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Catania, aumentano le chiusure delle imprese e diminuisce lo sviluppo

Catania vive ancora una condizione drammatica, se non tragica, della sua economia, massacrata da decenni di “crescita drogata” dal un distorto intervento pubblico e da anni e anni di propaganda del Palazzo. Ma qualche speranza c’è: perché se l’agricoltura perde colpi, il commercio arranca ma punta sul ricambio. E il turismo tiene.

La speranza ancora non è morta, quindi, a maggiore ragione a leggere i dati elaborati attraverso il Registro Imprese della Camera di commercio, presentati stamane, in conferenza stampa, dal commissario ad acta Roberto Rizzo e dal segretario generale Alfio Pagliaro, i quali hanno anche raccontato le “giornate di protagonismo” milanesi, “Progetto Sicilia madre Terra”, coordinato dall’assessorato Attività produttive, capofila la Camera di Siracusa. Di cosa si tratta? In tempo di crisi le aziende investono sull’internazionalizzazione, insomma guardano al mercato globale nel solco di scambi sempre più stretti fra aree diverse e lontane.

Non a caso, alla vetrina “Expo 2015” di Milano hanno, infatti, partecipato ventuno imprese dei settori agroalimentari ed artigianato che hanno creduto alla missione di accompagnamento camerale. E quando, nelle scorse settimane, una delegazione di buyers cinesi è stata accolta dalla Camera, è stato chiuso un discreto numero di contratti.

“Il nostro intento era quello di rendere il territorio attrattivo e competitivo – ha dichiarato il commissario Rizzo- e abbiamo mirato più alla qualità che alla quantità delle presenze. Il nostro è un territorio attraente non solo da un punto di vista produttivo, ma anche culturale. Catania racchiude un vero e proprio brand, insostituibile nel suo genere, che è l’Etna e di conseguenza anche i suoi prodotti, sia enogastronomici che artigianali”.

Tornando al territorio, i dati sulle imprese rimandano una fotografia complessa, da leggere a più livelli. Eccoli: il tessuto economico catanese, al 31.12.2014 contava un numero di imprese registrate di 100.234, di cui attive 80.131.

Considerando le sole imprese attive, la concentrazione maggiore si ha nel settore del commercio 36%, segue il settore agricoltura 17%, quindi le costruzioni 13%, attività manifatturiere 9%, servizi alle imprese 8% e turismo 5%.

​Il tasso di sviluppo al 31.12.2014 è stato dello 0,6%, quindi sono state di più le imprese cessate rispetto a quelle nate. 

Quasi tutti i settori hanno visto contrarre la loro consistenza; la contrazione maggiore è stata registrata nel settore agricoltura con meno 2,5%, le costruzioni con meno 2,4%, l’attività manifatturiera con meno 0,6%, il commercio meno 0,4%, mentre hanno avuto un incremento il turismo con il 3,5%, servizi alle imprese 1,7%, il settore assicurazione e credito 1,2%.

Per il commissario Rizzo, “la contrazione che abbiamo registrato è molto limitata, e il dato rimanda ad una lettura tutto sommato positiva se pensiamo a quante aziende chiudono i battenti. Intanto emerge l’impresa di qualità, il commercio resta comunque presente. In economia vale una regola: la crisi serve ad epurare il mercato da tutto ciò che non è impresa sana”.

Per il segretario Alfio Pagliaro, i dati rimandano ad “un quadro dove  l’agricoltura perde sempre più il suo appeal che si contrae anno dopo anno. Altrettanto dicasi per le costruzioni, settore che vede una riduzione sia delle commesse pubbliche che delle costruzioni private, mantenendosi in massima parte sui lavori di manutenzione e ristrutturazione degli edifici. Anche  il settore manifatturiero ogni anno registra, seppur lentamente, una costante diminuzione dello stock di imprese, mentre deve infondere un cauto ottimismo la percentuale di contrazione del settore commercio che con il suo meno 0,4%, mantiene, quindi, lo stock di imprese quasi stabile e farebbe intendere che il crollo dei consumi interni si sia arrestato e che le prospettive per il futuro siano per un suo miglioramento”.

Il turismo, con il suo 3,5% , segnala una inversione di rotta lasciando intendere che finalmente le politiche di promozione turistica stanno sortendo gli effetti voluti.

Così come l’incremento dei servizi alle imprese, secondo la Camera di Commercio di Catania, dovrebbe essere letto come una ripresa delle attività economiche delle imprese, le quali fanno maggiormente ricorso ai servizi a loro dedicati. Stesso discorso dovrebbe valere anche per il trasporto e spedizione a significare un aumento del trasporto di merci in partenza ed in arrivo.

 Per completare il quadro del tessuto imprenditoriale catanese al 31.12.2014, la Camera ha anche evidenziato la struttura per natura giuridica.

Le società  di capitale sono 21.206, con una crescita rispetto al 2013 del 2,9%.

Le società  di persone sono 10.858 con una diminuzione rispetto al 2013 del 0,9%.

Le imprese individuali sono 61.166 con una diminuzione rispetto al 2013 del 1,7%

Le cooperative sono 5.549 con una crescita rispetto al 2013 del 0,1%

I consorzi sono 402 con una diminuzione rispetto al 2013 del 0,5%.

I dati evidenziano  una crescita delle società di capitale, che in una lettura d’insieme con quanto successo negli anni precedenti, sempre positivi, segnalano che il tessuto imprenditoriale catanese con il rafforzamento strutturale e societario si evolve verso forme più complesse, scindendo la proprietà dal management, rispondendo meglio all’attuale situazione economica.

Nel decennio 2004/2014, le società di capitale sono cresciute di ben otto punti percentuale, rappresentavano il 13% dello stock imprenditoriale nel 2004, nel 2014 passavano al 21,2%, nel pari periodo invece le società di persone sono diminuite di quasi due punti percentuale, così come le imprese individuali sono diminuite di quasi otto punti, passando dal 68,9% al 61,0%.

Le imprese femminili, nel tessuto economico catanese, sono 19.863 e rappresentano il 22,9%. La maggior parte di esse si concentra nel settore del commercio con 7.693 imprese e nell’agricoltura con 4.164. Il terzo settore per incidenza è quello dei servizi alla persona, con 1.968 imprese.

Le imprese giovanili, intendendo per queste quelle in cui la partecipazione è formata da persone “under 35” e che superi il 50% della quota associativa sono, sono 11.223, anche in questo caso la maggior parte si concentra con 4.402 imprese, nell’agricoltura con 1.488 e con sorpresa nelle costruzioni con 1.391.

Le imprese straniere sono 4.445, fatta eccezione per il commercio dove si concentra più del 50% di queste (2.680), le restanti sono distribuite negli altri settori maggiori, ovvero costruzioni (302), agricoltura (269), servizi alle imprese (209).

E ancora: il tasso di sopravvivenza delle imprese del triennio 2011/2014, fatto cento il numero delle imprese iscritte nel 2011, nel 2014, di queste sono rimaste sul mercato il 55,7%, quindi poco più della metà delle imprese iscritti nel 2011 sono riuscite a resistere sul mercato.

Questa misura si ritiene indicativo di due fattori che contraddistinguono la cultura imprenditoriale del catanese, ovvero la voglia di avviare un’attività di impresa , ma di contro non possedere le conoscenze di base nella gestione aziendale, da qui questo ampio turnover di imprese. Vecchio problema. A quando la “svolta”?

 

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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