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Mafia calatina, processioni, Laudani e Matteo Messina Denaro

Un cornuto che se la meritava…” (Francesco La Rocca intercettato, ricorda Giovanni Falcone)

…tutti ricordano lo “zio ciccio” come una persona da voler bene, degna di essere rispettata, non per pretese ma perché ha sempre voluto bene i suoi paesani ed è stato ricambiato; di lui hanno tutti un bel ricordo…” (Rosaria La Rocca ricorda pubblicamente il padre su facebook)

Le “annacate” dei fercoli religiosi, sotto il balcone dei boss mafiosi, non fanno più notizia. Prima lo stupore mediatico per una pratica vecchia quanto la mafia stessa, poi l’indignazione per il profano che incontra l’altro profano ed infine la noia per la solita “tiritera” che sembra aver stancato l’alta e raffinatissima opinione pubblica.
Il fercolo sotto casa del “mammasantissima”, un cronista d’assalto che si diverte a raccogliere centinaia di “niente ho visto” o “non sono di qua”, le dichiarazioni di qualcuno che non sapeva fosse proprio quella la casa del mafioso, il santo che non suda, la Madonna che si piega, qualche carabiniere coraggioso, Le Iene o Striscia la Notizia ad esser fortunati, l’ignaro sindaco che si dissocia ed infine le indagini che partono. Da Oppido Mamertina a Paternò passando per Castellammare di Stabia, un unico spartito, un unico copione in tutto il meridione italiano e le comparse di sempre. Due o tre giorni di clamore e poi nulla.

A San Michele di Ganzaria, la genuflessione dell’acqua santa dinnanzi al diavolo, sembra essere accaduta addirittura durante la processione del venerdì santo. Probabilmente la manifestazione più sentita dai sammichelesi, sicuramente un palcoscenico ideale per ostentare potere e prestigio. La processione, infatti, a dire di alcune testate on line,  pare abbia fatto tappa a piazza Monte del Carmelo, proprio sotto casa del padrino Francesco La Rocca. Alcuni smentiscono, molti interpretano, altri si infuriano in un impeto di orgoglio paesano, altri tacciono. Nessuna certezza quando si parla di santi e madonne.

San Michele di Ganzaria – poco più di tremila abitanti, strategicamente incastonato tra la provincia di Caltanissetta, la provincia di Enna e Caltagirone, in provincia di Catania – è infatti il paese di Francesco La Rocca. Classe 1938, ufficialmente allevatore e guardia campestre, in verità spietato killer prima e carismatico boss poi. Reggente di Cosa Nostra per tutto il calatino, di “estrazione” corleonese prima, in seguito alleato dei Santapaola-Mirabile, vicino agli Ercolano poi.

La Rocca avvia già a diciotto anni la propria carriera criminale. Nel 1956 è battezzato come “uomo d’onore” al soldo di Calogero Conti, autorevole boss di una delle più antiche cosche della provincia di Catania, la famiglia di Ramacca e più volte vice rappresentante della provincia etnea nella commissione mafiosa regionale.
Poi è lo stesso Conti a “prestarlo” alla famiglia di Mazzarino di Ciccio Cinardo, appartenente al potente mandamento nisseno di Riesi, feudo dei Di Cristina.

Intorno al 1981, dopo un tirocinio fatto di omicidi e svariati altri reati, fonda la famiglia di San Michele di Ganzaria, intreccia legami con politica ed imprenditoria e tesse stretti rapporti con le cosche dell’agrigentino (sarà padrino d’affiliazione di Maurizio Di Gati, ex reggente della famiglia di Cosa Nostra ad Agrigento poi diventato collaboratore di giustizia), del nisseno, del palermitano e dell’ennese, conquistando la piena autonomia da Cosa Nostra etnea. Coinvolge persino il figlio Gioacchino “Gianfranco”(affiliato insieme al super killer catanese Maurizio Avola) ed i nipoti Gesualdo inteso “Aldo” e Gaetano Francesco inteso “Franco” (secondo quanto emerso nelle indagini “Chiaraluce”, “Grande Oriente”, “Orione” e “Dionisio”).

Il suo nome è presente in molti pizzini ritrovati nel covo di Bernardo Provenzano. Boss che non manca di chiedergli consigli e con cui ha ripetuti scontri, anche sulla nomina dello stesso Di Gati come reggente dell’agrigentino.

Il pentito catanese Antonino Calderone, nella sua ormai celebre confessione fiume, lo definisce “belva”, raccontando raccapriccianti episodi dove lo stesso La Rocca è protagonista assoluto.

Come l’uccisione del figlio di un boss di Canicattì (Ag), per ordine dello stesso padre del giovane, Giuseppe Di Bella, poi a propria volta ucciso da un’autobomba. Il ragazzo, reo di simpatizzare per il PCI, sarebbe stato ucciso dallo stesso La Rocca su commissione proprio del padre, spaventato dalle idee “sovversive” del figlio ribelle. E’ il compiaciuto boss calatino a fare la confidenza a Calderone con un emblematico “L’ho  fatto di buon grado…”.
O come l’omicidio di Rosario Grasso detto “bau”, uomo d’onore della famiglia mafiosa catanese e responsabile di una congiura ai danni di Giuseppe Calderone e Nitto Santapaola. Grasso fu pestato e stangolato dallo stesso La Rocca che, dopo averlo ucciso, si accanì strepitando sul cadavere ed impressionando gli altri componenti del commando.

Ora, invece, sembra tutto tremare. Sono lontani i tempi in cui Francesco La Rocca decideva il bello e cattivo tra Enna e Caltagirone, lontani i tempi in cui il super killer calatino Salvatore Tuccio, compare di mattanze di Nino Santapaola, uccideva “ad arte” anche fuori zona. Ora sembra esserci una novità. Sembra esserci tensione.

Forse proprio quella “annacata” è un modo per sbandierare la propria leadership a chi nuota verso altri lidi. O forse è solo una antica e consolidata tradizione mafiosa, priva di un fine specifico.

La novità però c’è ed è rappresentata dai fuoriusciti del gruppo di Marco Grimaldi, ex affiliato alla famiglia La Rocca ed una condanna definitiva per associazione mafiosa ed armi nel 2003.

Secondo il super pentito Giuseppe Laudani, Grimaldi avrebbe chiesto aiuto proprio al clan etneo dei “Mussi di ficurinia”, in rotta anche con gli storici alleati dei Santapaola ed in cerca di altri lidi per i propri affari.
E’ proprio il collaboratore Giuseppe Laudani, classe 82 e figlio del boss Gaetano, ucciso nel 1992, ad attribuirsi danneggiamenti, incendi e colpi di pistola sparati contro le saracinesche dei negozi di Caltagirone tra il 2005 ed il 2006. Una destabilizzazione rivolta proprio ai La Rocca. Azioni, secondo il collaboratore di giustizia, eseguite dal gruppo Laudani di rinforzo a Grimaldi. Gruppo di cui avrebbero fatto parte: Rosario Campolo, Salvatore Di Mauro detto “Sciarretta”, Mirko Pelleriti, Carmelo Isaia detto “Meluccio di Lineri”, Paolo Aloisio ed Alessandro Lanzafame detto “La strega”.
E’ sempre il super pentito a rivelare il progetto di uccisione del figlio del boss La Rocca, Gioacchino detto “Gianfranco”, la successiva riappacificazione tra i due clan durante un pranzo a San Giovanni La Punta (Ct), il ruolo di Paola Torrisi, figlia di un narcotrafficante molto vicino ai Laudani, nel calatino  e la presenza di un misterioso e distinto emissario dell’uomo più ricercato d’Italia, Matteo Messina Denaro, proprio a Caltagirone.

[Nella foto a sinistra: Francesco La Rocca, al centro Gioacchino detto “Gianfranco” La Rocca, a destra Marco Grimaldi]
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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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