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Il cameriere paura non ne ha

I veri giudici del tuo carattere non sono i tuoi vicini, i tuoi parenti, o anche le persone con le quali giochi a bridge. Le persone che ti conoscono davvero sono i camerieri, le cameriere, e i commessi.” (Betty Marion White)

Credo di aver capito, all’ormai veneranda età di trent’anni, il fatalissimo momento nel quale un gruppo umano raggiunge il più miserabile gradino. Non mi riferisco a carceri di massima sicurezza, 8 marzo di sole donne, addii al celibato di soli uomini, assemblee di condominio, campi di concentramento, favelas, bidonville, buffet di apertura campagna elettorale e talk show della domenica pomeriggio. Peggio.

L’umano, in specialissimo modo il sub-umano definito per convenzione “italiano”, da senza dubbio il peggio di se al ristorante. Su questo non v’è dubbio. L’italiano si vanta di avere portamento ed una grande cultura culinaria (inculcata da nonna e mamma) e per questo crede di aver ormai acquisito la stessa professionalità di un maître di Cortina D’Ampezzo e la medesima sensibilità al palato di Antonino Cannavacciuolo. Sono stronzate e chi sta leggendo forse inizia già ad avere contezza del dramma che sto per snocciolare.

Sì, a costo di sembrar arrogante ed irrispettoso (l’invettiva che segue non è generale, s’intende!), qui lo dico e qui non lo nego: ho precisa cognizione dell’argomento che sto per esorcizzare con questo disordinatissimo frullato di agrodolci considerazioni. Ci sono passato. Sono stato per anni in trincea, spalla a spalla con colleghi divenuti fratelli. So cosa vuol dire.

Ero un cameriere. Lo sono ancora. Lo sarò per sempre al di là della mia attuale professione. Servo per mestiere ma non per indole. Sono pure laureato ma quest’ultimo è un gravissimo errore di gioventù del quale sono profondamente pentito e per il quale pago amare conseguenze.

Chi si cimenta in questo mestiere, anche per un solo mese, adotta una forma mentis che lo accompagnerà per tutto il resto della propria vita. Anche in altre professioni, anche nei più complessi e travagliati rapporti umani. Ci sarà un eterno risentimento all’ascolto della solita barzelletta sui camerieri, pur consapevoli che oltre carabinieri, napoletani, camerieri e suore non resta molto. Ci si commuoverà ripensando agli sguardi camerateschi tra colleghi all’arrivo dei primi clienti, verrà un nodo in gola ripensando alle pulizie di fine serata con l’eco di Adagio for Strings di Samuel Barber come nel film Platoon. Insomma, una camicia da cameriere è per sempre, il traumatico “drin-drin” del campanello del pass, sognato nel cuore della notte, pure.

È un lavoro che dovrebbe sostituire la vecchia cara leva militare obbligatoria. Ad oggi probabilmente l’unico master indispensabile, l’unica vera “Università della strada“, un formidabile metodo di studio sul drammatico livello di educazione, buonsenso, cinismo e cultura della popolazione italiota. Prima di tuffarvi a bomba nell’argomento, vi consiglio un veloce studio preliminare del pezzo “Camerieri” dei Marta Sui Tubi, del film “Camerieri” di Leone Pompucci e dell’interpretazione del cameriere Rudy di Alfonso Tomas in “Pierino torna a scuola”.

Ad ogni modo, ogni cameriere (che si rispetti) ha una sorta di vocazione. Come i preti, quelli autentici, come i sadomasochisti, quelli veri, perversi nel profondo.

No, attenzione! Con “vocazione” non mi riferisco al servire con la prostrazione di Emilio Fede, l’equilibrio di Carla Fracci ed il portamento alla Roberto Bolle tra i tavoli di una pizzeria qualunque. E’ qualcosa di più spirituale. La “chiamata” è un’altra. Il cameriere adora osservare, ascoltare, assorbire i vostri difetti, pregi, debolezze, sogni e frustrazioni per poi trarne spunti di ogni tipo. Il cameriere è un sociologo che ha solo smesso di sognare.

Il cameriere ha impresso sulla propria pelle l’imbarbarimento che raggiungono uomini e donne seduti ad una tavola già apparecchiata, dinnanzi a pietanze già cucinate, cibarie servite da soggetti con cui non vi è alcun vincolo parentale ma con i quali i più si rivolgono con un confidenzialissimo hey tu! Vieni qui!. Ecco! In queste tavole, il gruppo umano, da clan si fa branco ed il cameriere è pronto a difendersi e contrattaccare, osservando tutto scientificamente. Questione di callo!

Spesso il branco di clienti si erge a corte aristocratica di Versailles pur non perdendo l’istinto del più rozzo, affamato e solitario rapace.  Sottolineando volentieri che, chi serve lo fa perché esiste una qualche ragione divina che ha diviso i servitori dai serviti, i superiori dagli inferiori. Come rigidissime caste indiane, come nobili e plebei. Perché spesso anche dietro un raro quanto garbato “scusi, senta, cameriere” si cela il tanto celebre Mi dispiace, ma io so io, e voi non siete un cazzo di Alberto Sordi in Il Marchese del Grillo.

Brutta categoria quella dei clienti.  Lo zoo è pieno di specie rarissime ma il più delle volte v’è un solo comune denominatore comportamentale. Mi riferisco ai tanti che entrano spavaldi e fieri, filosofeggiano del nulla per ore a menù chiuso per poi sprofondare nel panico come in un quiz televisivo davanti al cameriere desideroso di appuntare l’ordinazione. Ironia della sorte, dopo uno studio universitario del menù, gli stessi clamorosamente dimenticano la pietanza scelta. Quando la dimenticano? Proprio dinnanzi al cameriere caricato come un mulo da soma, in preda a crisi mistiche fantozziane da ustione per i piatti incandescenti spalmati tra mani ed avambracci. Lecito pensare a sadismo puro.

Cliente: << Io cosa ho preso?>>

Cameriere: << La margherita? Per chi è la margherita!>> (in sottofondo lo sfrigolare della pelle sotto il piatto rovente, in volto i primi tic, principio inequivocabile di una prossima sindrome di Tourette)

Cliente: << Era per me la margherita?>>  (Bernadette a Loudes in preda a crisi mistiche dopo apparizioni mariane.)

Altro cliente : << Il cameriere ci sta odiando ahahahaha>>

Cameriere: << Assolutamente no. Sa quanto costa una seduta di Hot Stone Massage? Grazie a lei faccio tutto aggratis. Piatti caldi per la vasodilatazione ed umosimo visigoto per l’anima.>>

Cliente: << Ma sta piangendo? Scotta?>>

Cameriere: << No, mi commuovo facilmente.>>

Sempre loro, fenomeni che pur non avendo mai provato a montare un barbecue o a cucinare un petto di pollo decente, giudicano la cottura delle pietanze con il piglio del più indisposto Carlo Cracco ed assaggiano vini, amari e grappe ondeggiando bicchieri in controluce e sorseggiandoli con la più ostentata ed aristcratica “r” moscia, nemmeno fossero a cena dalla  Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare. Maledetti Master top food kitchen Chef! Maledetto Trip Advisor! Maledetti tutti!

E so bene che poco c’entra ciò che fuma e profuma dentro il piatto; il cliente si aspetta una rivincita umana e non solo una semplice croccante pizza, non una semplice pasta al dente. Lo scopo è emanciparsi a scapito di qualcuno. Homo camerieri lupus. Faje sentì a presenza nsomma.

Il cliente ha spesso un umorismo uzbeko tutto suo che sfoggia nel momento meno opportuno con la persona meno prospensa a cogliere ed il cameriere, il più delle volte, congela cortesemente il proprio volto col sorriso più forzato di una showgirl dopo un intervento agli zigomi; quel disgraziato del cameriere, tumefatto da ipocrita misericordia, è pagato anche per assegnare un 18 politico a tutti gl’improvvisati attori comici. Anche ai comici che diventano improvvisamente attori drammatici quando si presenta l’opportunità di lasciare la mancia.

Battute con la stessa ilarità del “ambo” gridato dal nonno all’estrazione del primo numero a tombola. Insomma i classici o per meglio dire eterni  “Il caffè per me amaro come la vita”, “Mi porta il sale? Sale che scende però” o “il conto lo porti a lui, paga tutto lui Ahahahaha!,  alla stregua del “Com’è l’acqua?” – “Bagnata!”, gridato con soddisfazione da qualche buontempone in spiaggia. La morale è una: purtroppo ancora nessuno di questi oltraggi alla dignità umana è punito con lapidazione o fustigazione in pubblica piazza. Tempo al tempo.

Nulla scalfisce il cameriere. Nemmeno le domande inutili sugli ingredienti dei cibi (tutto già appuntato sapientamente sul menù). Non il banalissimo “ma non è pesante? pure nel weekend? anche in vacanza fai il cameriere?” o l’impertinente “potrebbe far veloce?“. Il cameriere è nato pronto, porta un cilicio intorno al fegato. Pronto a cosa? Quando spavaldi orde di clienti si arrampicano al tavolo che più li ispira, non curanti dei posti già riservati nemmeno fossero a casa loro o quando al primo appuntamento galante (al secondo, quando la passione ha fatto i bagagli, l’imperativo è immergersi nel più misero silenzio, spalmati sul cellulare tutta la sera) alcuni uomini decidono di sfar sbocciare il proprio ruvido machismo scegliendo come pezza/spalla d’appoggio proprio il più stanco e depresso dei camerieri. Lo stesso cameriere, che già da tempo fa conti con la gastrite nervosa e che ha il caricatore pieno di finti e dolorosissimi sorrisi, “oh carissimo” e “scusi”, un caricatore pronto per una raffica sparata ad hoc per  l’autostima del più bisognoso.

Il cameriere, a differenza vostra, sa cosa che il Siate affamati, siate folli” di Steve Jobs non è un bellicoso consiglio per gli avventori di un ristorante. Senza offesa.

I bambini poi. Capitolo interessantissimo. Sì, bambini, bambini ovunque (e lo scrivo col ghigno del più spietato Erode), salvo nelle prenotazioni telefoniche dove il silenzio dopo il “siamo in sei” è da interpretare come “più otto bambini”. Guai a non cogliere gli omissis!

Ad ogni modo, i bambini. Si arrampicano, scivolano, gridano, si rincorrono, piangono e fissano. Guardano il cameriere come nel più inquietante film horror. Più delle gemelle di The Shining, più della piccola Reagan in L’Esorcista, più del Mini-me di Austin Powers.  Pronti a sgambetti, trappole mortali, sputi, scaccolamenti degni del più ardito neurochirurgo e pianti isterici a milioni di decibel. Alveari di api assassine, piccoli elfi malefici che nessuno ha ammaestrato a dovere, mini lanzichenecchi maledetti che scorazzano tra un tavolo ed un altro, manco fossero scimmie urlatrici in preda al morso della più letale tarantola. Si, proprio quei satanassi privi della più elementare educazione! I bastardi che non resistono alla tentazione di produrre tonnellate di coriandoli con i fazzoletti, gli autori della fossa comune bosniaca, della discarica nella terra del fuochi, di parte della rete fognaria di Mumbay che fermenta negli angoli più reconditi e sotto i tavoli più improbabili.

Genitore: << Avete il seggiolino per il mio piccolo?>>

Cameriere: << No signora, abbiamo la Culla di Giuda, la Vergine di Norimberga e una sedia elettrica che fa molto vintage.>>

I figli dei genitori moderni del “vivi e lascia vivere”, quelli arcobaleno che si ingravidano per sport, quelli che sfornano baronetti e principesse perchè l’orologio biologico inzia a gridare, quelli che  fanno loro il metodo Montessori (quando forse sarebbe opportuno il “trattamento Ludovico” di Arancia Meccanica) e non osano turbare il proprio pargolo con un rimprovero old style perché il trauma di un deciso richiamo verbale potrebbe compromettere inesorabilmente il folgorante futuro del piccolo aspirante professore ordinario di fisica nucleare.

Vai figlio mio, esprimi libermanete la tua geniale indisciplina creando origami composti di pasta, pane e fazzoletti, dimostrando a tutti con pennarelli e matite quanto tu sia destinato a diventare il nuovo Salvador Dalì. Tutto mentre mamma parla di smalti, lavoro, borse, amiche puttane, amiche invidiose e stress genitoriale. Vai pure mentre ripasso la rubrica del mio cellulare, sprofondo su facebook o ripercorro i miei più recenti selfie.

“Vai figlio mio, razzia tutto e sporca in ogni dove come un vero vichingo (Sul pavimento una fossa comune bosniaca, una discarica nella terra del fuochi o parte della rete fognaria di Mumbay. Tanto c’è il cameriere che pulisce a fine serata) sa fare mentre papà parla di calcio, lavoro, insindacabili tesi politologiche degne del più lucido Giovanni Sartori ed improbabili coiti passati con bagascioni ninfomani; esperienze mistiche tra un rodeo ed una vivisezione.”

E poi : <<FIUUU!!!!>> indirizzato al cameriere più vicino per il classico “qui si può fumare?” a pochi centimetri dal cartello “Vietato fumare” ed i dubbi amletici del cameriere che seraficamente risponde cordialmente “no” ma in realtà pensa “davvero c’è un così alto tasso di analfabetizzazione?”.

Dicevamo? Ah sì. Il delicatissimo “fiuuuu”, il fischio da pastore sardo, intervallato o sostituito dal più raffinato schioccar di dita, tutto ciò seguito dalla mitica penna invisibile spalmata sul palmo delle mani.

Cameriere: << Vuole un autografo?>>> (pessima battuta)

Cliente che non ride <<No! Voglio la…>>

Sì, proprio lei. La “cuenta”. Ah! Quanta ilarità nell’immaginarli con nacchere e toro inferocito alle spalle quando fieri gridano “la cuenta!” in spagnolo!Quanta sensualità in quella pronuncia perfettamente hispanica! Quanta voglia di rispodere “Plata o plomo” come il più feroce Pablo Escobar nella serietv Narcos, quando non lasciano nemmeno un gettone telefonico per mancia. Ad ogni modo, ollllllè!

Il gesticolare per attirare l’attenzione del cameriere, qualcosa di primordiale, utilizzato probabilmente da chi non è a proprio agio con l’uso della parola. Pratiche desuete persino nei pascoli abusivi albanesi. Mani al cielo come ad Ibiza, dita schioccate che nemmeno al festival della taranta in Salento, mimica degna del più maturo Carmelo Bene. Nessuno ad osar un semplice “scusi!”. Ognuno con i propri costumi, ognuno con le proprie maschere.

Tutto intorno intanto, stranieri che composti ed educati, ridono divertiti dell’inopportuno cliente italiano. Stereotipi confermati.

Caciarone anche in silenzio, carnascialesco anche in quaresima. Intollerante non per patologia ma per sport. Nutrizionista sulla via di Damasco. Glamour nello scegliere vini a lui sconosciuti, posseduto dallo spirito di Renzo Piano durante il taglio della pizza. Allergico al “vorrei” ed al “lei”, avvezzo al “voglio” ed al confidenziale “tu”. Uno spettacolo per il turista che ormai sceglie l’Italia non per monumenti, cibo o paesaggi ma per osservarne i curiosi umanoidi ipodotati che la abitano.

E poco importa se il germanico con la “Margarita” beve un cappuccino, se il russo spruzza un po di ketchup sugli spaghetti o se lo yankee chiede il “parmesano” per le “l’inguine” (l’apostrofo non è un refuso) alle vongole. Il cliente straniero, il più delle volte, attraverso la propria educazione, rivela quanto il nostro paese sia pieno di aspiranti “cummenda” brianzoli con l’auto a rate, i soldi del papi in tasca, gli strozzini sotto casa ma lo charme di chi la scampagnata di pasquetta potrebbe benissimo farla a Portofino. Un’Italia fatta di raffinatissimi sommelier di sto cazzo (perdonate il francesismo!) col pantalone firmato e l’arsura desertica di temporanea autorevolezza a pagamento, in tangenziale come al ristorante.

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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