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Cacopardo, l’infettivologo: reparti pieni di pazienti non vaccinati

“Chiunque si ponga come obiettivo il ritorno ad un accettabile stato di comune benessere, dovrebbe abbandonare l’annoso conflitto tra no vax e pro vax e ragionare, piuttosto, pacatamente sulle modalità di eliminazione o quantomeno di attenuazione della pandemia.”

Sono queste le parole di sfogo dell’infettivologo Bruno Cacopardo che su un post pubblicato sul proprio profilo facebook manifesta il proprio dissenso sull’attuale situazione venutasi a creare tra chi è contro i vaccini, chi è pro e chi fa solo polemica non concentrandosi sulla realtà dei fatti che non lascia spazio all’interpretazione; i casi sono in aumento e per il 97% i soggetti colpiti dal virus sono persone non vaccinate.
“Personalmente non ho alcun interesse a prevalere in una sfida dialettica contro chi è ostile al vaccino – continua il medico – quando decisi di fare il medico non programmavo di convincere l’altrui delle mie ragioni, con lazzi e motteggi. Stimoli più nobili e universali mi muovevano allora…e adesso, che sono vecchierello e stanco, scelgo di contribuire alla soluzione di un problema, che è anche un mio problema.”
In questo post decalogo Cacopardo annuncia inoltre di lasciare temporaneamente la piattaforma social.
“Similmente a qualsiasi no vax, – scrive l’infettivologo – infatti, anch’io desidero, in tutta fretta, di tornare ad abbracciare e a baciare parenti e amici: adoro la promiscuità e non rifuggo lo svago. Voglio ballare (a rischio di un infarto e al ritmo della mia musica un po’ vintage) , voglio sedermi al cinema o a teatro o tifare sui gradoni di uno stadio ………ma intendo farlo in sicurezza.”
“I miei desideri di liberazione, individuale e collettiva, sono contrastati dalla realtà che sto vivendo: tutt’altro che virtuale. Probabilmente essa non è avvertita con precisione da chi, fuori dagli ospedali, si limita a percepire o a sfiorare gli eventi più drammatici proposti dalla quotidianità: un po’ come in quelle guerre, condotte sulle trincee di luoghi lontani, di cui giunge un’eco smorzata attraverso una serie di scomode conseguenze indirette (tasse, scioperi, brutte notizie sui giornali).
a) I reparti ospedalieri si riempiono giornalmente di casi con livello di gravità compreso tra moderato e severo. Il ritmo di riempimento dei pronto soccorso e dei reparti è di tale entità da superare il corrispettivo ritmo di svuotamento
b) Per accogliere e contrastare questa marea montante, molti reparti vengono accorpati e destinati alla gestione di Covid19, sottraendo spazi a ricoveri differenti da Covid. Questo non è un problema locale: sono in contatto con colleghi europei e statunitensi che riferiscono analoghe situazioni. A causa di codesti rimaneggiamenti, problemi internistici, oncologici, chirurgici vengono rinviati, deviati o gestiti in situazioni e habitat non del tutto appropriati.
c) Per i pazienti ospedalizzati con Covid19 esistono numerosi modelli terapeutici , modulati sulla base dei livelli di gravità. Tuttavia le indicazioni all’utilizzo sono ristrette e lungi dal valere per tutti i casi in maniera indiscriminata. Alcuni farmaci sono di necessità precoci e non funzionano in fase avanzata (remdesivir, plasma iperimmune e anticorpi monoclonali), altri sono assai più tardivi e del tutto inutili se utilizzati precocemente (tocilizumab, anakinra, baricitinib). Tutti i trattamenti sono accomunati dal limite della efficacia, che non è mai, mai, mai del 100%. Nel momento in cui iniziamo una terapia siamo tutt’altro che sicuri del suo funzionamento. Possiamo limitarci a sperarlo. La stessa cosa vale per ivermectina, a mio avviso farmaco antivirale efficiente (inspiegabilmente negletto), ma da gestire con sapienza per un migliore utilizzo.
d) Il problema della terapia sta nella proteiforme capacità di Covid19 di diventare da malattia virale (fondata sugli effetti replicativi del virus nei primi 8 giorni di malattia), una malattia autenticamente autoinfiammatoria, accompagnata da una vera e propria tempesta di citochine proflogistiche. Il momento della transizione tra le due forme cliniche, pur imprevedibile, risulta determinante per cambiare il bersaglio dei nostri trattamenti.
e) Non esistono indicatori fedeli che consentano di prevedere se e quando la malattia andrà incontro ad un decorso più severo. Sappiamo che in certe condizioni predisponenti (età avanzata, diabete, neoplasie, malattie cardiovascolari) ciò può avvenire con maggior frequenza ma l’esperienza accumulata sul campo ha insegnato che Covid 19 può peggiorare (e di brutto) anche in individui giovani e senza comorbidità pregresse.
f) Da alcuni mesi a questa parte, la popolazione dei pazienti più gravi… (quelli per i quali gli sforzi terapeutici diventano drammatici e insoluti)….. si è progressivamente selezionata in maniera inquietante: in 10 casi su 10, in 29 casi su 30, in 48 casi su 50, in 96 casi su 100, si tratta di soggetti non sottoposti ad alcuna vaccinazione per SarsCoV2. Questi numeri non li fornisco a caso: essi sono tratti dalla esperienza maturata presso il reparto che dirigo
g) Intendiamoci, ci sono casi di Covid19 tra i soggetti vaccinati, ma nella pratica clinica quotidiana, essi riguardano anziani o immunodepressi che non hanno risposto affatto alle due dosi vaccinali (soggetti non responders: 6-8%). Tutti i casi di infezione che ho osservato, invece, tra i vaccinati immunocompetenti, si sono risolti senza problemi con manifestazioni banali e non invalidanti.
h) Per quanto detto, i reparti si stanno riempiendo di pazienti ammalati e mai sottoposti a vaccinazione. La stessa cosa sta avvenendo in tutte le parti del mondo, proprio tutte. Con l’eccezione di 3 o 4 paesi che hanno tassi di coinvolgimento vaccinale tanto elevati e di mancata adesione vaccinale tanto bassi (Emirati Arabi Uniti, Uruguay, Israele) da riprodurre il paradossale effetto di ricoverare esclusivamente i non responders alla vaccinazione.
i) Una parte dei non vaccinati in Italia è stata impossibilitata a farlo: per controindicazioni reali o perché mal consigliata (da sanitari retrivi o poco aggiornati, ma anche da amici, parenti e vicini di casa). Una fetta significativa invece, ha rinunciato per manifesta ostilità nei confronti del vaccino e di ciò che esso, in qualche modo, rappresenta. Questi ultimi pazienti (le cui ragioni e la cui militanza io non discuto) allorchè vengono ricoverati, risultano, comprensibilmente, assai complessi da gestire: nutrono il mood dei prigionieri di guerra e manifestano una ostilità conclamata nei confronti degli ambienti che li ospitano, dei sanitari e qualsiasi sforzo terapeutico. Convincerli a sottoporsi ad un trattamento è procedura ardimentosa e complessa, spesso oggetto di laboriose contrattazioni. Financo la guarigione viene salutata da antipatici borbottii e da affermazioni assai gravose per chi ha profuso tanto impegno clinico (“non avete fatto niente, io sarei guarito lo stesso”).”
“Questi atteggiamenti (francamente provocatori) – prosegue ancora – in tutt’uno con il persistente sovraffollamento ospedaliero da parte di pazienti non vaccinati, rischiano di influenzare gli umori e i livelli di tolleranza del personale sanitario. Si tratta pur sempre di individui (deboli e fallaci in quanto appartenenti al genere umano) che stanno in trincea da oltre 18 mesi, in condizioni ambientali difficili, costretti all’opprimente gravame dei dispositivi di protezione individuali e non di rado privati del godimento di opportuni periodi di ferie, financo nelle fasi più torride della stagione estiva.”
“Piuttosto che scontrarci dovremmo ragionare insieme di soluzioni, dovremmo perfezionare le terapie (su alcune delle quali si sono abbattuti oscuri ed inspiegabili veti) ma dovremmo anche far comprendere (con pazienza e moderazione) che il vaccino è sicuro e rappresenta una alternativa di prevenzione contro la malattia conclamata. Andrebbe chiarito – dichiara angustiato – che terapia e profilassi sono due strade, accidentate ma efficienti, che conducono parallelamente verso un medesimo obiettivo: vincere sulla epidemia.”
“Attualmente al rischio pandemico sta di fianco il rischio (non meno preoccupante) di un aspro conflitto che coinvolge fasce diverse di popolazione. Uno scontro – conclude – tra generazioni, professioni, ideologie che sta trasformando la dialettica in litigio, il confronto in sberleffo, il ragionamento in preconcetto. Senza dimenticare che mentre litighiamo ottusamente, il virus ci sta sbaragliando, divertendosi a fare quello in cui riesce meglio: replicare e mutare.”
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Redazione

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