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Catania, festa di Sant’Agata: un circuito di fede, dolci tradizionali e gastronomia tipica

Il velo rosso della Santa, il vino Etna DOC e quel dettaglio preziosissimo

A Catania è iniziato ormai il conto alla rovescia per l’appuntamento religioso più atteso dell’anno. La festa di Sant’Agata. Terza festa più importante al mondo, accoglie ogni anno, una massiccia affluenza di fedeli e turisti da ogni parte del globo. “La santuzza” si prepara dunque a riabbracciare la sua Catania nelle intense giornate tra il 3 e il 6 febbraio. In un tripudio di colori, profumi, fede e giochi pirotecnici, i devoti al grido di “semu tutti devoti tutti”, accompagnano la santuzza per le vie principali del centro storico, attraversando le bellissime piazze tra barocco e luminàrie, concedendosi di tanto in tanto, una meritata pausa tra un caffè e un arancino.

Perché per stare fuori tre giorni tutti filati, diciamoci la verità: la sola fede non basta!

Con i suoi dolci tradizionali carichi di storia e una Catania super fornitissima di locali e rosticcerie, che soddisfano i piaceri deliziando i palati dei devoti e non solo, la festa di Sant’Agata viene vissuta come attimo di congregazione, dove tutto scorre lento e la gente si gode qualche ora di relax e spensieratezza, domandandosi ogni tanto: “unni arrivau a santa?”. Ma prima di entrare nel vivo della festa, vi riportiamo qualche accenno storico su Sant’Agata.

La storia di Sant’Agata, le reliquie e l’antichissimo gioiello

Fin da piccola, Agata consacrò la sua verginità a Cristo. Quando il console Quinziano la incontrò, se ne innamorò e la chiese in sposa. Il rifiuto di rinnegare la sua fede, fu un brutto affronto per il console. Da allora, alla povera Agata, le furono inflitte pene e castighi tremendi, fino al martirio più grande. Il taglio delle mammelle per mezzo di grandi tenaglie.

Solo tra le fredde mura del carcere, riesce a trovare la consolazione e le cure di S. Pietro. Successivamente condannata al rogo e ai carboni ardenti, Agata muore il 5 febbraio del 251. Durante l’esecuzione però, accadde un fatto insolito. Il velo rosso che indossava, non bruciò. Il velo di Sant’Agata, secondo la storia, viene considerato un potente baluardo contro le minacce dell’Etna (e della sua lava che avanza minacciosa verso i paesini etnei)

Le reliquie della “santuzza”, vennero trafugate e portate a Costantinopoli nel 1040. Il 17 agosto 1126, per mano di soldati bizantini, furono rapite e consegnate al vescovo di Catania, rimanendo definitivamente al Duomo di Catania.

La ricchezza inestimabile dell’intera opera d’arte composta da vara, scrigno e busto di Sant’Agata, in termini di fede, è racchiuso al suo interno, contenendo le sue reliquie. Quando si parla di valore inestimabile in termini storici e materiali, ci si riferisce soprattutto al busto reliquiario. L’elemento che le conferisce maggiore preziosità – oltre la sua lavorazione per opera dell’orafo Giovanni Di Bartolo nel 1376 – è la corona che porta sul capo. La storia racconta che le è stata regalata dal re Riccardo Cuor di Leone alla fine del XIV sec. Ma il gioiello più antico e prezioso in assoluto custodito tra le tante preziosità presenti nel busto, è un anello papale del XIII sec.

Folclore tra urla dei fedeli e tradizioni gastronomiche

All’interno del circuito cittadino festoso tra processione, candele, palloncini e il fiume bianco di devoti nei loro abiti votivi compresi di casacca bianca stretta in vita con un cordone monastico, fazzoletto e guanti bianchi e una papalina nera – che fanno riferimento storico, secondo tradizione, alla notte in cui al rientro delle reliquie di Sant’Agata a Catania, il vescovo uscì in processione seguito dal popolo e dai nobili richiamati dal suono delle campane – non passano di certo inosservate le bancarelle.

Le bancarelle Agatine

Camminando sulle basole nere ormai ricoperte da segatura gialla come fosse un tappeto, si viene letteralmente presi per il naso (è proprio il caso di dirlo) dal caratteristico profumo di “calia e simenza” che, insieme al torrone, le carrubbe e le mele caramellate, accompagnano e inebriano di dolcezza queste tre giornate straordinarie lungo le strade cittadine.

Le olivette e le minnuzze di Sant’Agata

Sistemate tra le varie vetrine agghindate per l’occasione, nei bar e pasticcerie del centro storico di Catania, si trovano in bella vista le tradizionalissime olivette di Sant’Agata, lavorate in pasta verde di mandorla.

Accanto a queste, un po’ più in là, le minnuzze padroneggiano sul bancone nel loro formato in piccole cassatelle siciliane bianche, caratterizzate da una ciliegina candita in cima. Le olivette, fanno riferimento al momento storico in cui si narra che Agata, in fuga dai soldati, si sia chinata per nascondersi e vide improvvisamente germogliare ai suoi piedi una pianta di olivo che riuscì a nasconderla. Le minnuzze, invece, fanno riferimento al terribile martìrio subìto.

Il circuito gastronomico

A corredo di una festività tutta da gustare, sebbene non abbiano alcun riferimento storico, ma che sono tipici del luogo e sopratutto immancabili in questo evento, ci sono loro: gli arancini.

Sono diversi i locali considerati ormai un punto di riferimento in cui è doveroso fare tappa fissa, mentre si percorre il circuito cittadino. Il famoso bar nella centralissima piazza Duomo per esempio, dove i devoti si ricaricano con la colazione di primo mattino tra un caffè e raviole o involtini di crema, prima che Agata riabbraccia la sua città, dando il via ufficiale alla festa. E poi, il bar che si incontra percorrendo porta Uzeda, conosciuto per l’eccellente tavola calda. Il circuito che comprende la zona di via Plebiscito, dove è possibile trovare un laboratorio molto conosciuto dai catanesi per i prelibati iris. E tanti altri.

Il vino Etna Doc è il più vicino alla storia di Sant’Agata

La nostra curiosità ci ha spinti a chiedere al sommelier, Ugo Nicosia, della Fondazione italiana sommelier Sicilia, se esiste un vino che, in qualche modo, possa avvicinarsi alla storia di Sant’Agata.

Esiste un vino, così come esistono i dolci, che si avvicina tradizionalmente alla storia di Sant’Agata?

“No, alla tradizione di Sant’Agata sono maggiormente legati i famosi dolcetti, olivette e minnuzze. Il vino non è entrato nella tradizione Agatina. O almeno, non per il momento. Gioco forza, il vino più vicino e raccontabile per la Patrona di Catania, il cui velo rosso salvò la città dalle terribili colate laviche più e più volte, non può che essere un Etna Doc. Esiste in versione bianco, rosato, rosso e spumante. I rossi, i rosati e gli spumanti sono prodotti essenzialmente dalle uve di Nerello mascalese e Nerello cappuccio.

Si tratta di due vitigni autoctoni dell’Etna, nativi di queste zone che, negli ultimi 15 anni stanno scalando le graduatorie mondiali della assoluta qualità. Si vinificano nelle zone tutte intorno al vulcano da Trecastagni fino a Randazzo ed anche nella parte sud ovest di Biancavilla o Santa maria di Licodia. Colore rosso rubino leggero o rosato scarico, spesso trasparente, al naso esprime caratteristiche fini ed eleganti, in cui predominano sentori di liquirizia, spezie e piccoli frutti rossi. All’assaggio si presenta caldo, secco, pieno, armonico, sapido e fresco. Inconfondibili sono le note di minerale, tipiche di viti che scavano in profondità nel suolo vulcanico dell’Etna”.

E chissà che magari un giorno, non scopriamo di essere stati i pionieri di una nuova tradizione Agatina.

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