sua anticamera.»

Il problema è chi compone questa anticamera…

«Appunto. L’anticamera del potere è un fatto e non si può eliminare. Chi governa deve riempirla con persone di qualità. Con persone autonome e forti (qualcuno direbbe “Liberi e forti”) capaci d’ interpretare al meglio la realtà, di dare voce alla città e ai suoi bisogni, di suggerire, ammonire, consigliare. Se l’anticamera del potere è riempita da personaggi in cerca d’autore senza né arte e né parte che si limitano a dire che “va tutto bene” l’effetto sarà opposto. D’altronde si narra che anche Marco Aurelio fosse accompagnato da un consigliere che gli ricordava “di essere un uomo”, non un Dio. Lo avvicinava alle persone, non il contrario.»

A Catania, piuttosto, andrebbe ricordato a qualcuno che non è l’imperatore e manco il podestà.

 

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