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Casa degli orrori ad Aci Sant’Antonio: anziani legati, derisi e lasciati tra le loro feci

Dietro la Casa di Riposo “San Camillo s.r.l” di Aci Sant’Antonio si svelava un ricovero fatto di violenze, insulti e angherie. 

L’indagine trae origine dal sequestro di alcuni telefoni cellulari, avvenuto nel mese di luglio 2019. Fra i dispositivi sequestrati, in particolare, l’attenzione dei militari si soffermava sul contenuto di quello di  Giovanna Giuseppina Coco, una delle indagate. All’interno del suddetto dispositivo, individuate numerose foto, scattate all’interno della casa di riposo nel periodo compreso tra marzo e giugno 2019, ritraenti maltrattamenti ai danni degli anziani
degenti.

Anziani nudi e costretti a vivere tra le loro feci: altro che casa di riposo

Dall’analisi delle immagini, si evince la condizione di precarietà igienica ed assistenziale in cui gli ospiti di “Villa San Camillo” sono costretti a vivere. In particolare, è possibile notare anziani completamente nudi, lasciati per terra insieme ai loro escrementi, incastrati tra le sbarre di protezione del proprio letto, con vistose ferite. Soprattutto risalta una foto raffigurante le condizioni di sviluppo di una piaga da decubito in una paziente anziana. Quest’ultima non adeguatamente curata e conseguentemente notevolmente peggiorata nel tempo.

Approfondendo le indagini, i militari accertavano come all’interno di una delle camere da letto poste al primo piano, un ospite era letteralmente bloccato nel proprio letto. Il poveretto era impossibilitato ad alzarsi e causa di alcune sedie ed un divano posizionati ai lati del letto, che ne impedivano qualsivoglia movimento.  Inoltre, nel corso delle operazioni, i carabinieri del N.I.L. appuravano come all’interno della struttura oltre alle persone regolarmente assunte, risultavano svolgere attività lavorativa in nero undici dipendenti.

Da qui l’esigenza di avvalersi anche di indagini di natura tecnica che hanno consentito di svelare come l’amministratore della struttura,  aveva omesso di vigilare sul personale dipendente. La sua mancava aveva permesso alle dipendenti di maltrattare gli anziani degenti della struttura e di creare un clima abituale di vessazioni, umiliazioni e mortificazioni in danno dei medesimi. Operatori disinteressati alla cura e all’assistenza medica degli anziani nonché alle condizioni igienico-sanitarie che risultavano precarie. La presenza di topi, ad esempio, ha consentito agli anziani di contrarre la scabbia.

“Ora ti lascio legato alla sedia tutto sporco di pipì come i porci”

Le operatrici  non prestavano assistenza agli ospiti, anche a fronte delle loro ripetute richieste d’aiuto, in diverse occasioni li legavano ai tavoli o ai letti per non farli muovere. Lavavano i poveri anziani con l’acqua fredda o, per punizione, non li cambiavano a seguito dell’espletamento dei loro bisogni fisiologici o li lasciavano nel letto con le lenzuola sporche. Non soddisfatte, li lavavano con il sapone della lavatrice, deridendoli poi per il loro profumo di “aloe vera”.

Come precedentemente detto, alcuni anziani avevano contratto la scabbia. Le donne,  cercavano di curarla come da precise indicazioni del titolare, con semplici impacchi di olio di oliva in luogo della corretta terapia farmacologica. Gli anziani, inoltre, erano costretti ad assumere farmaci scaduti.

Violenze dinanzi al pianto di una povera donna

Come se la violenza e le vessazioni non fossero già abbastanza, le operatrici sanitarie li denigravano, mortificavano ed insultavano abitualmente. Le frasi più “celebri” erano o “schifoso, sporco, più schifo di te non ce n’è, non mi rompere la ……….” o “che schifo di persona, che schifo, educazione zero, ora la lascio sulla sedia tutto
sporco di pipì, come i porci”: L’ultima frase era spesso questo rivolta ad una persona di 100 anni che poi per
punizione era costretto a mettersi a letto da solo. Un’altra anziana era soggetto di minacce: le donne non volevano legarla, lasciarla piena di feci e di non lavarla, sempre urlando e generando il pianto della povera donna.

Tutti elementi che hanno permesso di consolidare il quadro probatorio a carico degli indagati. Scatta così per Giovanni Pietro Marchese, amministratore unico della casa di riposo, il divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale, per la durata di 12 mesi. Mentre per le dipendenti  Giovanna Giuseppina Coco, Rosaria Marianna Vasta e Alessandra Di Mauro la misura del divieto temporaneo di esercitare la professione all’interno di case di riposo e strutture di assistenza per anziani, per la durata  di 9 mesi.

E.G.

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Redazione

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