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Borsellino quater, il processo delle agende che “parlano”

Curriculum e agende. Luoghi, funzioni, date, relazioni. L’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, vuole dimostrare l’inaffidabilità del generale Mario Mori e del colonnello Giuseppe De Donno, i due ex ufficiali del Ros dei Carabinieri sentiti lo scorso 22 dicembre come testimoni assistiti nel processo “Borsellino quater” e, per farlo, tira fili che partono dai curriculum di entrambi, li annoda con annotazioni contenute nelle agende del generale, li collega a fatti apparentemente scollegati, li allaccia con episodi storici nel tentativo di sbrogliare una ingarbugliata matassa in cui potrebbero essere celate le prove che svelerebbero moventi e mandanti delle stragi siciliane del 1992. Una sorta di filo nero che attraversa e lega la storia dell’eversione terroristica, dei cosiddetti Servizi deviati, delle stragi degli anni Settanta e si dipana fino alle stragi mafiose negli anni della transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica.

Si comincia con la conoscenza, da parte di Mori, del generale Giuseppe Siracusano, superiore di Mori quando, il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro e della strage della scorta del presidente della Dc, l’allora capitano fu assegnato alla guida del nucleo antiterrorismo dei Carabinieri di Roma. Tre domande in rapida sequenza: Sa di dov’era originario il generale Siracusano? «Di un’isola della Sicilia, una delle Eolie mi pare». Possibile che da decenni abbia casa a Barcellona Pozzo di Gotto, lei ne ha notizia? «No. Assolutamente no!» Le risulta se fosse iscritto alla loggia P2? «No. Non sono un esperto di P2».

Un filo, quello tracciato da Repici, che parte dalla capitale e, tramite Siracusano, si allunga fino a Barcellona, dove si sviluppa uno dei capitoli della cosiddetta trattativa Stato-mafia (la mancata cattura del boss Santapaola nel 1993 e altro ancora), per annodarsi con la P2, la loggia massonica segreta capeggiata da Licio Gelli a cui, secondo recenti acquisizioni dei pm di Palermo, sarebbe stato iscritto lo stesso Mori. Solo suggestioni probatorie o tessere di un inquietante puzzle storico criminale?

Da un generale all’altro, per tirare un altro filo: Ha mai conosciuto un ufficiale dell’Arma a nome Antonio Subranni? «Certamente sì, è stato il mio superiore». Quando lo ha conosciuto? «Nel 1986, quando fui trasferito a Palermo come comandante del Gruppo e lui, dopo qualche giorno, divenne comandante della Legione Carabinieri». Le risulta se il generale Subranni avesse casa a Campobello di Licata? «Sì». Il Ros e lei personalmente vi siete occupati di un collaboratore di giustizia a nome Gioacchino Schembri? «Sì, fu localizzato da personale del Ros in Germania e il fatto fu segnalato alla Procura di Palermo». Le risulta che Schembri, prima della collaborazione con la giustizia, operasse, dal punto di vista criminale, nell’area di Campobello di Licata? «Non glielo so dire: all’epoca ero responsabile operativo di tutto il Ros e le singole inchieste mi sfuggono». Sa riferire alla corte chi fosse la fonte che riferì a Paolo Borsellino che il generale Subranni fosse “pungiutu” (mafioso, ndr)? E qui, essendo il fatto inserito nel decreto di rinvio a giudizio di Palermo, dove anche Subranni è imputato, Mori può avvalersi della facoltà di non rispondere e lo fa.
Anche in questo caso, come abbiamo visto, Repici “viaggia” nel tempo e nello spazio. Se prima il fulcro geografico era quello di Barcellona, sulla costa tirrenica messinese, stavolta ci spostiamo nell’Agrigentino, dove aveva casa Subranni e operava lo stiddaro Schembri, originario di Palma di Montechiaro.

Gioacchino Schembri è passato alla storia giudiziaria italiana per essere stato il primo “pentito” a deporre in teleconferenza, nel processo Livatino, sul finire del 1992. Arrestato a Mannheim, in Germania, il 14 aprile del 1992, accolse a luparate, ma senza colpire nessuno, gli uomini del Ros e gli agenti della polizia tedesca che fecero irruzione in casa sua. Trentadue anni, sicario del clan Ribisi, a quel tempo in guerra con gli Allegro, Schembri scelse subito di collaborare, senza nemmeno aspettare di essere estradato in Italia, indicando al giudice Paolo Borsellino il killer del giudice Rosario Livatino e facendo, altresì, i nomi di altri stiddari come assassini del maresciallo Guazzelli, poi condannati in primo grado. A scompaginare le carte dell’accusa nel processo Guazzelli, durante l’appello, nel 1998, sono arrivate le dichiarazioni del pentito di Agrigento Pasquale Salemi, che, smentendo Schembri, ha attribuito a tre killer di Cosa nostra la responsabilità dell’omicidio del sottufficiale. Alla testimonianza di Salemi, si aggiunsero le conferme di Giovanni Brusca e Angelo Siino: l’omicidio Guazzelli l’aveva voluto Cosa nostra. Un fatto che oggi è uno dei capisaldi dell’accusa nei processi di Palermo sulla trattativa, sia in quello principale sia in quello col rito abbreviato all’ex ministro Mannino, che dopo la sentenza del maxiprocesso, temendo per la propria vita («O uccidono me o uccidono Lima»), si sarebbe rivolto proprio al maresciallo Guazzelli per fare intervenire il Ros di Subranni e intavolare una trattativa con Totò Riina.
Quello che porta a Schembri, non è l’unico filo che parte da Subranni, ce ne sono altri, uno dei quali arriva fino a Cinisi: Le risultano – chiede Repici a Mori – rapporti fra l’ufficiale Antonio Subranni e Gaetano Badalamenti? «Non intendo rispondere». Nel 1994, fino all’inizio del 1995, il Ros, di cui lei era vicecomandante, si adoperò in attività mirata alla traduzione in Italia di Gaetano Badalamenti al fine di rendere dichiarazioni che sconfessassero quelle di Tommaso Buscetta sull’omicidio del giornalista Mino Pecorelli? «Non intendo rispondere».

Quelli di Subranni e di Badalamenti sono due nomi centrali nelle vicende connesse con l’omicidio di Peppino Impastato, avvenuto a Cinisi il 9 maggio 1978, quando “don” Tano era il boss più potente della Sicilia, a capo della Cupola mafiosa. Era stato lui, «Tano Seduto», a volere la morte del giovane militante di Democrazia proletaria, ma le indagini condotte dai Carabinieri guidati dall’allora maggiore Subranni puntarono deliberatamente ed esclusivamente sul teorema secondo cui Impastato si sarebbe «suicidato compiendo scientemente un attentato terroristico». Per la Commissione parlamentare antimafia, che nel dicembre del 2000 ha approvato all’unanimità la relazione del senatore Giovanni Russo Spena sul «caso Impastato», le indagini sul delitto «sono state e hanno voluto essere una grande deviazione», un «depistaggio». Ed è sempre la Commissione a sottolineare le relazioni altolocate di Badalamenti: «Noti e robusti erano i suoi rapporti con i cugini Salvo. […] Tramite i Salvo, Badalamenti entra in contatto con uomini politici potenti come Salvo Lima, discusso esponente politico siciliano molto legato all’onorevole Giulio Andreotti di cui costituisce l’architrave della sua corrente in Sicilia».

Tommaso Buscetta ha raccontato ai magistrati di Palermo le confidenze che gli avrebbe fatto Badalamenti: il boss, nel 1980, sarebbe andato nello studio di Andreotti a Roma per ringraziarlo di avere «aggiustato» un processo di mafia e, in quell’occasione, il sette volte presidente del Consiglio gli avrebbe detto: «Di uomini come lei ce ne vorrebbe uno in ogni strada dell’Italia». Badalamenti, inoltre, gli avrebbe confidato che l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli sarebbe avvenuto proprio su mandato dell’uomo politico, confermando le analoghe rivelazioni fattegli dal capomafia Stefano Bontate. Nel 1995, mentre l’allora senatore a vita era sotto processo per mafia e Palermo e a Perugia per l’omicidio Pecorelli, i Carabinieri si sono attivati per riportare in Italia l’anziano boss, che stava scontando 45 anni anni di carcere negli Usa. L’operazione non andò in porto e l’avvocato statunitense di Badalamenti, Larry Schoenbach, contattò Luigi Li Gotti, legale di Buscetta, per proporgli un baratto: il pentito scagioni il suo vecchio amico dall’accusa di traffico di stupefacenti che lo tiene incarcerato negli Stases, in cambio il don Tano non avrebbe smentito le accuse di don Masino ad Andreotti. Nessuna collaborazione con la giustizia, comunque: «Un silenzio a volte può essere più importante di mille parole». Ma Li Gotti registrò il colloquio e consegnò la cassetta alla Dia.

L’interrogatorio di Mori si surriscalda quando l’avvocato Repici legge un appunto su una delle agende del generale alla data del 21 dicembre 1992: «“Colloquio Milio” e, dopo, “Visita Contrada”». Poi chiede: «Sapeva se l’avvocato Piero Milio fosse l’avvocato di Bruno Contrada?». Protesta l’avvocato Basilio Milio, figlio di Piero, l’ex legale di Mori morto tre anni fa. Protestano gli avvocati degli imputati: «Inammissibile», tuona l’avvocato Scozzola, ironizzando su «l’eleganza nei confronti di un defunto» e sottolineando che «determinate domande, chi indossa la toga, farebbe bene a non porle». Ma per il presidente Antonio Balsamo la domanda è legittima e ammissibile, così a Mori tocca rispondere, stizzito: «Era notorio, l’aveva difeso in Corte d’assise, lo sapeva tutto il mondo!».

In realtà, Contrada è stato arrestato tre giorni dopo, il 24 dicembre 1992, e prima d’allora Piero Milio non era il suo avvocato.
Contrada è stato chiamato a testimoniare nel processo Borsellino lo scorso 23 ottobre e, in quell’occasione, molte domande dei pubblici ministeri Gabriele Paci e Stefano Luciani si sono concentrate sulla sua agenda del 1992 e sui numerosi incontri che, a partire dal mese di giugno fino all’arresto, ebbe con l’allora ministro Calogero Mannino, col generale Subranni e con entrambi insieme: «Più volte il ministro Mannino mi disse di sentirsi in pericolo – ha ricordato l’ex 007 –; sapevo che era molto legato ai Carabinieri – ha aggiunto – e che aveva un ottimo rapporto col generale Subranni». Molti di quegli incontri, stando all’agenda, erano incentrati sul cosiddetto anonimo del Corvo 2, cioè uno scritto di otto pagine inviato a diversi esponenti istituzionali circa un mese dopo la strage di Capaci, in cui si indicavano la sinistra Dc e in particolare Mannino (che avrebbe incontrato Totò Riina in una chiesa) e Sergio Mattarella, di essere mandanti del delitto Lima e della strage. Secondo l’accusa, l’anonimo l’avrebbe scritto De Donno. Vicenda complessa, sulla quale avremo modo di tornare. Mannino, invece, più realisticamente, sarebbe il mandante della trattativa che il Ros avviò con Riina, tramite Vito Ciancimino.

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Redazione

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