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Bye Bye Japan: la sincera energia del rock

Sul palco non si può mentire. Quando le luci si spengono e le note cominciano a fluire dagli strumenti, chi ascolta percepisce subito se hai talento, carisma, se metti il cuore e l’anima in quello che fai.

Copertina del 45 giri (Time to Do Something / Dildo Rules 2.0)

Ed i Bye Bye Japan, band palermitana che abbiamo avuto la fortuna di ascoltare nel corso della seconda serata dell’INDIE CONCEPT 2017, non si sottraggono alla sfida (mai facile, gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo), una sfida che vincono prima sorprendendoti con un sound rabbioso che quasi stordisce, e per il quale non puoi che provare empatia, poi, novelli sacerdoti di un rock ancestrale, trascinandoti letteralmente all’interno di un universo musicale non facilmente catalogabile (ed in grado di evocare più generi e band del passato: personalmente, mi hanno fatto pensare agli X di Wild Gift e Los Angeles e ai Dream Syndicate), ma sicuramente vitale ed impetuoso.

Massimiliano Amoroso (basso), Fabrizio Mascali (chitarre), Andrea Tascone (batteria) e Valentina Cassarino (voce) sono i protagonisti di quest’avventura che sta ottenendo il gradimento di pubblico e addetti ai lavori ed ha portato alla pubblicazione di un 45 giri che contiene i loro singoli Time to Do Something e Dildo Rules 2.0.

 

Potete spiegarci l’origine del vostro nome?

«Il nome ci è stato ispirato dalla scena finale di Lost in Translation di Sofia Coppola, un film particolarmente caro a Fabrizio e Max, in cui Bob e Charlotte, i due protagonisti, si scambiano un saluto malinconico in Giappone, dove si sono conosciuti, per rivedersi forse da un’altra parte, o più probabilmente per non rivedersi mai più. Bob e Charlotte sono due persone estremamente diverse che si incontrano lontano da casa, in Giappone appunto, e riescono a capirsi perfettamente. Allo stesso modo noi siamo quattro persone estremamente diverse (per età, trascorsi, città d’origine e stili di vita), ma abbiamo trovato il nostro anello di congiunzione nella musica. Diciamo che la musica è stato il nostro Giappone».

Bye Bye Japan

Come nascono i vostri brani?

«In generale i brani nascono dalla vena compositiva di Massimiliano che tutti noi coadiuviamo in un complesso lavoro di arrangiamento. Max scrive anche le linee vocali che poi vengono abilmente “rimasticate” da Valentina, che riesce ad inserire negli intricati intrecci armonici un testo di senso compiuto, aiutata dal fatto di essere madrelingua. Ovviamente, col passare del tempo è cresciuto anche il bisogno di comunicare degli altri elementi, soprattutto di Fabrizio, che ha proposto un paio di pezzi che hanno finito per diventare i probabili prossimi singoli della band. Chiaramente, Max ci mette sempre il suo zampino sovraintendendo alle varie fasi di arrangiamento, stando ben attento a che tutti entrino nel processo creativo, non da ultimo Andrea i cui interventi sono sempre calzanti e preziosi nel lavoro in sala e non solo».

Il vostro sound energico e, per certi versi, rabbioso è sicuramente figlio di generi (alternative, post-punk, no wave) e band (dai Velvet Underground ai Teenage Jesus & the Jerks, fino ad arrivare ai Sonic Youth) che tanto hanno detto in passato. Quali le novità del vostro discorso musicale?

«Abbiamo tutti ascoltato dosi massicce di musica. Non neghiamo che una marcata matrice post punk caratterizzi fortemente il nostro lavoro, ma cerchiamo di non perseguire sentieri già calpestati. C’è ancora tantissimo da dire, scoprire, sperimentare… In generale, non ci precludiamo nessuna soluzione. Nonostante abbiamo scelto la forma canzone per esprimerci, riusciamo ad inserirvi tempi dispari, pause inconsuete, linee vocali ed armonizzazioni solo apparentemente “facili”. Tendiamo a non perdere mai di vista il giusto ingrediente melodico, in fondo il tema musicale è qualcosa che giocoforza deve rimanere cantabile, ma cerchiamo pure di stupire i nostri interlocutori, così che chi si avvicina alla nostra musica ha la possibilità di trovarvi sempre cose nuove. In molti ci dicono (e la cosa ci riempie di gioia) che, in fondo, pur richiamando tante band del panorama alternative rock, non somigliamo a nessuna di esse e che, pertanto, rimaniamo i Bye Bye Japan, riconoscibili per ciò che facciamo».

Pensate che il rock possa recuperare la funzione sociale che vantava in passato e tornare a rappresentare i giovani e le loro istanze?

«Secondo noi questa funzione sociale il rock non l’ha mai persa. Soprattutto in un momento storico come questo, dove ogni giorno nel mondo i diritti di milioni di persone vengono calpestati da una minoranza di privilegiati, la rabbia di giovani e meno giovani continua e deve continuare ad essere incanalata nella musica».

Bye Bye Japan

Avete scelto di pubblicare due brani in 45 giri. Come vedete il ritorno del vinile? Moda, nostalgia per un passato felice o segno di una reazione che crea una nuova speranza in un futuro migliore (fatto anche di ascolti più attenti e consapevoli)?

«Il vinile è tornato di moda, questo è un dato di fatto, e neanche noi siamo riusciti a resistere al fascino del vintage. Certamente c’è anche una questione più profonda. Nell’era della musica “liquida” la sua fruizione è cambiata drasticamente. Indubbiamente è bello avere libero accesso a una gran quantità di brani, ma dall’altro lato capita sempre più raramente che si ascolti un disco dall’inizio alla fine. Un vinile impone, anche più di un CD, un ascolto organico. Inoltre, il vinile è anche un bellissimo prodotto di artigianato, dalla cover al booklet, fino alla musica, che è anche bello da tenere in mano e scoprire. In questo possiamo dire di pensarla alla stessa maniera: lunga vita al vinile ed al suo incontrastato fascino».

Quali programmi avete per l’immediato futuro?

«Moltissimi. Ovviamente, tra il dire e il fare c’è di mezzo il denaro che serve per autoprodursi, ma a grandi linee possiamo affermare che presto uscirà il nostro secondo 45 giri (registrato questa volta con Paolo Mauri, un mostro sacro delle produzioni italiane che ha legato il suo nome ai capitoli più fulgidi degli Afterhours e all’esperienza della Vox Pop, label attivissima negli anni ’90). Siamo felicissimi di aver potuto collaborare con Paolo, crediamo ci abbia insegnato un metodo di lavoro e che i suoi consigli e certi accorgimenti ce li porteremo per sempre dentro. Stiamo anche lavorando (con tempi molto dilatati, ma che ci permettono di ponderare al meglio certe dinamiche) all’album d’esordio. Di certo, prima della sua uscita, ci confronteremo con un secondo video (dopo quello pubblicato un paio di mesi fa, Time to Do Something). Quasi sicuramente sarà quello di Crickets, la canzone che Fabrizio ha dedicato a sua figlia, nata di recente. Sul resto, invece, vorremmo mantenere uno scaramantico e “magnetico” segreto. Più di qualcosa in programma c’è, seguiteci e speriamo davvero di non deludere».

 

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