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Brusca: “Sulla strage di Capaci, il dominus ero io”

“Sulla strage di Capaci – mi scusi la presunzione – il dominus ero io”. Ad affermarlo e’ stato il collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, deponendo nell’aula bunker del carcere di Rebibbia davanti la Corte d’Assise di Caltanissetta, nell’ambito del secondo processo processo per la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della sua scorta. Il collaboratore, rispondendo alle domande del Pm Onelio Dodero, si e’ soffermato sulle fasi iniziali ed esecutive della preparazione dell’esplosivo da utilizzare per la strage di Capaci, buona parte delle quali si svolsero nella villetta di Antonino Troia. “Nella villetta di Antonino Troia, c’erano solo uomini di Cosa nostra. Non c’erano persone estranee, i lavori li ho condotti io. Non c’erano persone al di la’ di Cosa nostra”, ha sostenuto il pentito. Nella villetta sono stati caricati 13 bidoncini di esplosivo.

“Inizialmente -ha aggiunto Brusca- avevamo pochi bidoncini a nostra disposizione. Erano pochi, non bastavano. Ferrante e’ andato quindi a comprarne altri. Nella villetta di Troia si svolsero le operazioni di travaso degli esplosivi”. Il commando misuro’ anche la lunghezza del canale di scolo del cunicolo sotto l’autostrada da dove sarebbe transitato il giudice Falcone. “L’abbiamo misurata attraverso una corda. E’ stato semplicissimo”. Il collaborante ha anche detto che si recava nella villetta di Troia in compagnia di Antonino Gioe’ e Gioacchino La Barbera.

“Vai, vai, vai. Antonino Gioe’ me lo disse tre volte che potevo schiacciare il telecomando, quando arrivo’ il corteo con il giudice Giovanni Falcone. Non so perche’ ma non schiacciai subito il telecomando. C’era qualcosa che mi diceva di non farlo”.

“Subito dopo l’esplosione -ha ricordato Brusca- mi venne a prendere Gioacchino La Barbera. Mi disse che avevamo fatto una crudelta’, sentendo i commenti della gente. Avevamo ucciso il giudice Giovanni Falcone”. Rispondendo ad una domanda del Pm, Onelio Dodero, Brusca ha escluso che la strage potesse fallire: “In base alle prove che abbiamo fatto, eravamo certi della riuscita dell’attentato. Non c’e’ stata nessuna sorpresa”. Brusca ha anche parlato di altri tentativi di Cosa nostra di uccidere il magistrato. Oltre al fallito attentato all’Addaura, gli uomini di Cosa nostra seguirono, per alcune settimane gli spostamenti di Falcone quando si recava a Trapani, con l’obiettivo di eliminarlo: “Ma poi -ha detto Brusca- lasciammo perdere”

“Subito dopo la sentenza del maxiprocesso, Cosa nostra decise di fare pulizia. A lamentarsi per gli ergastoli che vennero inflitti non furono solo alcuni condannati ma anche Toto’ Riina, il quale prima di prendere qualsiasi decisione voleva attendere l’esito della Cassazione. Tuttavia, gia’ nell’87 era stato deciso di eliminare Falcone e Borsellino. Falcone era considerato un ostacolo per Cosa nostra. Indagava e scopriva troppe cose. In occasione del maxiprocesso, volevamo l’assoluzione di tutti. Volevamo l’immunita’, ma – ha aggiunto – C’era gia’ sentore che le cose, non sarebbero andate per il verso giusto. Non era stata trovata nessuna via per raggiungere uno dei componenti della Corte. Le sensazioni vennero poi confermate dalla sentenza”.

“Sono certo di aver preso parte a tre riunioni plenarie della Commissione, svoltisi fra il ’90 ed il ’91. Ho partecipato alla riunione degli auguri di Natale, a quella sulla spartizione dei lavori pubblici e quella sull’assalto ai tir. Nel febbraio del 92, nel corso di un’altra riunione, venne ribadita, ancora una volta, la decisione di eliminare Falcone. Io – ha detto Brusca – in quell’occasione presi coscienza di essere entrato nelle grazie di Riina perche’ dovevo essere fra coloro che dovevano uccidere Falcone. Fu proprio nelle riunioni ristrette, e fra queste c’e’ anche quella del febbraio del ’92 – ha sottolineato il teste rispondendo ad una domanda dell’avvocato Flavio Sinatra – che si iniziarono a fare anche i nomi di alcuni politici che dovevano essere eliminati”. Brusca ha anche ribadito di non sapere nulla dell’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, avvenuto nell’agosto del ’91. “Al di la’ dello stretto di Messina – ha spiegato l’ex boss – ognuno puo’ fare quello che vuole”

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Redazione

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