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Caso Scuto: chiuse le misure di prevenzione. Entro un mese la decisione dei giudici?

Sulla sorte dell’impero economico, sull’ipotesi o meno di confisca, dell’ex “re dei supermercati” di Sicilia Sebastiano Scuto si dovrà attendere ancora: entro un mese, con ogni probabilità, arriverà la decisione dei giudici delle Misure di Prevenzione, entro l’anno ci sarà la decisione finale della Cassazione sul processo che lo scorso ottobre ha registrato la sentenza della Corte d’Appello dopo il parziale annullamento della Suprema Corte.

Stamane, davanti ai giudici di secondo grado per le Misure di Prevenzione( Presidente Salvatore Costa, a latere Dagnino e Fichera) e al sostituto procuratore Miriam Cantone, si è celebrata l’utima udienza: ha parlato, con un intervento sintetico, il prof. Guido Ziccone. Accanto a lui erano il prof. Giovanni Grasso e gli avv. Francesca Ronsisvalle ed Enzo Mellia per i terzi interessati, in particolare i familiari, presenti con la moglie e il figlio Salvatore.

Il prof. Ziccone, facendo anche riferimento alla sentenza della Corte d’Appello dell’8 ottobre scorso (vedi articolo del 13 gennaio su L’urlo in tema di motivazioni) ha sottolineato due punti: la questione dell’attualità della “pericolosità sociale”, evidenziando, come riferito in sentenza, la rottura nel tempo del rapporto con il clan Laudani e poi soffermandosi sul tema della titolarità dei beni e del loro riferirsi a familiari e a vicende lontane da quelle imprenditoriali di Scuto. Il legale, fra l’altro, ha ricordato che la signora Spina, moglie di Scuto, appartiene ad una famiglia facoltosa.
Ricordiamo, però, che nelle motivazioni della sentenza d’appello è, fra l’altro, scritto sui rapporti fra l’imprenditore e il clan:
“…dalle dichiarazioni di Giuseppe Laudani emerge come nel 2006 sebastiano Laudani il piccolo avesse incontrato presso il cimitero di San Giovanni La Punta Sebastiano Scuto il quale aveva ribadito il proprio attaccamento alla famiglia Laudani, affermando che ‘aveva sempre la famiglia nel cuore e non se l’era mai dimenticata’. Queste parole a detta del collaborante avevano tranquillizzato la famiglia Laudani che, a questo punto, attendeva fiduciosa l’esito del processo per riattivare i rapporti economico-finanziari con l’imputato….Giuseppe Laudani aveva comunque deciso che, al fine di aiutare lo Scuto ad uscire assolto dal processo, avrebbe agito affinchè gli appartenenti al clan che sarebbero stati citati come testimoni rendessero dichiarazioni favorevoli all’imputato, ancorchè false. Nel corso del 2008, avendo appreso che era stato citato Domenico Sapia, all’epoca detenuto come lui nella stessa casa circondariale a Catanzaro, lo indusse a rendere una falsa testiomianza in favore di Scuto, sostenendo di essersi recato presso di lui per prelevare il provento di un’estorsione. Giuseppe Laudani, in particolare, riferiva di avere avuto notizia dalla zia Maria Scuderi, madre di Sebastiano Laudani il piccolo, che il cugino aveva incontrato lo Scuto per informarlo di tale circostanza e che l’imputato si era mostrato contento di questo atteggiamento. … E’ stato ritenuto, pertanto, certo che i Laudani si adoperarono al fine di inquinare il dibattimento mediante deposizioni false e che tale manifestazione di disponibilità del clan nei confronti dell’imputato era avvenuta ancora nel giugno del 2008…”
Non solo, è altresì scritto in sentenza:
“per come già definitivamente accertato, però, nella costituzione di Aligrup spa sono confluiti sia il capitale e i beni lecitamente prodotti da Scuto nello svolgimento dell’attività di impresa antecedente al suo ingresso nel sodalizio criminale, sia il capitale e i beni provenienti dalla famiglia di sangue dei Laudani, sia il capitale di pertinenza della moglie dell’imputato, ricevuto per successione dal padre (Eugenio Sturiale ha ricordato –avendolo saputo in famiglia essendo il marito di una nipote della Spina- come il suocero di Scuto fosse un facoltoso imprenditore del settore agrumicolo che ebbe a lasciare nel 1960 un miliardo di lire a ciascuno dei propri figli).

Deve escludersi, dunque, che Aligrup spa possa definirsi come ‘impresa mafiosa’ nel senso di impresa nella quale il capitale e il patrimonio sono integralmente di derivazione illecita o vi è totale sovrapposizione tra la compagine societaria e la consorteria criminale; essa va, invece, definita come impresa inquinata dall’apporto di capitali illeciti….”

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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