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Indipendentismi ovunque. I Bretoni e la Francia

Non cessano mai di soffiare i venti d’autodeterminazione in Europa. Un continente così carico di storia ed identità non può che essere il terreno ideale per battaglie identitarie, micro territoriali, indotte o spontanee. Complice la campagna anti-euro ed il malcontento crescente degli strati sociali più bassi, il nostro continente è una potenziale polveriera di piccoli movimenti pronti ad uscire allo scoperto, anche dolorosamente, alla prima occasione utile. Altro che “vaffanculo” della prima Lega Lombarda, tank di cartapesta della Liga Veneta, bandiera sarda ai concerti e “minchiate” in salsa borbonica o sicilianista. Il fenomeno, altrove, sembra assumere toni tutt’altro che ridicoli e folkloristici.

E’ anche una moda ispirata dal momento, una moda che porta anche, in Italia più che altro, alla nascita di fenomeni da baraccone come l’ “Isola delle Rose” , una piattaforma artificiale costruita in pieno mare Adriatico, proclamata indipendente – con ministeri, lingua ufficiale e moneta – e regnata dal 1968 al 1969 dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa. Non tutti insomma sarebbero legittimati a sentirsi Mel Gibson in Braveheart.

In Francia, ad esempio, non si scherza. Oltre i poco conosciuti bretoni, a tenere sotto scacco Parigi sono l’indipendentismo corso, l’indipendentismo occitano, l’indipendentismo basco e l’indipendentismo catalano. Senza contare i movimenti indipendentisti in Alsazia, Lorena e Nuova Caledonia. Nessuno di questi venti pare arrestarsi nonostante la dura repressione transalpina. C’è anzi chi soffia sul fuoco.
Responsabile di attentati fin dagli anni 70, il movimento indipendentista bretone – una piccola IRA al retrogusto di crépes che vuole riprendersi un’indipendenza persa nel 1532 –  rivendica con fierezza la propria identità celtica e la propria bandiera (ideata dallo studioso Morvan Marchal). Insomma i bretoni gridano la propria diversità rispetto alla cultura francese e Parigi ovviamente risponde – come d’altronde ai più agguerriti corsi che rivendicano la loro “non francesità” dal 1768, anno in cui furono venduti a Genova proprio alla Francia – a picche, “J’en ai rien à foutre” e risate.

La meravigliosa regione di Rennes – oltre tre milioni di abitanti – ha conquistato a fatica l’insegnamento della lingua bretone nelle scuole ma non è riuscita mai a far passi davvero concreti. Un movimento che pare, in questi ultimi anni (gli ultimi grandi attentati dinamitardi risalgono ad una decina di anni fa) abbia ripreso sia le attività militari clandestine – sono crescenti i piccoli attentati nei caselli autostradali del nord della Francia, rivendicati dalla sedicente “Armée Révolutionnaire Bretonne” ossia “Esercito Rivoluzionario Bretone” erede del “Fronte di Liberazione della Bretagna” – sia le attività militanti con manifestazioni, volantinaggi, raccolte firme e scioperi.
La notizia di questi crescenti focolai ha attraversato sottovoce i confini transalpini nonostante il democratico ritiro massiccio della rivista di riferimento per i Bretoni “Bretons” ed il democratico silenzio dei principali media francesi. Pare però che l’ultra centralista repubblica francese abbia goffamente ravvivato il focolaio bretone, vessando la regione con prelievi fiscali insostenibili e minori contributi all’insegnamento nelle scuole lingue locali, il bretone ed il gallo. L’immagine del governo Hollande, dal canto suo, crea un formidabile pretesto indipendentista.

Nonostante un consenso crescente tra i giovani e manifestazioni con discreti numeri (15.000/20.000 manifestanti è la media degli ultimi anni), pare però che questo orgoglio bretone abbia avuto più bassi che alti, più più anime che animatori. Un insieme di piccole associazioni, talvolta in contrasto o competizione tra loro e quasi mai davvero unite da una reale unione di intenti. Solo per citare alcune sfumature di quello che in realtà sembra più un pensiero comunitario che un movimento unitario : l’anima autonomista nazionalcattolica del Perrot (assassinato dai partigiani francesi nel 1943) , quella bretonista pura del “Conseil National Breton” e del PNB, quella de “L’Union Démocratique Bretonne”, il gruppo “Ni Hon Unan“ (Noi Stessi), i “44=Breizh”, “Frankiz Breizh” (Liberté Bretonne), l’estrema sinistra di Breizhstance, la destra identitaria di Adsav e di Jeune Bretagne, i “pragmatici” del Parti Bretoned, ed il generico e populista movimento “Emgann” tanto per fare qualche esempio. Uno delle figure di spicco del nazionalismo bretone, forse l’unico personaggio degno di approfondimento, fu certamente il controverso Olivier Mordrelle, agente dello spionaggio nazista prima, inglese poi e sostenitore di Mitterand infine.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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