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Burkina Faso, Caltagirone e il terrorismo

Il Centro di accoglienza San Giuseppe ha bisogno che gli esseri umani imparino l'umanità

Burkina Faso. Umanità, un’unica parola per descrivere ciò che paradossalmente l’essere umano necessita. L’acceso dibattito, sempre presente tra i significati religiosi e le azioni di solidarietà, può essere superato. Per farlo, l’iniziativa della diocesi di Caltagirone in Burkina Faso. A beneficiarne, gli “emarginati degli emarginati”, ovvero i malati mentali. E non solo.

Il Burkina Faso oggi e l’emergenza terroristica

Secondo le statistiche del World Bank Group, il Burkina Faso è uno dei Paesi più poveri al mondo. Precisamente, in classifica, si trova al 181esimo posto su 187 posizioni totali.
La povertà del Burkina Faso è rintracciabile a tutti i livelli. Le scuole sono assenti e le poche esistenti sono a pagamento. Gli ospedali attrezzati non esistono. I villaggi non hanno energia elettrica.
Il popolo vive in condizioni di totale miseria: i più fortunati vivono in case fatiscenti, i mediamente fortunati in capanne con tetti di paglia e muri costruiti d’argilla, i meno fortunati sotto gli alberi, in strada.

A peggiorare ulteriormente il quadro generale, l’emergenza terroristica. I terroristi, infatti, vivono quasi incontrastati dal governo centrale che non ha le risorse economiche né umane per fronteggiarlo. Nel territorio del Mali, addirittura, i terroristi sembrano possedere un loro aereo militare. Il deserto del Sahel è uno dei loro rifugi. Ma, come fanno a sostenersi in un Paese così povero? Chi li finanzia?

I cittadini preferiscono non parlarne. Vivono nella paura di morire per mano armata, durante un’azione di vita quotidiana o durante una celebrazione religiosa. Hanno paura di essere “scoperti”, ma si lasciano andare a intime confessioni: “Loro sono tra noi, vivono in mezzo a noi”. I terroristi, infatti, sfruttano la povertà e l’ignoranza della gente per ricevere informazioni su polizia, eventi, missionari. E, nelle occasioni a loro più proficue, agiscono lasciando infinite scie di sangue.

L’esperienza del missionario Antonio Zimbone e gli attentati terroristici delle scorse settimane in Burkina Faso

“Sono partito per il Burkina Faso lo scorso 26 febbraio, per soggiornare lì un anno, presso la diocesi di Tenkodogo, nata nel 2012 per scopi umanitari. Ad accogliermi, il vescovo Prosper Kontiebo. Sono dovuto tornare in Italia, su invito di monsignor Calogero Peri e dello stesso vescovo di Tenkodogo”, racconta Antonio Zimbone, seminarista della diocesi di Caltagirone.

Antonio Zimbone e Prosper Kontiebo

“In 72 giorni di permanenza, ci sono stati diversi attentati. Solo 5 sono stati resi pubblici, per non turbare eccessivamente la quiete pubblica. In uno di questi, ha perso la vita Padre Fernandez. In un altro, un altro prete è stato rapito e, ancora oggi, non se ne hanno notizie. Morti ovunque, tra fedeli e vertici di ogni confessione religiosa. Questo è il terribile scenario che ogni giorno si trova in Burkina Faso”, continua.

“Quest’esperienza mi è servita a conoscere un popolo bello, accogliente e premuroso ma in povertà assoluta. La gente del luogo mi ha insegnato, in poco tempo, cosa vogliano dire le parole fede, accoglienza, fraternità, umanità“.

L’esigenza di progetti per il Bene Comune e i malati mentali

Nella dilagante povertà e ignoranza che investe il popolo, tutti restano fermi. Gli ultimi del mondo sembrano non interessare a nessuno: “Le Nazioni Unite devono porsi il problema. Il Burkina Faso non viene aiutato perché non può dare nulla in cambio, a differenza di altri Paesi poveri o in via di sviluppo. A dimostrare questo, la mancata diffusione di notizie di orribile cronaca del luogo nel resto del mondo”, dichiara il seminarista.

Ma, esistono anche “gli ultimi tra gli ultimi”, le cosiddette “vittime di spiriti impuri”. Secondo la cultura del luogo, chi è affetto da malattie dev’essere allontanato dalla famiglia d’origine e dal villaggio di appartenenza. Così, i malati mentali vivono per le strade, sotto gli alberi, senza acqua né cibo, senza vestiti. Vestiti di stracci che trovano in giro, a loro non viene fornita alcuna cura medica.

Il Centro d’accoglienza per malati mentali San Giuseppe in Burkina Faso

Ai malati mentali si rivolge allora il progetto di solidarietà della diocesi di Caltagirone e di Tenkodogo. Quest’ultima, infatti, ha proposto la realizzazione di un centro che si rivolga proprio agli emarginati. Il suo scopo è quello di assicurare vitto, alloggio, cure mediche, accompagnamento psicologico ad almeno 100 infermi. Ma anche un percorso di reinserimento nella società, affinché tutti possano cambiare i falsi stereotipi. “Gli ospiti del centro sanno già coltivare l’orto e svolgere lavori manuali. Grazie a questo, riescono a ricoprire parte delle loro spese”, racconta Antonio Zimbone.

Il progetto del Centro d’accoglienza per malati mentali San Giuseppe

Il progetto, tuttavia, al momento esiste solo in forma pilota perché mancano i fondi per realizzarlo. Oggi, a beneficiarne sono soltanto 14 soggetti.
“La richiesta d’aiuto non si rivolge soltanto ai fedeli cattolici. Si rivolge a chiunque conosca la dignità di essere umano e di persona. I soggetti a cui vogliamo destinare tutta la nostra considerazione vivono peggio degli animali. Inoltre, è possibile alla modica cifra di 15 euro al mese adottare un bambino a distanza. Con soli 15 euro mensili gli si assicura cibo, acqua, vestiti, scuola. Chiunque volesse rendersi utile, può scrivermi al mio indirizzo e-mail: [email protected]“, conclude il seminarista.

 

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